Orror vacui (si scriverà così?)
“La natura aborrisce il vuoto”, lessi secoli fa in un racconto di fantascienza.
E anche io, mi sono accorto.
Temo il vuoto.
Non sono agorafobico, no, non sono i grandi vuoti che mi spaventano, ma quelli piccoli, quelli più dannosi.
Odio l’infinitesimale spazio vuoto tra due persone che si abbracciano, che per quanto ogni volta io provi a stringere, resta lì, impedisce l’unione dei corpi e dei cuori.
Temo il vuoto tra le mie labbra e le orecchie di chi mi ascolta, che in qualche modo cambia, distorce, rende diverso ciò che dico da ciò che penso.
Odio il vuoto della mia casa nuova, dell’altro materasso, del posto del passeggero, del sedile accanto del cinema, delle chiamate ricevute sul cellulare, della posta in ingresso, del vuoto di significato del tempo mal impiegato.
Cerco sempre, per riempire i grandi vuoti della mia vita, di riempire i piccoli.
E allora riempio le caselline della mia agenda, tengo sempre piene le mie mani di attrezzi, cose da fare, oggetti da sistemare o guastare definitivamente, aggeggi in genere; e, ahimè, cerco di riempire, come insegnava il saggio King, il vuoto che ho dentro, in qualche posto, con qualsiasi cosa che riesca a passare da quel tritarifiuti che mi trovo al posto della bocca. Se non è pieno il cuore, che lo sia lo stomaco, no?
E adesso sto combattendo, cerco di riempire una pagina, con pensieri che sembrano fermarsi nello spazio tra dita e tastiera, sembrano perdere il significato che hanno dentro di me, diventando puerili nel bianco spazio vuoto di quest’editor.
Se leggete questo, vuol dire che ho avuto paura di cancellare anche solo questi scarabocchi.
Però una cosa mi rinfranca. Temo il vuoto perchè conosco il pieno.
















