Attento a quel che desideri, potresti ottenerlo.
E viceversa.
Uno fa un passo indietro, e cambia prospettiva.
Questa notte, tra le una e le due, mentre facevo domande ad una mia amica ritrovata (storia lunga) mi son visto da fuori. Mentre le chiedevo che errori avesse fatto e non intendesse ripetere, me lo son chiesto anche per me. E’ questo l’unico modo SENSATO che ho per dare consigli: racconto agli altri i miei errori, e spero che non li ripetano, che almeno ne inventino di nuovi, come faccio io ogni giorno.
Ho fatto un passo indietro, dicevo e mi son visto come mi vedrebbe il mio fratello siamese: con tutte le informazioni, anche quelle che ai miei amici mancano, e con il necessario distacco per essere obiettivo.
Ho capito che se non riesco ad ottenere quella serenità che prèdico di volere, è perché non la cerco davvero.
Ho fatto un rewind e uno slow-motion di qualche scena della mia vita, continuando a raccontare e episodi terribili ed a modo loro edificanti per telefono, e ho visto battute volutamente ambigue, occasioni scansate, abbracci evitati. Non tante, ma quelle che bastano per capire che se avessi voluto consciamente e totalmente lasciarmi andare, avrei potuto non avere diverse insoddisfazioni che da qualche anno mi tiro dietro.
Intendiamoci, è bello essere indipendente, orgoglioso, piccoso e, diciamocelo, rompicoglioni. Però poi non mi posso lamentare se questa indipendenza e questo orgoglio mi impediscono di condividere una risata con qualcuno, o di raggiungere una meta sociale, lavorativa, o che so io, che avrei potuto raggiungere solo chinando un attimo il capo. A modo mio, evidentemente, cerco di restare solo e fedele ad un personaggio che non so se sono davvero io, ed evidentemente ne sono soddisfatto, a livello inconscio, se riesco a mandare segnali che son tutto l’opposto di quelli che dico e credo di voler mandare.
A che pro, tutto questo sfogo, quando giusto ieri ho scoperto di avere un “pubblico” silenzioso affezionato a questo mio blog ben più ampio di quanto credessi e che alla mia faccia stupita e forse imbarazzata m’ha chiesto “allora che scrivi a fare”?
Come ho già detto, un blog è uno sfogo personale; lo vedo come nudismo, una cosa che si fa per sé stessi, per essere a proprio agio. Che ci sia un pubblico, alla fine, se si va d’accordo col proprio corpo, non da fastidio, però è meglio se questo pubblico non si vede e non si sente, se no si cercano posizioni che ci facciano sembrare più belli di quel che siamo, pose plastiche e innaturali.
Diciamo che l’immaginare un pubblico muto e nemmeno troppo interessato mi serve a cercare d’essere il più chiaro possibile, per, di riflesso, aiutarMI a capirMI.
Bene. Io son qua. Per una volta, sotto il sole, ho visto qualcosa che nemmeno io sapevo d’avere (forse la metafora è andata troppo in là, adesso ne vedo il ridicolo
) e, per una volta, non me ne vergogno, mi limito ad accettarlo, nella speranza che smetta di rallentarmi (asp… vediamo se riesco ad “addirizzare” la suddetta metafora) come qualche kg in più che, inaspettato, ci troviamo attorno alla vita e ci impedisce di camminare spediti come vorremmo.
















