Altro che Eastwood!

Recensioni

0 Commenti

Ho visto il trailer di “Alice in Wonderland” di Burton.
E’ con somma gioia che posso affermare che Depp ha una terza espressione: truccato.

Una soddisfazione, finalmente

Accadde che..., Plauso e lodi

2 Commenti

In questo momento la Figlioluccia è sull’aereo per Berlino, diretta verso la messe di allori che la aspetta al Bread & Butter per la campagna che ha realizzato per una nota ditta di piumini.
Il privarmi della di lei compagnia, anche se solo per pochi giorni, mi pesa già, ma mi è alleviato dal fatto che, nonostante la campagna sia stata firmata come agenzia e non col nome di lei, il lavoro di copy e organizzazione sia TUTTO suo, e tutte sue saranno le lodi come lo sono state la standing ovation in sede cliente alla presentazione e i complimenti di tutti coloro che con quella produzione hanno avuto a che fare.
Il biglietto è pagato dall’agenzia -anche se probabilmente prenotato all’ultimo momento, visto che la Figlioluccia viaggia da sola su un volo di categoria superiore-, e la mia dolce metà alloggerà in un loft nel centro di Berlino.
Io intanto non riesco a decidere cosa farmi portare per souvenir per farle alleviare la coscienza dall’avermi lasciato solo -serata del veNERDì a parte- mentre lei se viene osannata in giro per l’Europa. Suggerimenti?

(No, scherzo. Vai tranquilla, Debbina, che ti meriti questo e altro, ennesima prova del genio che sei)

Un ottimo inizio

Senza Categoria

5 Commenti

Senza causa a me evidente, quale uno sforzo, una frescata o quant’altro, mi trovo la schiena -le lombari, in realtà- che a tratti e senza preavviso ululano.
Esco di macchina e per i primi due passi barcollo e mi gira la testa dal dolore.
Mi siedo, sto tranquillo cinque minuti, poi la schiena comincia a borbottare.
Cammino e passa tutto. Poi ricomincia mentre entro in ascensore.
A caso.
Il medico non viene a casa, però se voglio mi prescrive Tachidol come se piovesse, sulla fiducia, senza vedermi. Mi rifiuto e finchè non piango restando a sedere, resto al lavoro, che domani è un altro giorno, si vedrà.
Mi sto spalmando tubettate di crema analgesica, con l’unico effetto di avere un’aura di canforacannellamentolo come l’alone viola dei sieropositivi della pubblicità.
Sento anche intorpidita la mano con cui spalmo, ma magari è solo suggestione, quindi il primo che mi propone una variante all’autoerotismo coll’elastico lo infamo.

Silenzio forzato

Accadde che..., Dio li fa e poi li accoppa

1 Commento

…dal fatto che, apotropaicamente toccando quel che apotropaicamente va toccato, va tutto troppo bene per bubare*.

C’è da aggiungere il mio silenzio SMS dato dalla sim defunta e insostituibile causa esaurimento delle 256k in tutto il territorio fiorentino.

Vi fo sapere. Vogliatemi bene lo stesso.

*Lamentarsi

Muoversi, distribuire, forza!

Recensioni

0 Commenti

Le avete riconosciute le Banana Split?

Edit: ovviamente il file era troppo fico per youtube. Cercate “Kick-ass Hit Girl” e buona visione!

Il buongiorno si vede dal mattino

Ce l'ho con...

3 Commenti

Dal corriere della sera FIRENZE

Tramvia, ancora in prova
Deragliata ad un collaudo
Un treno della linea uno del tram è uscito dai binari durante il collaudo finendo contro un palo dell’alimentazione elettrica della ferrovia.

No, complimentoni, bella figura davvero.
Nessuno la voleva, non risolverà un accidente, ha causato più danni della grandine, sarà completata in vergognoso ritardo, ha fatto arricchire solo i soliti noti, e oltretutto fa cacare.

Tests

Feelings, Mi rammento, Sapevatelo!

3 Commenti

Ho sentito in un Moebius -trasmissione di Radio24- di un esperimento sulla solitudine riportato in un saggio di tal Cacioppo.

Han preso diverse persone e han detto loro “Dobbiam fare un esperimento, e vi dovete dividere in squadre. Però le squadre non le facciamo noi, le farete voi sulla base delle simpatie. Frequentatevi, conoscetevi, che poi vi chiederemo.”
Dopo qualche tempo hanno convocato un soggetto alla volta e gli han fatto compilare un modulo nel quale doveva indicare chi gli era rimasto simpatico e con chi voleva dunque andare in squadra.

Alla convocazione successiva, sempre individuale, alla metà dei soggetti veniva detto “Beh, non sei simpatico a nessuno, nessuno ti ha segnalato, ma vabbè, fallo da solo, questo esperimento” e veniva posto davanti un vassoio con diversi biscotti al cioccolato con la richiesta di esprimere un giudizio sulla bontà di quest’ultimi.
All’altra metà dei soggetti veniva detto “Cavolo, sei simpatico a tutti, ma non possiamo fare squadre troppo grandi… ti chiediamo quindi di fare l’esperimento da solo” e veniva quindi posto lo stesso vassoio e la stessa richiesta.

Risultato?
A quelli convinti di essere antipatici occorrevano una media di nove biscotti al cioccolato, per decidere se eran buoni o no. A quelli convinti di esser simpatici non ne son serviti più di quattro.
Se ne è dedotto che la sensazione della solitudine insorge immediatamente, e che la gratificazione del mangiare di più, e soprattutto dolci, è un meccanismo conseguente.

E’ un cane che si morde la coda: ti senti inadeguato, mangi, ingrassi, ti incattivisci, ti senti ancora più inadeguato, mangi ancor di più…

Adesso sapete, come l’ho saputo io, come mai dall’adolescenza in poi sono stato sovrappeso, essendo partito dall’essere un bimbo magrissimo.

E vaffanculo pure a tutti i canoni estetici da anoressici di questo mondo.

17

Racconti

7 Commenti

Giorgio poggiò la spalla contro il tronco dell’albero, a non più di una quindicina di metri dalla finestra illuminata. Attraverso le sbarre di ferro tipiche di quel tipo di costruzione, vedeva una dozzina di persone a cena. Sembravano pericolosi quanto la riunione di un circolo filatelico, ma non era a lui che spettava quel tipo di giudizio. Si discostò appena dal fusto e in pochi secondi estese ed allargò le zampe telescopiche di un treppiedi fotografico in alluminio. Ne affondò di qualche millimetro i piedini gommati nel terriccio perché avessero una tenuta migliore, e agganciò, al posto di una macchina fotografica, un supporto girevole ad “U” simile a quello dei telescopi panoramici. In quest’ultimo innestò, a sua volta, il fucile che aveva tenuto in spalla. Azionò un piccolo interruttore e mise in funzione il mirino del fucile. Un raggio laser infrarosso, invisibile ad occhio nudo, era entrato in funzione. Collegò un cavetto dal fucile alla maschera e lo schermo davanti all’occhio destro ripetè l’immagine in toni di verde catturata dall’ottica del mirino. Mosse lentamente il fucile, e il punto altrimenti non percepibile del puntatore laser si spostò nella stanza da un volto all’altro senza che i convitati se ne accorgessero e lasciando invece una leggera scia evanescente nel piccolo monitor. Regolò la resistenza al movimento del cavalletto per stabilizzare il laser, anche se a quella distanza le vibrazioni sarebbero state ininfluenti e spostò, finalmente, il punto in mezzo alla fronte dell’uomo che in quel momento stava parlando.

“Dalla tua espressione direi che ci ho azzeccato. No, Bruno, questa non è telepatia, non ti ho letto nel pensiero. Ho solo seguito la catena dei tuoi pensieri per una dozzina di secondi, secondo i tuoi sguardi e movimenti. Non è difficile per me e non lo sarà per te fra qualche decina d’anni, quando avrai un po’di pratica. Ognuno di noi è in grado di, diciamo così, vedere gli schemi dietro agli eventi e ai comportamenti delle persone. Molti di noi sono psicologi affermati, esercitando la professione vent’anni alla volta, programmatori, investigatori, e anche architetti, ingegneri… ovunque ci siano dinamiche nascoste, noi abbiamo un vantaggio nello scoprirle ed eventualmente correggerle. Siamo stati “progettati” apposta. Si, progettati. Siamo stati schiavi destinati alla costruzione di opere immense. Abbiamo costruito piramidi in tutto il mondo per conto di Dio millenni prima di quando ritengano gli scienziati di oggi, abbiamo alzato la Torre di Babele e scavato l’Inferno, diffuso la stampa prima e Internet oggi, istruito Leonardo da Vinci in arti che suoi tempi erano state dimenticate, assistito Tesla e Einstein. No, non erano dei nostri, non ci siamo mai potuti permettere di arrivare tanto allo scoperto e, onestamente, non eravamo più avanti di loro nei loro campi. Ci permettiamo al massimo di suggerire qualche punto di vista teorico, qualche intuizione. Ormai il mondo ci ha raggiunti, e la nostra spinta agli umani è quella di un compagno di corsa che incita e, magari, indica qualche buca da evitare per non farsi male. A Leonardo avevamo insegnato la fotografia, molta chimica e anche quel po’ di elettrostatica che avevamo appreso nei millenni di schiavitù.”
Bruno era tanto perplesso da non riuscire nemmeno a decidere se protestare per le domande che gli venivano anticipate prima che riuscisse a formularle, o per le informazioni che i monologhi del Bolli gli fornivano e che contrastavano con quello che lui aveva sempre saputo, o creduto di sapere, e le mille altre domande che queste aprivano.
“Bruno,” riprese il Bolli, “so che non è facile seguire e comprendere quel che ti dico. Il quadro è così ampio e così antico che molti particolari sono offuscati dal tempo anche per noi. Il vederlo nel suo insieme è comunque difficile, soprattutto se te l’hanno sempre descritto in maniera diversa. Sopporta i miei monologhi sui dettagli…” Sbuffò, si passò una mano sulla fronte. “Va bene, aspetta. Vado avanti con la metafora. Questo quadro è la storia dell’umanità, ma a te, come al resto del mondo, hanno sempre tenuto coperte molte parti, hanno descritto in molti casi un personaggio per un altro. Noi invece c’eravamo quando è stato dipinto, o abbiamo parlato in prima persona coi molti pittori, e sappiamo molti dei veri significati. No, non sappiamo tutto nemmeno noi, l’umanità è più antica di quanto ci sia scritto nei libri di storia. Tutta la parte presumerica è sotto un velo, ed è la parte più importante, tanto che è comunque giunta ai giorni nostri sotto forma di mito. Sono esistiti Noè, Artù e Gilgamesh, abbiamo costruito e abbandonato Teotihuacan secoli prima che i vichinghi tornassero in America. Abbiamo città seppellite sotto i ghiacci polari da millenni… o almeno così ci dicono i nostri fratelli che hanno parlato con coloro che ci hanno vissuto. Eppure, noi siamo Satana e Prometeo, siamo vampiri e Illuminati, Templari e il Priorato di Sion… Ti faccio solo un esempio. Pensa al mito di Babele e quello di Icaro. Cosa hanno in comune?”
Bruno rispose immediatamente “Il desiderio di raggiungere il cielo, la rovinosa caduta come punizione”
“Esatto. Ovviamente la Torre di Babele non era progettata per raggiungere davvero la stratosfera, e Icaro non era un giovinetto con ali di cera. Pensiamo ci fosse una specie di piattaforma di lancio o forse anche di antenna, non abbiamo certezze. Sappiamo che altri dei ne impedirono la costruzione prima che fosse completa, l’abbatterono e impedirono che “i cieli fossero raggiunti”. Sappiamo per certo che la confusione delle lingue fu in realtà la privazione di alcuni poteri telepatici che avevamo e che però ci restano in maniera molto, molto blanda, soprattutto a livello empatico. E Icaro, schiantato a terra dal potere del sole, non si rialzò più.
Si, lo so, ti ho nominato già Dio, Satana e diversi dei. Purtroppo nei miti, e nel quadro, hanno ruoli confusi. A volte l’uno è dipinto con la faccia dell’altro, gli eventi sono mescolati, ma, beh, nei secoli ci siamo fatti un’idea piuttosto precisa anche di quello a cui non abbiamo assistito.” Si passò di nuovo la mano sulla fronte, poi se ne guardò perplesso il dorso.
Prima che Bruno o chiunque altro potesse intervenire nel discorso, Bolli guardò verso la finestra, focalizzò lo sguardo nell’oscurità e le fronde circostanti l’abitazione e disse “Ho un laser infrarosso puntato in fronte da qualche minuto. Se è un mirino, non so perchè non mi hanno già sparato”

(17 – continua)

Grandissimi ladri, estorsori e figli di troia…

Ce l'ho con...

4 Commenti

E’ mai possibile che ogni volta sia questa storia?
Ogni volta che non mi paro il culo con le mutande di bandone, finisce che mi fottete. Colpa mia, pure, eh, che non vengo a cercarvi personalmente.
Ultimi due acquisti online: bastone e coltelli-bomboniera. Il bastone costava nemmeno quaranta euro, me ne avete messi TRENTASETTE di diritti doganali, in contrassegno. La Figlioluccia, che ha ritirato, ha dovuto pagare e festa finita, se no il bastone non lo vedevo. Quasi il doppio, maledetti, non vi auguro di morire di lesmaniosi solo perchè non è educato.
I coltelli… beh, tassati al 40%, a conti fatti, perchè mi avete imposto un “valore statistico” (che cazzo vuol dire, grandissimi ladri, estorsori e figli di troia?) superiore di quaranta euro a quello dichiarato, OTTO euro di dazio (così, in più) e DIECI di “diritti amministrativi”. Enormi figli di puttana, mi avete fatto pagare le tasse sulle tasse, e pure il doppio dell’IVA che avrei invece pagato volentieri.
Adesso posso pure dare per perso un regalo, l’unica vincita stragradita che abbia mai fatto, un set coltello-custodia-torcia Victorinox che avevo vinto su multitool.org giocando la data del mio matrimonio.
Maledetti merdosi che vi siete messi in tasca quel che è mio, la mia merce e i miei soldi non dovuti, spero che quei soldi vi servano per pagare l’iniezione eutanatica per voi e tutti i vostri cari infettati da un taglio provocatovi nell’aprire la scatola di quel coltello che mi avete rubato. Spero che quel coltello venga usato per mutilarvi i genitali da un coniuge geloso e incazzato perchè gli avete attaccato la muffa squamante mucotica ai medesimi. Spero che quella torcia venga raccolta al lato di una strada da un agente della stradale e utilizzata per raccogliere in un secchio i resti dei vostri occhi, mani e spina dorsale dopo un incidente stradale. Spero che in quella custodia dobbiate sempre portare un dispositivo GPS che consenta alle forze dell’ordine di ritrovarvi, sbavanti, quando scapperete di casa in preda alla confusione datavi dall’encefalopatia spongiforme presa affettandovi la carne con quel coltello (si, era usato, veniva dall’Inghilterra, ma era MIO, grandissimi ladri, estorsori e figli di troia). Spero che la sua lama si spezzi tra due delle vostre vertebre lombari durante l’impeto di una sodomia coatta in galera da parte di un detenuto superdotato e sieropositivo. Perchè è in galera che dovete finire, grandissimi ladri, estorsori e figli di troia che rovinate il buon nome di coloro -saranno due o tre, almeno- che lavorano tra dogana e poste.

Ma com’è il Giappone?

Giappone!

1 Commento

“Come l’hai trovato? In due settimane devi averne visto un bel po’”
“La gente com’è?”
“E mangiare? tutto pesce e riso, eh?”
“Ma dev’esser tutto frenetico”
“Eh, la vita lì è cara”
“Ma hanno solo città a quella maniera?”
“Dovevi essere tutto nel tuo centro, dev’essere elettronica anche i panini”
“Ma le donne? tutte uguali piccine e scure?”

ma il meglio:

“Ma tu li leggi i Manga?”
“Si”
“In italiano o in giapponese?”
“Beh, in italiano”
“No, perchè ci sono anche in giapponese, sai”

E’ bello tornare a casa…

Giappone!

5 Commenti

e sentire il suono di piedini che ti corrono incontro contenti, dopo essere rimasti ad aspettarti, che tu sia tornato. Il brutto è quando quella verdura devi buttarla via.

Eh… cosa ci resterà di questo viaggiodinozze in Giappone, a parte duemilasedici foto, due valige che in aeroporto eran entrambe in sovrappeso di tre kg perchè zipillate di regalini e bentosità, e un jet-lag che mi ha fatto scambiare il giorno per la notte come ai lattanti?

Tanti ricordi.
Tipo l’aria condizionata sempre a palla, ovunque. In albergo noi la spengevamo quando uscivamo, e le cameriere ai piani la riaccendevano al massimo mentre sistemavano la stanza. Un pomeriggio una l’ha settata tanto forte che non è arrivata alla porta prima di morire assiderata.
-Il fumo, proibito all’aperto ma consentito in alcuni locali, tant’è che entrando al McDonald -santo protettore, lui e la tazza occidentale, del corpo sciolto in terra straniera costellata esclusivamente di cessi alla giapponese grandi come portacenere- si veniva accolti da un muro di nebbia come alla barriera di Milano. Per strada, disegnate a terra, invece, ci sono “smoking area” di un metro quadro in cui si installano anche quattro fumatori.
L’assenza di cura ortodontiche. Ho visto cose che nemmeno vi immaginate, tipo una bimba con due chiostre di denti, come uno squalo. E non era il peggio.
-Le piogge improponibili. Siamo arrivati a Miyajima che quando sono entrato nel ryokan avevo i capelli alla Valentino e le cartine putrefatte in tasca per via di un’acquerugiola fine. All’arrivo a Kyoto, invece, veniva un’acqua che intanto il Buon Signore era al bar a bullarsene con gli amici. Per foruna, è cessata dopo una dozzina d’ore, lasciandoci liberi di visitare il castello dello Shogun (“Antichissimo, ha quasi trecentottant’anni” “Signora, la porto a Pompei?”), il Padiglione Dorato e più templi di quanto umanamente sopportabile, prontamente bilanciati da incursioni nei quartieri delle geishe e negli shopping arcades.
-I mezzi di trasporto. Puntuali al picosecondo, pulitissimi, silenziosi, coi controllori che facevano più inchini che passi. Siamo pure orgogliosi di non esserci mai persi mai, nè in metropolitana nè a piedi, e nemmeno durante l’ultimo trasferimento taxi-treno-bus-aereo. Abbiamo pure avuto l’inquietante coincidenza di due inglesi che erano nella nostra stessa carrozza -e sì che abbiamo prenotato all’ultimo momento- sia da Kanazawa ad Hiroshima che da Hiroshima a Kyoto, in giorni diversi e nonostante noi nel primo viaggio si proseguisse in locale.
-La tradizione affiancata alla modernità. Abbiam visto un’arciera vestita come in Rumic World, pantaloni ed arco lungo, in metropolitana, e all’uscita da quest’ultima, qualcosa come duecento persone di ogni età e sesso in piedi col NintendoDS, impegnati in una sfida collettiva in rete sotto il Sega Palace.

Uffa, più scrivo e più sogno di ripartire subito, ed aprire un ristorante dove , contrariamente all’uso locale, fare la carbonara senza gamberi o ricotta. O anche curare un giardino, ago di pino su ago di pino, fa lo stesso.

DEEEEEB?

Viaggio di nozze in Giappone, citazioni sparse

Follia, Giappone!

3 Commenti

“Da quando le giapponesi hanno le tette?” “Da quando le possono comprare”

“Di cos’è fatto quel pennello?” “Di morto”

“Adesso che hai cambiato i soldi, devi cercare per forza un modo per liberartene il più in fretta possibile?”

“Fico, lui, è vestito come la sua ragazza. Ah, no, aspetta, è un uomo pure l’altro, complimentoni”

“Dove saresti, se non avessi me?” “A Cuba! :-P ” “Buon per te, io sarei in Giamaica!”

“Din Don” “Chi è?” “Ninja!”

Giappone!

0 Commenti

“C’è da firmare?”
“Condanna a morte, signora”
“Uff, salga. Terzo piano, senza ascensore”

Ecco, il post precedente è stato copincollato e pubblicato a Kyoto, il giorno dopo averlo terminato. Selezioniamo le foto e scriviamo qualcosa di nuovo, e vi facciamo sapere, eh? :)

In Giappone non esistono rastrelli

Giappone!

2 Commenti

E in questi due giorni a Kanazawa ne abbiamo avuta la prova: i giardinieri, tutti rigorosamente col cappello di paglia conico, stanno in ginocchio a terra e raccolgono con serafica calma gli aghi di pino caduti a uno a uno, li mettono in una scodellina e poi vuotano quest’ultima in un cestone delle dimensioni di un barile.

Credevamo lo facessero solo in un giardinetto sul lungofiume -tra parentesi, un fiume bellissimo, lungo il quale abbiamo trovato anche le gru. E le ruspe, soprattutto-, ma, giunti al Kenrokuen Park, abbiamo visto che è un metodo di lavoro diffuso. Che lo facciano per la cernita o solo perchè sono statali, non ci è dato saperlo. Quartiere delle geishe (a-ha).
Vabbe’, non è che a Kanazawa abbiam visto solo i giardini; già il solo arrivarci ci ha riempiti di orgoglio e di vedute. Prima di tutto perchè siamo riusciti a prendere due Shinkansen in fila, con un cambio di soli nove minuti, ai lati opposti della stazione di Maibara, ma anche perchè, giunti a Kanazawa, ho costretto la Figlioluccia a sobbarcarsi un trasferimento a piedi con bagagli a strascico di quasi due kilometri, e lei ha telefonato al divorzista solo una volta.
La camera da letto, in confronto a quella di Tokyo, era un armadio a muro -c’eravamo abituati pessimamente-, ma, visto che l’abbiamo usata solo per dormire, ci siamo accontentati. Anche la Lan era assicurata da un modem CATV dell’81 che in portineria ci hanno consegnato su Un ninja del tempio in uno dei più riusciti travestimentirichiesta, di malavoglia e in una valigetta trasparente come in Mission Impossible. Ha funzionato, almeno, e i genitori, riunitisi per l’occasione a casa dei miei, ci hanno visti e inquisiti, con tanto di “ma mangiate? vi vediamo sciupati”.
Insomma, Kanazawa è carinina, abbiamo visto, nell’ordine: il quartiere delle geishe*, il tempio dei ninja -che in realtà poi si viene a sapere che coi ninja non c’ha nulla a che fare, il quartiere dei samurai**, i suddetti giardini e l’enorme mercato coperto nel quale siamo pure riusciti a scovare una bottega di kaiten-sushi dove, tanto per cambiare, eravamo gli unici occidentali da mesi,
Nel frattempo abbiamo incrociato il meglio e il peggio dei bottegai: una trentequalcosenne alla cassa, gentilissima, ma con un solo dente, storto, fuori dalla bocca, e nero, tant’è che a me è pure scappato un indelicatissimo “MA NOOO!” di sorpresa;La stazione di Kanazawa
un’altra tizia, a un altro piano dello stesso centro commerciale della precedente -faranno opportuna selezione assunzionale?- che aveva la voce tanto nasale e alta che non parlava di testa, ma direttamente col chackra della corona; una coppia di anziani accanto al tempio dei ninja che appena abbiamo messo piede nel negozio ci ha servito due tazze di ottimo the freddo, sulla fiducia, e, il più rimarchevole in quanto anomalissimo, uno STRONZO che, nonostante la Figlioluccia gli avesse chiesto più e più volte se nel riso che ci stava vendendo ci fosse o meno pesce, le ha risposto di no e le ha ammannito una vaschetta che abbiamo scoperto poi contenere più avannotti che chicchi di riso, e che è quindi piombata direttamente nel cestino della camera d’hotel.

Nel momento in cui vi scrivo, alle 19 del 30 settembre, quindi almeno due giorni fa per voi che leggete, siamo a Miyajima, in una camera tradizionale di un ryokan, tanto tradizionale che non c’è nemmeno l’altrimenti onnipresente LAN; è una stanza di sei tatami con un unico tavolinetto alto e relative sedie vicino alla finestra panoramica, A cena, una delle otto portategabinetto, vasca da bagno e lavandino in tre aree separate, con i futon ancora nell’armadio a muro -di cui mi sfugge il nome- e la stuoia in terra. Siamo in yukata e calzini col ditone in attesa della cena che ci verrà servita in camera, sul tavolinetto basso che abbiamo visto in mille cartoni animati; verso le dieci andremo poi a visitare i bagni termali dell’albergo.
L’isola stessa è una chicca, e ha valso completamente le quattro ore e rotti di spostamento, tra treno locale, shinkansen, metropolitana, traghetto e trascinamento valigie. Ci sono in giro, liberi come i gatti -con i quali si sono contesi pure i resti di un esperimento di assaggio-di-cibo-locale finito male-, cervi a non finire; scesi dal traghetto, accanto a quell’arco rosso immerso nell’acqua che avete visto in mille cartoline dal Giappone, vicino a quel tempio su palafitte che avete visto in mille Dal tempiodocumentari sul Giappone, c’era questo cervo che era tanto fermo che pareva impagliato. Gli abbiam fatto mille foto, prima di capire che l’isola ne è piena, che entrano nelle botteghe e che, diciamocelo, rompono pure un po’ i coglioni quando cercano di mangiarti la cartina dalle mani mentre cerchi, sotto la pioggerellina, di capire dove cavolo si trovi l’albergo. L’isola sarebbe ancora più bella se non fosse funestata di giorno dal maltempo e soprattutto, da orde di truzzini e squinziette urlanti; almeno non sono italici, ma autoctoni, e non mi vergogno per nulla, almeno qui.

Il giorno seguente, ore 20:45.
La cena di ieri è stata praticamente infinita: non so più quante portate la deliziosa (parole della Debora, che aggiunge “no, dico, è pure bellina!”) cameriera ci ha recato. Per me mille varianti di tofu, verdure e funghi, per la Figlioluccia mille varianti di pesce, verdure e funghi. Soprattutto funghi: ne avevamo in ogni sushi, in ognicontorno, in ogni frittura e pure nel bicchiere della zuppa di miso; io personalmente ho guardato con sospetto pure il contenuto della teiera.Bassa marea
Mentre, in yukata e ciantelle infradito andavamo a far foto al tempio di notte, e soprattutto a farci ridere dietro dagli autoctoni -il fatto che sia perfettamente accettabile andare in giro in quella maniera lo raccontano ai turisti, ma non se ne è visto uno, di loro. la gentilissima signorina Omoto stendeva i futon per la notte. Va da sè che abbiamo dormito come ciocchi, e che stamattina eravamo pimpanti e agguerriti. Svolti il tour al tempio e il necessario, e sottolineo necessario, shopping, ci siamo infilati in una okonomiyakeria e ci siam fatti ammannire un duo dei suddetti okonomiyaki vegetariani, anche se in tempi diversi, dato che la Figlioluccia mi ha promosso in questa occasione a porcellino d’india per gli esperimenti alimentari. Visto che io non morivo dopo i primi bocconi, ha provato pure lei, ha apprezzato, ha ordinato.
Nel pomeriggio il dramma: la stanza senza futon impedisce il pisolo post-prandiale. Abbiamo QUASI rimediato coi cuscini. La Figlioluccia si è lamentata che “così mi inarca tutta la schiena, sto scomodissima, non mi addormenterò mai”; si è messa pancia sotto e ha iniziato a russare finchè due cameriere, evidentemente la task force antipisolo, hanno bussato a venti minuti di distanza per portarci prima acqua e ghiaccio e poi the verde, entrambi non richiesti.
Rialzati, visita alla pagoda, al parco e nuove foto al torii fuori dal tempio, poi nuova cena, doppiamente vegetariana, nuovamente infinita, stavolta molto meno monotematica.
Mentre in televisione va la ricetta di uno che sembra preparare una frittata e poi serve il tutto senza cuocerlo, attendiamo la signorina per la preparazione della stanza per la notte e il successivo nostro gioco a tetris con gli acquisti da mettere in valigia. Abbiamo già preventivato di spedire lo spedibile -riviste, guide ormai non più utili, memorabilia e manga- ma lo stesso temiamo un sovrappeso all’aeroporto da far paura. Staremo a vedere…

* fasullo.
** fasullo pure quello. Avete presente San Marino? Ecco.

I Giapponesi non sanno indicare

Giappone!

4 Commenti

Birreria Asahi, 45° piano Keio HotelO ti disegnano una mappa dettagliatissima con cenni geopolitici per giungere a un posto di là dalla strada, o tendono il braccio e lo muovono in ampi cerchi nella vaga direzione in cui devi andare dicendoti “the white building”, e di palazzi bianchi ce ne è solo uno, in vista.

8:45 del 28/9 Al momento in cui scrivo siamo sullo Shinkansen, diretti a Kanazawa. I due coglioni accanto a noi hanno chiuso le tende dei finestrini, e quindi è un volo cieco. Spero che muoiano tra atroci tormenti e non possano più leggere un manga in vita loro. In più, a quello dalla mia parte ho precluso qualsiasi evasione calando il tavolino e infilandomi le cuffie. Niente svuotamento vescica finchè non scendo, e muori, maledetto.
Sushi!Dove eravamo rimasti? Avevo detto della serata nella birreria Asahi del quarantacinquesimo piano con vista panoramica? NO? Adesso lo sapete, e scommetto che ci invidiate. Anche perchè l’ascensore i quarantacinque piani li faceva in quindici secondi scarsi.
La prima visita ad Akihabara si era fregiata della visita a un ristorante di sushi, di quelli dove i cuochi e i camerieri urlano il buongiorno, le comande, i commenti e anche i pensieri sconci sulle clienti carine. Abbiamo mangiato in due con l’equivalente di sei euro bevande escluse. Vabbè che una birra costa quattro euro, ma è comunque un prezzo da signori, col pesce sfilettato davanti a te, una vasca da sfilettare che Uenonuota allegramente dietro il capocuoco. Tranquilli, son sempre vegetariano, è la Figlioluccia che mi ha rassicurato sull’eccelsa qualità del prodotto ittico, tant’è che abbiam pranzato o cenato da ’sti tizi -Shinzanmai, vicino al passaggio East-West alla stazione di Akihabara, sotto il Sega- altre tre volte, anche dovendo attraversare la città.
Il giorno dopo -si parla del 24-, dopo una nuova, più tranquilla visita al tempio di Asakusa, abbiam pranzato al mercato di Ueno. Residuo del mercato nero della guerra mondiale, si affolla sotto la ferrovia; zeppo di gente e merce, sembra di stare in Blade Runner. Io ho recuperato tre quarti di ananas infilati su uno stecchino da un tizio simpatico come uno sfregio a un bambino, la Deb ha provato un nuovo sushi; abbiam provato l’ebbrezza del the fatto al tavolo prendendo l’acqua bollente da un rubinetto posto direttamente tra un coperto e l’altro.Ultraman, Toei Museum
Di lì, la visita a Shibuya, della quale abbiamo approfittato per infilarci da Tokiu Hands e riempire una valigia di bento e accessori. Si, siamo dei pazzi, e allora? Vedeste che carini gli oshibori verdini per la Figlioluccia, il mio nuovo porta-onigiri e il suo bento termico!
Palazzo HermesIl 25 abbiamo visitato per quasi sei minuti Omotesando, troppo chic e fricchettoso per noi cresciuti a Mazinga e Video Girl Ai. Tappa obbligata il palazzo Hermes, interamente rivestito in vetrocemento da un cliente della Figlioluccia, mirabilmente decorato da sculture semoventi, incredibilmente bello e snob. Se il palazzo avesse avuto un naso, sotto ci sarebbe stata una puzza.
Siamo arrivati a Roppongi, abbiam fatto il solito giro “à la cassò” culminato nella visita al giardino di Roppongi Hills e alla statua del gigantesco ragno ooforo che lo domina.
Mamma ragnoDa lì, a Shibuya, per terminare il tour del giorno prima; la Deb è riuscita a mangiare un’ottima -dice lei- steak neozelandese cotta alla giapponese -dicono loro-, io una perfetta insalata mista e tanto, tanto riso, condito soprattutto da zaffate di aria condizionata diaccia sullo stomaco, unica assicurazione all’evacuazione quotidiana per i tokyoiti. E’ occorsa -si, mi serviva proprio- poi una nuova visita ad Akihabara, ai negozi di modellini e fumetti e elettronica, e soprattutto a Shinzanmai. Rinfrancati e rifocillati, siamo tornati in albergo passando però da una parte dello Shinjuku che non avevamo ancora esplorato: quella viva.
YoyogiE che infatti abbiamo visitato tutto il giorno successivo, pranzando in un ristosushi con buttadentro che nemmeno a Pigalle, con tanto di menu italiano, caciaroni Alitalia all’interno, prezzo infimo e qualità ottima, tantè che quando la sera, ripassando lì davanti, la buttadentro ci ha rincorsi con il menu NON abbiamo finto di non vederla e siamo entrati; stavolta, come sempre invece da Shinzanmai, eravamo i soli occidentali, e i clienti non urlavano, il che ha aggiunto ulteriore lustro al cibo. Tra un pasto e l’altro, una rapida -mica tanto- visita al Wired Cafè della Shinjuku HarajukuStation, nel centro Lumine, ci ha assicurato l’aggiornamento wi-fi dei tassi di cambio sugli I-pod e degli stati di Facebook mentre ci pascevamo di lassi, torte e gelati.Matrimonio al tempio
Ieri la meta della giornata erano i cosplayer di Harajuku, ma in mattinata abbiamo esplorato lo Yoyogi Park e il suo tempio. Non so se è tutti i giorni così, ma essendo domenica mattina abbiamo incrociato un matrimonio dietro l’altro, con sposi e invitati bellissimi nell’abito tradizionale.wannabegnocche
Ad Harajuku ’sti cosplayer non erano poi granchè. Tre wannabegnocca vestite di garza, un tizio in confronto al quale sono atletico pure io inguainato nella tuta giallonera di Kill Bill, e non so quanti “magari fossi un demone” dalle parrucche sponsorizzate dall’Anas.fossi figo...
Dopo la prenotazione dello shinkansen alla stazione di Shinjuku, abbiam fatto nuovamente rotta su Akihabara, dove in dieci minuti avevamo ritrovato -nel maelstrom che è quel quartiere- la macchina distributrice dei pupazzini dei quali si era innamorata mia madre durante una videochiamata Skype, e, ovviamente, Shinzanmai. Abbiamo brindato il nostro arrivederci a Tokyo con un ottimo sake caldo per me e un Suntory per la Figlioluccia, e siamo volati a far le valigie, che stamattina ho cominciato ad imparanoiare la malcapitata mogliettina mia ad un’ora improponibile con “e tu che ne sai quanto ci mettiamo a trovare la metro/la stazione/il binario?”. Siamo arrivati con un anticipo non modestissimo, che sconterò nei secoli a venire.
Soprattutto, e nonostante tutto, io ho pure la sensazione di non aver fatto qualcosa di fondamentale e vitale a Tokyo, come quando uscendo di casa torni a vedere se hai chiuso la porta o il gas. Se stanotte Tokyo salta in aria quando qualcuno tornando a casa accende la luce, sapete che è colpa mia.

I Giapponesi sono una razza superiore di pazzi completi

Giappone!

3 Commenti

E il bagnoschiuma dell’hotel -e conseguentemente il sottoscritto- ha lo stesso odore di quei giocattoli di gomma/plastica (i braccioli, le ciambelle, i cuscini da spiaggia) che usavamo da piccoli, quindi ogni volta che faccio la doccia è Marina di Cecina, anno 1979.
Bene, dati questi due fatti di basilare importanza per capire come me la sto vivendo qua, andiamo a riassumere i giorni passati.

Siamo partiti il 21 mattina, con sul gobbo meno di quattro ore di sonno. Giustamente, il Gazzeri, con lo stesso aereo nostro, ha dormito due ore di più, visto che non è apprensivo come me e soprattutto conosce meglio di me i tempi di imbarco. Io invece ho costretto la Figlioluccia (MIA MOGLIE!) ad una levata antelucana.
Sotto l'hotelNo, non siamo andati in viaggio di nozze in tre: è che Antonio, viaggiatore per professione, aveva per combinazione lo stesso nostro volo fino a Zurigo. Lui in business, la Deb a tre file di distanza, io dieci indietro, alla faccia della precisione della Swissair; la compagnia si è però fatta perdonare quando, venutici a chiedere se eravamo volontari per un pernotto a Zurigo per alleggerire un volo pesantemente overbooked, alla vista delle foto del matrimonio santamente masterizzateci e trasferiteci dal prode Antonio, ha cambiato i nostri posti (e quelli di sei ignari giappini a cascata) per il volo a Tokyo.
Siamo così finiti nei primi posti dopo la business, primi a esser serviti, con televisore nel bracciolo, più spazio per le gambe, accanto a una vecchietta scatarrante sotto la mascherina sterile -sui piedi della quale vecchietta poi ho bolsamente versato un litro di caffè rovente-, ma soprattutto ACCANTO.

Tokyo Tower. Dall'alto.Siamo giunti a Tokyo-Narita con sulla schiena un jet-lag che chiedeva informazioni ai passanti per conto suo. Un’ora e mezzo di autobus -e qui apro un inciso: ci hanno chiesto “com’è uscire dall’aeroporto e trovarsi a Tokyo”. Sono sessantasei kilometri, da Narita a Tokyo; è come chiedere a uno che sbarca a Livorno com’è stato trovarsi vicino agli Uffizi- e via, al Keio Plaza Hotel.
Ovviamente, il check-in non si poteva fare subito; abbiamo approfittato delle TRE ore da aspettare per un giro di Shinjuku. Vi dico subito che evidentemente ci siamo persi, visto che le bellezze di Shinjuku le abbiamo trovate solo oggi, a cinque giorni di distanza.

Palazzo dell'ImperatoreIn camera, abbiamo smontato le valigie, montato il portatile, chiamato i Cicali vecchi via Skype per un saluto -dopo aver insegnato loro come usare Skype, posso insegnare al granito a nuotare- e siamo crollati.

AsakusaIl 22 c’è stata la visita guidata: con una guida dal nome di un manga soft-porno e una mandria di indiani più caciaroni dell’italiano medio, abbiam visitato la Torre di Tokyo, la piazza del palazzo dell’Imperatore, il tempio di Asakusa e una marchetta a un rivenditore di perle.
AkihabaraAppena finito il tour, siamo tornati per conto nostro ad Akihabara, per la quale eravamo transitati durante uno degli spostamenti, e nella quale ho già avviato le pratiche per richiedere la residenza. Non vi dico nulla, a parte tre parole: tecnologia, pachinko, cosplay.
A proposito di Pachinko:

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

Registrato di straforo, fingendo di scrivere un sms mentre mi si inchinavano davanti sei persone e mi indicavano una macchina e una poltroncina l’una. E intorno miliardi di palline d’acciaio che ruzzolavano. Roba da diventar grulli.
Abbiam cenato con l’equivalente di dodici euro in due, compresi sette euro di birre, e il resto
SUSHI!

Il giorno dopo… beh, lo recupero con calma :)

Cultura popolare

Follia

0 Commenti

Il bello di andare a Tokyo con un aereo pieno di giapponesi è che se guardi allarmato fuori dal finestrino e dici a voce nemmeno troppo alta “Ma quello non è Gamera?” metà dell’aereo salta dalla parte tua per vedere.

Non è vero, ma sarebbe stato bello. Peccato che non ci ho provato.

Sfida Diretta -o anche: Divertimento Sponsale

Follia

1 Commento

Simone desiderando sposare Debora, Scandicci decisero.
Scelsero data difficilmente dimenticabile: settembre duemilanove. Salirono domenica, sommando dame sognanti, divertiti signori.
Sacerdote dandy sacramenti discusse, divulgò saggezza, diede spettacolo di sagacia.
Due sposi scattarono dagherrotipi, scesero desco; sera discese.
Divagando, spumeggiando, desinarono.
Spossati, divertiti, scelsero, distribuirono, stampati doni.
Distillati scorsero, suonarono dimenticati spettacoli.
Saluti, dunque, domani sarà diverso, stanchi si, sposi sicuri, destinati durare.

Scene (arancioni) da un matrimonio

Dio li fa e poi li accoppa

7 Commenti

Se tutto è andato come doveva andare, in questo momento sono in volo verso il Giappone. Miracoli della pubblicazione programmata di Wordpress.
Se tutto è andato come doveva andare, i fotografi e la prode Sissa -la nostra salvavita, collega della Deb-battisissa mi hanno già dato gli indirizzi delle gallerie Flickr (o quant’altro) da linkarvi per farvi vedere come s’era messi ieri. Questa la prima prova:

Se non vedete nulla, qualcosa è andato storto.

Si, insomma, ci si dovrebbe esser sposati, ecco.
Ci siamo preparati bene, quantomeno, nonostane il Giochi senza Frontiere continuo che la sorte ha voluto darci in dono. Volete che vi narri i retroscena?
Si comincia dalla scelta della chiesa e del corso prematrimoniale, parecchio ma parecchio alternativi, ma dei quali sia io che la Deb abbiam già parlato qui, qui, qui e qui.
Poi, i millemila piccoli dettagli.
Se non vedete nulla, qualcosa è andato storto.
Le bomboniere? Si comprano online, a Sulmona. Tre giorni prima del sisma che ha devastato buona parte dell’Abruzzo.
Cosa ci mettiamo assieme? M&M’s coi nostri nomi e la data. Arrivano in gran parte crepate, occorre un nuovo ordine.Se non vedete nulla, qualcosa è andato storto.
Le pubblicazioni religiose? Il prete della parrocchia della Deb, normalmente irreperibile, in un momento di reperibilità, sbaglia il mio nome (come se Simonefabio esistesse) e posticipa tutta la burocrazia -pubblicazioni civili, Curia, quant’altro- di due settimane. Sotto agosto. Quando la parte burocratica civile è fatta -tempi comunali e cortesia da record- e manca solo il suo “visto si sposi” per portare tutto in Curia, ohp!, lui è in ferie. Quando torna, dobbiamo esserci tutti e due, Se non vedete nulla, qualcosa è andato storto.mi fa firmare le rinunce alla patria potestà in materia di educazione dei figli, chiede a Deb se la obbligo a sposarmi (no, è solo pazza), e compila i fogli in maniera che in Curia glieli rimandano indietro per non so quale vizio di forma. Roba che se non mi rassicuravano l’ufficiale d’anagrafe a Campi prima e l’assistente del parroco celebrante poi, gli avevo riempito le acquasantiere di sodio metallico e soda caustica in polvere. Ma se leggete questo vuol dire che è andata bene. O che mi son Se non vedete nulla, qualcosa è andato storto.dimenticato di bloccare la pubblicazione automatica, preso da altre beghe. Francamente spero la prima.

Torniamo a noi. La confezione delle bomboniere con gli M&M’s è spettata alle agili manine della Deb, che ne ha fatte 200 in due pomeriggi, invece di godersi le ferie, coadiuvata anche da una macchinetta-supporto-forma creata dal su’babbo, il mi’geniale suocero. Reperire il tulle e il nastro, farsi stampare gli adesivucci, invece è stato un buon lavoro di squadra. E’ venuto un cesto tanto bello che pure la mi’infallibile mamma ha dovuto dire “Mai mi sarei aspettata un così bel risultato”.
1
La scelta delle musiche -tacitamente avallate (oddio, più che tacitamente, visto che la malleveria è stata “fate voi, dev’essere una festa”, dovrei dire “irresponsabilmente”) da Don Giorgio è stata più travagliata. Il mio ingresso -al momento in cui scrivo non riesco ancora a immaginare la reazione della mi’mamma, ma spero che la prenda bene, visto che “dev’essere una festa” e che sa che nè io nè la Debora 2siamo normali- è stato accompagnato da un medley della marcia nuziale e quella imperiale di Guerre Stellari… qualche nota per l’abbocco ai presenti, e poi il prode Rick ha cambiato tema. Se il tempismo è stato buono, chi ha capito ha sorriso… e spero che ci sia un filmato, come spero che ci sia un filmato dell’uscita, sulle note di “Happy together” dei Turtles, che ha sostituito “Tema” dei Giganti col minimo preavviso possibile per un musicista serio e dei coristi a modo. Però avevano a che fare con me e la Deb, poverelli, che si potevano aspettare?
Io non ero vestito solo fico, ero strepitoso. La prima volta che sono andato a sentire per il vestito, m’han messo un catalogo di tre kg in mano e m’han detto cifre come “1500, più cintura scarpe e camicia”. Aha, come no. Se va bene, lo uso una volta sola, _se va bene_. Ohp, stessa marca, outlet di Barberino: meno della metà, camicia compresa. Attenti a sinist'E visto che non sono un nababbo, ho pure pagato un quarto del prezzo di listino (scan-da-lo-so! è roba che va in terra e sotto i piedi, ve ne ricordate? ci si pesta le merde, non è un’apparecchiatura che salva le vite in sala operatoria) nel negozio accanto, delle opportune calzature. I gemelli sono un acquisto da un cliente della Deb che produce camicie.
Con la stoffa avanzata dalla messa a misura lo stilista (no, dico, “lo stilista,” mica cacca, lavora per produzioni teatrali) che ha ideato, tinto la stoffa e cucito il vestito della Deb, ha fatto pure la fascia per la mia mezza tuba. Eh, si, eh!Poi ha deciso che non ci stava bene, e voleva farne un fiocco ottocentesco. Poi niente nemmeno di quello, una cravatta bellissima a fazzoletto color avorio antico che mi piace da matti ma, ahimè, non batte la prima che ho acquistato. Mi spiace, Lucio.
Si, sono sceso dall’auto, ho intrattenuto i convitati e presumibilmente ho fatto gran parte delle foto con mezza tuba e bastone da passeggio, anche questo una sciccheria (da leggersi con la erre gutturale: “Cold Steel City Stick: vetRoResina indistRuttibile per il bastone, acciaio a specchio per il pomo. Una potenza d’impatto devastante… perchè il matRimonio è una gueRRa peR il buongusto dove il Ricco pRevale sul pRoletaRio accapaRRandosi gli accessoRi più letali”).
Già, l’auto. Un maggiolone arancione? rosa? un furgoncino Volkswagen hippy? una BMW grigia e banale? fino ai primi di settembre -spero, visto che scrivo a metà agosto e avremo notizie solo per quella data, e solo poi correggerò questo post- non l’abbiamo saputo per certo. Il furgone è stata la scelta definitiva, edito infine: verde pistacchio addobbato con tulle arancio, è alla fine un cono gelato lisergico.Potevano i miei testimoni essere normali?
Il vestito della Deb lo vedete -forse- in foto, visto che fino all’ultimo momento è stato per me un perplimente mistero, ovviamente. Ho visto prima -e di poco- solo il fiore di stoffa coordinato da mettermi all’occhiello, fonte di mille speculazioni.
I miei testimoni, dai cinque che volevo -imbarazzo totale, visto che avrei dovuto escluderne uno, presumibilmente mediante roulette russa-, con la defezione di Rick, impegnato a suonare, e del mi’fratello, impegnato a vomitarmi nella tuba fuori dalla chiesa a causa dei suoi attacchi di claustrofobia e demofobia (è di famiglia) aggravati da fiori e incenso, son diventati tre.Bomboniere
Tre persone che in un modo o nell’altro mi sopportano e accompagnano da almeno quindici anni, e per i quali ho ordinato una bomboniera speciale, che fosse utile e stravagante, ricordasse me come tipo di oggetto -ebeh- e che recasse inciso un diretto richiamo al matrimonio… insomma, spero che riescano a portarseli in tasca e a sorridere ogni volta che li usano.

Il viaggio di nozze è stato l’unica cosa certa: Giappone, il tal itinerario -che potete vedere ancora per un po’ cliccando qua a destra-, i tali giorni, la tale agenzia. Il pagamento un po’ meno. Come ci aveva avvisato l’agente di viaggio, le quote della lista di nozze sono arrivate tutte assieme negli ultimi quindici giorni. Ciò non toglie che fino a lunedì scorso io e Deb ci stessimo cacando sotto per il terrore di dover recuperare ennemila euro per non dover convertire il viaggio con uno a Riccione, che fa rima ma non è la stessa cosa.
C'erano anche i marozzo/bande ner
Le partecipazioni, ideate dalla Deb, le vedete qualche post qui sotto. I capi le avevano promesso “ci pensiamo noi”. Ovviamente, come sempre succede quando si promette qualcosa con tanta sicurezza, altre faccende più pressanti li hanno distratti, e la povera Figlioluccia, anima di pubblicitaria, ha dovuto inventarsi tutte quelle balle sul mio conto per rendermi simpatico ai parenti.

topperIl cake topper come lo volevamo noi, scanzonato e magari autobiografico, tipo due tatini al computer che si sorridevano, e magari che ci somigliassero -”Si, come no, America!”- NON ESISTE. Lo dico con sicurezza, perchè s’è cercato, almeno con due su tre delle qualità suespresse. Non era nemmeno realizzabile, visto che l’unica persona con la manualità adatta che conosco l’ha rimosso dalla memoria almeno due volte, come si fa coi concetti estranei al senso comune.
Insomma, se ne è preso uno tenero, inusuale, direttamente dagli iuessèi, niente coppia col palo in culo, ma due tatini seduti sul bordo torta che si sbaciucchiano.
E ci piace.

Il ristorante e i rinfreschi, o almeno la loro pianificazione, sono stati travagliati.
Assai. Che vi basti sapere “assai”, visto che i ricordi dei dettagli sono per me ancora dolorosi.
Sia per il tempo atmosferico incerto fino all’ultimo (“Fuori si sta bene, ma dentro più di cento sarà un problema”), sia per l’impossibilità di trasportare ennemila bellissime tartine fatte in casa nel bagagliaio di un SUV senza mescolarle come una mano di briscola, sia per la difficoltà di trovare qualcuno che sporzionasse e versasse due bicchieri di spumante senza chiederti in cambio l’anima del primogenito.
idromeleA fine pasto abbiamo offerto il mio idromele, etichettato dall’ottima Circetta, sigillato a ceralacca e dotato di capsula sul tappo cognac richiudibile, da me e da un paziente genitore proprietario della MIA* pistola ad aria calda.
Nel momento in cui scrivo, spero ancora che sia gradito da amici e parenti, se no tocca regalare le bottiglie ammezzate ai compagni di sala d’arme, che di solito gradiscono assai l’idromele di “Nerocorvo”:)

Danze, e poi un rimbalzo sul letto in albergo, pronti a partire verso il Giappone… e magari integrerò la cronaca e le notizie più avanti, ok? :D

*Si, vabbè, ne avevo comprata una io, mio padre l’ha fusa, ne ha comprata un’altra da darmi in sostituzione, se l’è tenuta. E va pure bene così perchè quella che ha comprato lui se la lasci da sola fa il caffè e predica alle genti, la mia spargeva polonio in giro.

Work in progress

Dio li fa e poi li accoppa

5 Commenti

…Stiamo lavorando per rendervi edotti.
Intanto, perculatemi per questa, va’ :)

SIMONE 2 WEB