Ho partecipato a un contest letterario senza premi. Ci hanno fornito la trama -non il tema, proprio la trama, comprensiva di personaggi, ambientazione e quant’altro- e limite di caratteri.
Ho scritto e ho dovuto revisionare, sfoltire, aggiustare. Nella mia megalomania, suppongo che vi interessi qualcosa del processo, e vi illustro i passaggi. Mi limito a 3, ok?
COM’ERA:
28 Minuti - 8600 caratteri, prima versione
“Madre, i miracoli li faceva solo il su’principale, e l’hanno inchiodato”
La Superiora ci rimane un po’ male e non dice niente, ma che cavolo pretendeva dandomi una lista di cose da prendere lunga un braccio e con tanto di nomi dei prodotti? È già tanto se torneremo, figurarsi se potremo stare a scegliere. Ringrazi che non ci mando lei, a cercare da mangiare per tutti i suoi vecchi.
Ospizio del cazzo. Accidenti a me e quando ho preso il lavoro. Ogni giorno c’è qualche sciacquone che versa, un lavandino intasato e queste suore, tanto brave a chiedermi poi lo sconto sulla chiamata o i materiali con la manina sul crocefisso attaccato al collo, non son buone a versare del disgorgante. E accidenti a quando a lavandino sturato ho accettato il caffè invece di rimontare sul furgone, farmi aprire quel cancello e andare a casa. Almeno saprei che fine ha fatto la mi’moglie, che a casa non risponde da una settimana, da quando è cominciato il casino, e i cellulari hanno smesso di funzionare quasi subito. Il tempo di chiamare Michele, chiedere se i Vigili Urbani sapevano qualcosa di quella massa urlante e incazzata fuori dal parco e dal cancello che all’inizio pareva un litigio di strada, poi una rissa, poi guerriglia che il G8 in confronto erano i papaboys. “No, ne sappiamo poco anche noi, ma tutta Firenze è così. Pare ‘28 giorni dopo’, i colleghi in strada dicono che la gente s’ammazza senza motivo; ma s’ammazza proprio, Simone, te dove sei?”. Insomma, son rimasto qui, dietro le mura e il parco dell’ospizio delle Sorelle blablabla della blablabla, che borbottando santissimi e altissimi, segni della croce come se grandinassero, s’eran subito accalcate nella stanza della Superiora, più alta e dalla parte della strada, a vedere da lontano la gente che scendeva in strada o, peggio, veniva tirata fuori dalle finestre, e veniva ammazzata di botte o si univa a quei pazzi furiosi. Chiamateli come volete, pazzi, rabbiosi, anche zombie, però a terra ne son rimasti un paio, ghiacciati da un fucile da caccia o da una coltellata allo stomaco, e son cristiani come noi, altro che “solo alla testa”.
Insomma, usciamo io e il ragazzetto, Paolino, che è alto quanto me e largo il doppio, e che magari nel bisogno si sa difendere meglio di me, ma di certo anche se ha insistito per accompagnarmi ha una paura che non smette di tremare. Io con lui mi trovo a disagio, che ho saputo praticamente ieri che “mongolismo” non è un’offesa ma un termine medico, che ‘sti poveri ragazzi non possono fare sforzi perché il cuore è quel che è, e che soprattutto la malattia varia da caso a caso e che Paolino è quasi e dico quasi normale. Insomma, non mi devo far fregare dagli occhi, e capire che quando ha detto che voleva uscire anche lui sapeva cosa diceva. La su’mamma tanto è lì che piange in camera del su’nonno dall’inizio, mi pare che abbia poca voce in capitolo.
Insomma, saliamo sul furgone, svuotato delle mie cose. Le suore sono al cancello, che devono aprirlo e soprattutto chiuderlo velocemente. La cuoca ha nel grembiule un coltello da macellaio, e un altro paio si appoggiano a tubi d’acciaio, che ha detto il Cardinale che i rabbiosi “ormai sono bestie senz’anima ed è un dovere difenderci”. Avevano dato un coltellaccio anche a Paolino, ma poi l’abbiamo scambiato con la mia giratubi grossa, che se si tira quella in un ginocchio si fa meno male; speriamo bene comunque, che da due giorni non si sentono più urla, non si vedono rabbiosi, e magari alla Coop s’arriva e si torna senza problemi, o si trova qualcuno per sapere se è sicuro uscire. Di certo, nessuno c’è venuto a cercare.
Usciamo sgommando appena c’è spazio per il furgone tra i battenti del cancello, che si chiude praticamente contro il portellone posteriore. Paolino si sta mangiando il labbro inferiore, e guarda avanti, alto, mentre zigzago per evitare i corpi sulla strada, un puzzo di morto che fa male.
Io sento lo stomaco grosso come una nocciola, ma faccio finta di nulla e di non aver paura. “Allora, Paolino, mi raccomando, nel caso ci fossero problemi scappa, torna al furgone, chiuditi dentro e aspettami.” Sorrido a forza “Mi raccomando, non lasciarmi alla Coop”.
Lui risponde solo “Non so guidare bene”, senza smettere di guardare avanti. Non so se essere contento o preoccuparmi. Almeno per strada non c’è nessuno, né rabbiosi né auto, a parte un paio agli incroci, lo sportello del guidatore aperto.
Il parcheggio della Coop invece è pieno. Auto e cadaveri, in pessimo stato entrambi. Sono costretto a passare sopra un paio di donne per salire sul marciapiede e arrivare all’ingresso. Paolino chiude gli occhi e stringe i pugni e i denti. Faccio manovra e entro in retro fino al tornello d’ingresso, lo butto giù e arrivo col portellone praticamente contro il banco della frutta, ormai andata. Per fortuna c’è il lucernario, altrimenti stare in penombra colla puzza di marcio sarebbe stato troppo anche per me.
“Aspetta un attimo ad aprire”.
Non arriva nessuno.
Scendiamo, agguantiamo due carrelli, entrambi già mezzi pieni. “Non prendere niente dai frigo, non guardare i morti, prendi solo scatolette. Io prendo prima le medicine.” Il tizio col diabete la vedrà bigia, che qui non c’è che la parafarmacia, ma ha scorte per un’altra settimana, si starà a vedere.
Paolino butta intere bracciate di scatolame nel carrello, lo riempie , poi corre al furgone e lo svuota sul pianale come una carriola.
Un quarto d’ora di corsa dopo, siamo sudati per lo sforzo e soprattutto per la paura, non ci scambiamo che un “È ancora tutto qui” “Già”. Non aggiungo altro, che Paolino sa cosa intendo: non c’è più nessuno che venga a prendere niente.
Siamo davanti all’Ospizio delle Suore blablabla della blablabla che ancora i barattoli sul pianale non hanno smesso di rotolare. Le suore non vengono ad aprire. Dove cazzo sono?
Alzo gli occhi verso la villa, in cima alla collinetta del parco: alle finestre vedo le vesti grigie delle suore. Perché non vengono? Paolino allunga un braccio e suona il clacson, e mentre suona sento un colpo alla carrozzeria. Nel retrovisore vedo spuntare due rabbiosi. Ho paura, perché negarlo? Sento il loro odore a finestrino chiuso. Tolgo la mano di Paolino dal clacson: “Fermo, se no ne arrivano altri”. “Altri?”. Non li aveva visti, ma quando cominciano a tempestare di pugni il mio sportello Paolino inizia a urlare. Mentre prendo, dopotutto, la giratubi invece del coltello dal cruscotto vedo la Superiora che corre verso il cancello. “Paolino, appena è aperto, entra, poi scendi e aiuta a chiudere.” Apro di botto, tiro un calcio in faccia al primo pazzo e salto giù dal furgone mentre chiudo lo sportello. Paolino prende il volante e guarda avanti, vedo con la coda dell’occhio mentre meno il rabbioso rimasto in piedi. O almeno ci provo. Mi pianta le unghie nella tuta e prova a mordermi.
Gli caccio la giratubi tra i denti, e poi spingo e faccio leva. Si allontana, gli tiro una bella botta alla tempia. Cade. Uno andato. L’altro l’ho di nuovo addosso, e gli allungo un sinistro sul viso che già gli sanguina per il calcio. Cazzo, se fa male anche alla mano! Il motore del furgone sale di giri, e il paraurti sfrega contro il cancello finendolo di aprire. Fanculo. Pianto la chiave prima nello stomaco, poi in faccia allo stronzo. Cade anche lui, mentre urlo “Muori, muori, muori!” Entro di corsa nel parco. Quella testa di cazzo di Paolino chiude tutto assieme alla puttana, e ride di sollievo mentre lo fa, e quella risata goffa mi urta. “Cosa cazzo ridi, stronzo?” gli urlo in faccia mentre lo prendo per il collo. Vedo tutto rosso. Vedo appena che la mia mano sinistra ha le nocche sbucciate e insanguinate. Capisco. “Colpa tua, troia!”, urlo alla puttana di merda senza lasciare andare il mongoloide, “Colpa tua!”. Salto addosso alla puttana, voglio strapparle gli occhi, e subito sento male alla schiena. Due, tre, quattro fitte, maledetto tutto. Mi giro e il mongoloide piange e ha quel cazzo di coltello in mano, rosso e lucido. Cado all’indietro. Il cielo, solo il cielo, in fondo a un tunnel sempre più stretto.
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COM’È:
28 Minuti - 6000 caratteri, versione in concorso
”Madre, i miracoli li faceva solo il su’principale, e l’hanno inchiodato”
La Superiora mi guarda male e non dice niente, ma che cavolo pretendeva dandomi una lista di cose da prendere lunga un braccio e con tanto di nomi dei prodotti?
Sarà già tanto se torneremo, figurarsi se potremo stare a scegliere. Ringrazi che non ci mando lei, a cercare da mangiare per tutti i suoi vecchi, le suore, me e una donna con un ragazzetto Down di una ventina d’anni in visita al nonno.
Ospizio del cazzo. Accidenti a me e quando ho preso il lavoro. Ogni giorno c’è qualche sciacquone che versa, un lavandino intasato e queste suore, tanto brave a chiedermi poi lo sconto con la manina sul crocefisso attaccato al collo, non son buone a versare del disgorgante. E accidenti a quando a lavandino sturato ho accettato il caffè invece di risalire sul furgone, farmi aprire quel cancello e andare a casa.
Invece ho perso tempo a chiamare Michele, chiedere se i Vigili Urbani sapevano qualcosa di quella massa urlante là fuori, che all’inizio pareva una rissa, poi guerriglia che il G8 in confronto erano i papaboys. Telefoni e corrente hanno smesso di funzionare subito dopo, e nessuno sapeva nulla se non che pareva “28 giorni dopo”: rabbia e morti.
Alla fine sono rimasto qui, dietro le mura e il parco dell’ospizio delle Sorelle blablabla della blablabla, che borbottando santissimi e altissimi, segni della croce come se grandinassero, s’eran subito accalcate nella stanza della Superiora, più in alto e dalla parte della strada, a guardare da lontano la gente che scendeva in strada o, peggio, veniva tirata fuori dalle finestre, e veniva ammazzata di botte o si univa a quei pazzi furiosi.
Insomma, usciamo io e il Down, Paolino, che è alto quanto me e largo il doppio, e che magari nel bisogno si sa difendere meglio di me, ma di certo anche se ha insistito per accompagnarmi ha paura e non smette di tremare. Ho saputo praticamente ieri che “mongolismo” non è un’offesa, che il Down varia da caso a caso e che Paolino è quasi e dico quasi normale, e che, quando ha detto che voleva uscire anche lui, sapeva cosa diceva. La su’mamma tanto non fa altro che piangere dall’inizio, mi pare che abbia poca voce in capitolo.
Saliamo sul furgone. Le suore sono al cancello, che devono aprire e soprattutto chiudere velocemente. La cuoca ha nel grembiule un coltello da macellaio, che aveva detto il Cardinale alla radio che i rabbiosi “ormai sono bestie senz’anima ed è un dovere difenderci”. Avevano dato un coltellaccio anche a Paolino, ma poi l’abbiamo scambiato con la mia giratubi grossa, che se si tira in un ginocchio quella si fa meno male; speriamo bene comunque, che da due giorni non si sentono più urla, non si vedono rabbiosi, e magari alla Coop si va e si torna senza problemi, o si trova qualcuno per avere informazioni.
Di certo, nessuno c’è venuto a cercare.
Scattiamo appena c’è spazio per il furgone tra i battenti del cancello, che si chiudono praticamente contro il portellone posteriore. Paolino si sta mordendo il labbro inferiore, e guarda avanti, in alto, mentre zigzago per evitare i corpi sulla strada vuota, un puzzo di morto che fa male.
Se fossimo rimasti solo noi, di normali, sarebbe un bello scherzo. La suora più giovane ha cinquant’anni, e il down non camperebbe da solo mezz’ora.
Se nei film l’uomo resta sempre per ripopolare il pianeta, qui per me butta male.
Sento lo stomaco grosso come una nocciola, ma faccio finta di nulla e di non aver paura.
“Allora, Paolino, mi raccomando, nel caso ci fossero problemi scappa, torna al furgone, chiuditi dentro e aspettami.” Sorrido a forza “Mi raccomando, non lasciarmi là”.
Lui risponde solo “Non so guidare bene”, senza smettere di guardare avanti. Non so se essere contento o preoccuparmi.
Il parcheggio della Coop è pieno. Auto e cadaveri, in pessimo stato entrambi. Sono costretto a guidare sopra un paio di corpi per salire sul marciapiede e arrivare all’ingresso. Paolino chiude gli occhi e stringe i pugni e i denti. Faccio manovra e entro in retro praticamente fino al banco della frutta ormai marcia.
“Aspetta un attimo ad aprire”.
Non arriva nessuno.
Scendiamo, agguantiamo due carrelli. Per fortuna c’è il lucernario, altrimenti stare in penombra con l’odore che c’è sarebbe stato troppo anche per me.
“Non prendere niente dai frigo, non guardare i morti, prendi solo scatolette.”
Paolino riempie il carrello con intere bracciate di scatolame, poi corre al furgone e svuota tutto sul pianale come una carriola, guardandosi intorno spiritato.
Un quarto d’ora di corsa dopo, siamo sudati per lo sforzo e soprattutto per la tensione; non ci scambiamo che un “È ancora tutto qui” “Già”. Non aggiungo altro, che Paolino sa cosa intendo: non c’è più nessuno che venga a prendere niente.
Siamo davanti all’Ospizio delle Suore blablabla della blablabla che ancora i barattoli non hanno finito di assestarsi sul pianale.
Nemmeno mezz’ora in tutto.
Le suore non vengono ad aprire. Dove cazzo sono?
Alzo gli occhi verso la villa, in cima alla collinetta del parco: alle finestre vedo le vesti grigie delle suore. Perché non vengono? Paolino si allunga dalla mia parte, suona il clacson, e mentre suona sento un colpo alla carrozzeria. Nel retrovisore vedo spuntare due rabbiosi. Ecco perché.
Ho paura, perché negarlo? Sento il loro odore anche a finestrino chiuso.
Tolgo la mano di Paolino dal clacson: “Fermo, se no ne arrivano altri”. “Altri?”.
Non li aveva visti, ma quando tempestano di pugni il mio sportello Paolino inizia a urlare. Mentre raccolgo da terra, dopotutto, la giratubi, vedo la Superiora che corre verso di noi.
“Paolino, appena è aperto, entra, poi scendi e aiuta a chiudere.” Apro di botto, tiro un calcio in faccia al primo pazzo e salto giù mentre chiudo lo sportello. Paolino prende il volante e guarda avanti, vedo con la coda dell’occhio mentre picchio il rabbioso rimasto in piedi. O almeno ci provo. Lui mi pianta le unghie nella tuta e prova a mordermi.
Gli caccio la pinza tra i denti, e poi spingo e faccio leva. Si allontana, gli tiro una bella botta alla tempia. Cade. Uno andato. L’altro l’ho di nuovo addosso, e gli allungo un sinistro sul viso che già gli sanguina per il calcio. Cazzo, se fa male anche alla mano! Il motore del furgone sale di giri, e il paraurti sfrega contro il cancello finendolo di aprire. Fanculo. Pianto la pinza prima nello stomaco, poi in faccia allo stronzo. Cade anche lui, mentre urlo “Muori, muori, muori!” Entro di corsa nel parco. Quella testa di cazzo di Paolino chiude tutto assieme alla puttana, e ride di sollievo mentre lo fa, e quella risata goffa mi urta. “Cosa cazzo ridi, stronzo?” gli urlo in faccia mentre lo prendo per il collo. Vedo tutto rosso. Vedo appena che la mia mano sinistra ha le nocche sbucciate e insanguinate. Capisco. “Colpa tua, troia!”, urlo alla puttana di merda senza lasciare andare il mongoloide, “Colpa tua!”. Salto addosso alla puttana, voglio strapparle gli occhi e la gola, e subito sento male alla schiena. Due, tre, quattro fitte, maledetto tutto. Mi giro e il mongoloide piange e ha quel cazzo di coltello in mano, rosso e lucido. Cado all’indietro che ancora urlo.
Il cielo, solo il cielo in fondo a un tunnel sempre più stretto. Cazzo, addio pure al fottuto piane-
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COME AVREBBE POTUTO ESSERE:
28 Minuti - 9205 caratteri, versione ritoccata semidefinitiva: integrata l’ambientazione, corrette delle ambiguità (la stanza “alta” si capisce solo a Firenze, ad es.) e diversi errori, ridondanze e svarioni. Tanti, ma non tutti, temo.
“Madre, i miracoli li faceva solo il su’principale, e l’hanno inchiodato”
La Superiora ci rimane un po’ male e non dice niente, ma che cavolo pretendeva dandomi una lista di cose da prendere lunga un braccio e con tanto di nomi dei prodotti? È già tanto se torneremo, figurarsi se potremo stare a scegliere. Ringrazi che non ci mando lei, a cercare da mangiare per tutti i suoi vecchi.
Ospizio del cazzo. Accidenti a me e quando ho preso il lavoro. Ogni giorno c’è qualche sciacquone che versa, un lavandino intasato e queste suore, tanto brave a chiedermi poi lo sconto sulla chiamata o i materiali con la manina sul crocefisso attaccato al collo, non son buone a versare del disgorgante. E accidenti a quando a lavandino sturato ho accettato il caffè invece di rimontare sul furgone, farmi aprire quel cancello e andare a casa. Almeno saprei che fine hanno fatto tutti, che non si riesce a contattare nessuno da una settimana, da quando è cominciato il casino: i cellulari hanno smesso di funzionare quasi subito, la corrente poco dopo. Invece ho perso tempo a chiamare Michele, chiedere se i Vigili Urbani sapevano qualcosa di quella massa urlante e incazzata spuntata dal nulla fuori dal parco e dal cancello, che all’inizio pareva un litigio di strada, poi una rissa, poi una guerriglia che il G8 in confronto erano i papaboys. “No, ne sappiamo poco anche noi, ma tutta Firenze è così. Pare ‘28 giorni dopo’, i colleghi in strada dicono che la gente s’ammazza senza motivo; ma s’ammazza proprio, Simone, te dove sei?, restaci se è il caso”. Insomma, son rimasto qui, dietro le mura e il parco dell’ospizio delle Sorelle blablabla della blablabla, che borbottando santissimi e altissimi, segni della croce come se grandinassero, s’eran subito accalcate nella stanza della Superiora, più in alto e dalla parte della strada, a guardare da lontano la gente che scendeva in strada o, peggio, veniva tirata fuori dalle auto e dalle finestre, e veniva ammazzata di botte o si univa a quei pazzi furiosi. Chiamateli come volete, pazzi, rabbiosi, anche zombie, però a terra ne son rimasti un paio, ghiacciati da un fucile da caccia o da una coltellata allo stomaco, e son cristiani come noi, altro che “solo alla testa”.
Quella sera m’hanno preparato un letto in una stanza dell’ospizio e s’è aspettato.
Per i primi due giorni abbiamo avuto corrente e televisione, e funzionava la cella frigorifera e si vedeva il telegiornale. Il casino pareva partito da via delle Panche o giù di lì, che tra ospedale e istituto farmaceutico militare non sapevano a chi dare la colpa, virus della rabbia, gas da guerra, o quel che era. S’aspettava un intervento dell’esercito, ma non s’è visto nulla.
Ora tocca uscire fuori a trovare qualcosa da mangiare per me, dodici suore, otto pazienti, una parente in visita e un ragazzetto down di una ventina d’anni. Ventitré: il culo. Speriamo.
Insomma, usciamo io e il ragazzetto, Paolino, che è alto quanto me e largo il doppio, e che magari nel bisogno si sa difendere meglio di me, ma di certo anche se ha insistito per accompagnarmi ha una paura che non smette di tremare. Io con lui mi trovo a disagio, che ho saputo praticamente ieri che “mongolismo” non è un’offesa ma un termine medico, che ‘sti poveri ragazzi non possono fare sforzi perché il cuore è quel che è, e che soprattutto il Down varia da caso a caso e che Paolino è quasi e dico quasi normale. Insomma, non mi devo far fregare dagli occhi, e capire che quando ha detto che voleva uscire anche lui sapeva cosa diceva. La su’mamma tanto è lì che piange in camera del su’nonno dall’inizio, mi pare che abbia poca voce in capitolo.
Saliamo sul furgone, svuotato delle mie cose. Le suore sono al cancello, che devono aprire e soprattutto chiudere velocemente. La cuoca ha nel grembiule un coltello da macellaio, che aveva detto il Cardinale alla radio che i rabbiosi “ormai sono bestie senz’anima ed è un dovere difenderci”. Avevano dato un coltellaccio anche a Paolino, ma poi l’abbiamo scambiato con la mia chiave giratubi grossa, che se si tira in un ginocchio quella si fa meno male; speriamo bene comunque, che da due giorni non si sentono più urla, non si vedono rabbiosi, e magari alla Coop si va e si torna senza problemi, o si trova qualcuno per sapere se è sicuro uscire.
Di certo, nessuno c’è venuto a cercare.
Scattiamo avanti appena c’è spazio per il furgone tra i battenti del cancello, che si chiudono praticamente contro il portellone posteriore. Paolino si sta mordendo il labbro inferiore, e guarda avanti, in alto, mentre zigzago per evitare i corpi sulla strada, un puzzo di morto che fa male.
Se fossimo rimasti solo noi, di normali, sarebbe un bello scherzo. La suora più giovane ha cinquant’anni, e il down non camperebbe da solo mezz’ora.
Se nei film l’uomo resta sempre per ripopolare il pianeta, qui per me e il pianeta butta male.
Sento lo stomaco grosso come una nocciola, ma faccio finta di nulla e di non aver paura. “Allora, Paolino, mi raccomando, nel caso ci fossero problemi scappa, torna al furgone, chiuditi dentro e aspettami.” Sorrido a forza. “Mi raccomando, non lasciarmi alla Coop”.
Lui risponde solo “Non so guidare bene”, senza smettere di guardare avanti. Non so se essere contento o preoccuparmi. Almeno per strada non c’è nessuno, né rabbiosi né auto, a parte un paio agli incroci, tutte e due con lo sportello del guidatore aperto.
Il parcheggio della Coop invece è pieno. Auto e cadaveri, in pessimo stato entrambi. Sono costretto a guidare sopra un paio di corpi per salire sul marciapiede e arrivare all’ingresso. Paolino chiude gli occhi e stringe i pugni e i denti. Faccio manovra e entro in retro fino al tornello d’ingresso, lo butto giù e arrivo col portellone praticamente contro il banco della frutta, ormai marcia. Per fortuna c’è il lucernario, altrimenti stare in penombra colla puzza di marcio sarebbe stato troppo anche per me, che una volta ho levato un gatto da uno scarico in cui era stato due settimane. Almeno quello era morto e basta.
“Aspetta un attimo ad aprire”.
Non arriva nessuno.
Scendiamo, agguantiamo due carrelli, entrambi ancora mezzi pieni. “Non prendere niente dai frigo, non guardare i morti, prendi solo scatolette. Io prendo prima le medicine.” Il povero Cenni col diabete la vedrà bigia, che qui non c’è che la parafarmacia, ma ha scorte per un’altra settimana, si starà a vedere.
Paolino riempie il carrello con intere bracciate di scatolame, poi corre al furgone e svuota tutto sul pianale come una carriola guardandosi intorno spiritato.
Un quarto d’ora di corsa dopo, sudati per lo sforzo e soprattutto per la tensione, non ci scambiamo che un “È ancora tutto qui” “Già”. Non aggiungo altro, che Paolino sa cosa intendo: non c’è più nessuno che venga a prendere niente.
Siamo davanti all’Ospizio delle Suore blablabla della blablabla che ancora i barattoli sul pianale non hanno finito di assestarsi. Nemmeno mezz’ora in tutto.
Le suore non vengono ad aprire. Dove cazzo sono?
Alzo gli occhi verso la villa, in cima alla collinetta del parco: alle finestre vedo le vesti grigie delle suore. Perché non vengono? Paolino si allunga dalla mia parte e suona il clacson, e mentre suona sento un colpo alla carrozzeria. Nel retrovisore vedo spuntare due rabbiosi. Ecco perché.
Ho paura, perché negarlo? Sento il loro odore a finestrino chiuso. Tolgo la mano di Paolino dal clacson: “Fermo, se no ne arrivano altri”. “Altri?”. Non li aveva visti, ma quando tempestano di pugni il mio sportello Paolino inizia a urlare. Mentre raccolgo da terra, dopotutto, la giratubi, vedo la Superiora che corre verso di noi.
“Paolino, appena è aperto, entra, poi scendi e aiuta a chiudere.” Apro di botto, tiro un calcio in faccia al primo pazzo e salto giù mentre chiudo lo sportello. Paolino prende il volante e guarda avanti, vedo con la coda dell’occhio mentre picchio il rabbioso rimasto in piedi. O almeno ci provo. Lui pianta le unghie nella tuta e prova a mordermi.
Gli caccio la chiave tra i denti, e poi spingo e faccio leva. Si allontana, gli tiro una bella botta alla tempia. Cade. Uno andato. L’altro l’ho di nuovo addosso, e gli allungo un sinistro sul viso che già gli sanguina per il calcio. Cazzo, se fa male anche alla mano! Il motore del furgone sale di giri, e il paraurti sfrega contro il cancello finendolo di aprire. Fanculo. Pianto la chiave prima nello stomaco, poi in faccia allo stronzo. Cade anche lui, mentre urlo “Muori, muori, muori!”. Entro di corsa nel parco. Quella testa di cazzo di Paolino chiude tutto, assieme alla puttana, e ride di sollievo mentre lo fa, e quella risata goffa mi urta. “Cosa cazzo ridi, stronzo?” gli urlo in faccia mentre lo prendo per il collo. Vedo tutto rosso. Vedo appena che la mia mano sinistra ha le nocche sbucciate e insanguinate. Capisco. “Colpa tua, troia!”, urlo alla puttana di merda senza lasciare andare il mongoloide, “Colpa tua!”. Salto addosso alla puttana, voglio strapparle gli occhi e la gola, e subito sento male alla schiena. Due, tre, quattro fitte, maledetto tutto. Mi giro e il mongoloide piange e ha quel cazzo di coltello in mano, rosso e lucido. Cado all’indietro che ancora urlo. Il cielo, solo il cielo, in fondo a un tunnel sempre più stretto.
Cazzo, addio pure a ’sta merda di piane-