Eutanasia del cinema italiano
Probabilmente c’era anche un altro lavoro da dare a Nuti per evitare che si suicidasse.
Giardiniere, posteggiatore, che so, fermacarte.
Invece no.
Abbiamo umiliato il cinema e l’immagine che avevamo di un Nuti attore (beh, quasi) e gli abbiamo dato da recitare in un film improponibile, dalla sceneggiatura raffazzonata e approssimativa, idiota e telefonata, dai dialoghi implausibili (”siamo perduti” chi l’ha mai detto o sentito dire fuori da un romanzo d’appendice?) in cui l’unica nota postiva è un Benvenuti che come al suo solito non sfigura.
Nuti non azzecca un’espressione, una mimica, una intonazione.
Davvero, recito meglio io, e di certo non impasto quel che dico come se fossi reduce da una notte a bere alcool e masticar farina, se mi ci metto.
Ci son cascato dentro quasi per caso, al cinema, indeciso tra quello e Herbie il maggiolino, visto che il thriller era stato escluso a priori dalla compagnia. Magari era meglio.
Mi fa rabbia vedere un piagnone incapace beccarsi sovvenzioni ministeriali all’Arte, quando ci sono buoni attori che fanno la fame, mi fa rabbia vedere una parte per cui altri avrebbero avuto più fisico e più faccia e più senso, e, magari, meno compiacenti primi piani, assegnata a uno che ha battuto i piedi a terra dopo esser stato causa del proprio fallimento.
Una possibilità si concede a tutti, è vero, però concediamogliela facendogli fare un ruoletto secondario, non guastiamo quel che di guastabile era rimasto -poco- assegnandogli un ruolo da protagonista in cui c’entra come, che so, Vitali a fare il neurochirurgo.
E, soprattutto, non con soldi anche miei, grazie, che già mi son pentito d’aver pagato il biglietto.
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