Per la terza parte
…pazientate ancora un po’…
..e non vi aspettate granchè, che sarà solo un pezzo d’unione…
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…pazientate ancora un po’…
..e non vi aspettate granchè, che sarà solo un pezzo d’unione…
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…niente castrazione chimica, fuori i reclutatori di terroristi, niente controlli a chi entra in casa nostra che chiedere le impronte digitali non è carino, buttiamo fuori e concediamo i benefici a stupratori e assassini, concediamo grazie a chi altezzosamente non le ha nemmeno chieste…
poi però non lamentiamoci, eh?
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Fa male. Cavolo, se fa male.
Eppure.
Stanotte l’ho sognata, il primo sogno che ricordi da settimane, dopo sonni bui e quieti.
Ero a casa sua, accanto al suo letto, e un gran sole entrava dalla finestra.
Lei rideva, felice, con addosso una delle sue canottierine improbabili, stavolta metá bianca e metá nera, per lei che assieme é stata fonte di tutte le mie gioie e tutti i miei dolori, mio yin e mio yang. “Mi trasferisco, finalmente lui s’é fatto sentire, e mi vuole con sé”
Lei rideva, e io piangevo sorridendo, ed ero felice, tant’é che mi son accorto di stare sognando dalla mia gioia, e m’é dispiaciuto svegliarmi. Sorridevo perche sapevo che tutto le sarebbe andato bene.
Ho capito, adesso.
Anche il mio/nostro “restiamo amici” non basta. Devo lasciarla in pace, smettere d’essere l’amico presente e speranzoso. Per lei, anche se ne muoio.
Chi ama gli uccelli li lascia volare senza gabbie o lacciuoli.
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“Una giornata ricca di soddisfazioni in amore, economiche, sul lavoro e personali, piena in serenità e allegria, in compagnia e in famiglia, prima o poi toccherà anche a voi, eh? Non disperate.”
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Svegliarsi in ore antelucane, per vedere, alle prime luci dell’alba, un Bambi che serafico attraversarti la strada.
Per fortuna andavo piano per il pericolo di ghiacciate, e più che frenare ho rallentato… quindi non è stato pericoloso nè per me nè per lui.
Come al solito, l’ho preso come un buon auspicio.
Domani vi so dire
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Come pretendere coerenza da un paese -a Firenze, ma dubito sia un’iniziativa locale- in cui nei tratti più pericolosi di strada (ad esempio in piazza Edison, all’incrocio tra viale Righi e via San Domenico, dove ogni tre per due bisogna girare intorno ad un CID) si attaccano cartelli con una tipa alla levrière* su uno scooter, in hot pants, notevol culo e coscialungata, e soprattutto la scritta “non ti distrarre”**?
*a novanta, a pigrecomezzi, a pecora per i più espliciti
** o qualcosa del genere, onestamente non ho focalizzato la scritta***
***appunto
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Giustamente, il buon Ruini propone che nei consultori ci siano degli antiabortisti http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2005/11_Novembre/18/ruini.shtml Trovo anche giusta “l’altra campana”, però quando non ha posizione predominante. Una si suppone in un consultorio ci vada per risolverli, i problemi, non per farsi venire anche quelli di coscienza religiosa. A quando i vegetariani in macelleria, atei a servir messa, pacifisti nella legione straniera?
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…il sole aspetta che io vada a rinchiudermi al lavoro per saltar fuori???
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Non andrà mai in fondo: vogliono togliere il 25% dei deputati.
Ce li vedete uno di questi i
Non andrà mai in fondo: vogliono togliere il 25% dei deputati.
Ce li vedete uno di questi incollati alla cadrega che votano per avere una possibilità su quattro di dover tornare a lavorare?
…108 (mi pare in meno) per (siamo ottimisti) 10000 eurI al mese (stipendio, bonus, pensioni cumulate, indennità, rimborsi, gettoni, portaborse, ecc.) sono circa 1.000.000 di euro in meno al mese aspirati dalle tasche degli italiani… Se devo citare un lato positivo della devolution, il primo che mi viene in mente è questo.
Peccato.ncollati alla cadrega che votano per avere una possibilità su quattro di dover tornare a lavorare?
…108 (mi pare in meno) per (siamo ottimisti) 10000 eurI al mese (stipendio, bonus, pensioni cumulate, indennità, rimborsi, gettoni, portaborse, ecc.) sono circa 1.000.000 di euro in meno al mese aspirati dalle tasche degli italiani… Se devo citare un lato positivo della devolution, il primo che mi viene in mente è questo.
Peccato.
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Scherzi a parte.
Ieri una mia amica di Empoli -evidentemente per vendetta ai miei inviti per le riunioni su massoneria, templari, alchimia, eccetera- mi manda un messaggio segnalandomi una conferenza sui Celti. Non pongo tempo in mezzo e chiamo il mio amico col Tork al collo, il quale non può.
Mi decido ad andare da solo. Non è vicinissimo, però stranamente non mi pesa.
Ovviamente, avendo avuto l’indirizzo solo per telefono, appena in Empoli, al primo semaforo, chiedo informazioni sulla via.
Il tipo abbassa il finestrino e risponde con “abito lì, ci sto tornando, seguimi”. Dovevo andare all’1, lui parcheggia davanti al civico 5.
Appena scendo dall’auto mi trovo davanti il cartello del Lettorio Rosacrociano che annuncia la conferenza per la serata.
Non mi torna il titolo, ovviamente. Approfitto di un tipo che entra nella sala riunioni -di cui noto che ha all’occhiello lo stesso ankh che io porto al collo- e chiedo lumi.
La riunione è un’altra, quindi, di un altro gruppo. Al muro sono appesi simboli alchemici, gli stessi spiegatici durante le conferenze da me citate all’inizio del post, quelle a cui avevo invitato anche la mia amica.
Mentre inizio a chiedermi se Empoli è il centro esoterico e culturale d’Italia, incontro il relatore della conferenza originaria… che scopro abitare a un passo dalla scuola di scherma in cui il mio amico col Tork in quello stesso istante sta tenendo lezione.
In maniera anche abbastanza inaspettata, la conferenza verte ben poco sui Celti e molto su esoterismo, correnti biogeomagnetiche, quei leys che ultimamente ho sentito nominare anche troppo spesso, i miti e la storia non ufficiale alla Kolosimo che mi sta tornando addosso dopo vent’anni, tutta assieme e ultimamente.
Insomma, ho passato un dopocena in deja-vu.
Se c’è un messaggio in tutto ciò -e di certo c’è- oltre a “ricomincia a drogarti di pseudoarcheologia e mistero”, non so quale sia. Suggerimenti?
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Ieri, dopo averlo tenuto sul palmare per due mesi, ho iniziato a vedere il film “la profezia” con Walken.
Nei primi dieci minuti un pazzo (il grande Brad Dourif) prima fa fuori un predicatore di strada, poi in una stanza d’hotel parla col Demonio che gli ha commissionato l’omicidio, e viene ricompensato con una sorta di esperienza mistica-estatica.
Sono molto abbattuto. O ho acquisito la capacità inconscia di leggere nelle memorie flash senza l’ausilio di mezzi esterni, o è un tema molto ritrito.
In ogni caso, vedrò di finire di vedere il film, così evito di copiare oltre.
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Ho sentito ieri al TG regionale e letto su La Nazione che quest’oggi la Polizia Provinciale è impegnata in una battuta di caccia al cinghiale sulla via Bolognese.
Dicono per contenere il numero dei suini.
Questi oggi timbrano il cartellino, poi, in orario di lavoro, per lavoro, anzi, vanno a fare una cosa per cui altri pagano fior fior di soldi e impiegano domeniche su domeniche. Ora, a parte che io son contrario alla caccia a priori, e che faccio rientrare gli incidenti di caccia nella più volte rammentata “selezione naturale”… ma com’è losca questa cosa???
Quale è la prossima operazione? Raccolta porcini per pulizia sottobosco?
Smaltimento carni di suino abbattuto, ife e miceli semipregiati e farina di mais ecciduo?
Almeno invitassero, alla polentata di cinghiale e funghi…
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L’ottimo (ah,ah) cardinalruini ha criticato urbi et orbi la finanziaria e la sperimentazione della pillola abortiva.
Ha ovviamente poi sottolineato la posizione di non ingerenza della chiesa e difeso la laicità dello stato italiano.
Propongo modestamente al governo di esternare il rispetto della sacralità dello Chiesa, e quindi dichiarare incostituzionale, per cominciare, il primo comandamento, che limita il cittadino italiano nei suoi “credo”.
Mandiamo poi i NAS a controllare la transustanzazione, acciocchè i consumatori non abbiano a ricevere eucaristie avariate.
Così, giusto per far pari.
E scusate l’astio.
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Al ritorno della sottocitata cena a Bologna, abbiamo scoperto che gli Autogrill nel fine settimana, nottetempo, offrono il caffè. Lo fanno per ridurre, dicono, gli incidenti dovuti a colpi di sonno e disattenzione
Mi sembra un’iniziativa lodevole, se avessi guidato io mi sarei fermato ad ogni autogrill, vuoi per il fascino della roba regalata (ebeh, son non poco tirchio), sia per la mia paranoia alla guida.
Però c’è poco da fare contro la selezione naturale. Il ragazzino di sedici anni che ha MIRATO un muro e c’è finito contro a cento all’ora giocando a chi frenava dopo magari il caffè l’aveva preso. Com’è che non riesco a dispiacermi?
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Era qualche anno che non avevo un fine settimana similadolescenziale del genere.
Venerdì, festa discalcolica -poco disco e poco alcolica- a Sesto con quelli di scherma.
Nonostante il dj a MP3 tagliati col coltello (esci da winamp, clicca sull’mp3 dopo) che c’aveva pocopoco l’HD vecchio cinqu’anni, ci siam sdati nel ballo. Ovviamente, mossette da sfigati -io per primo, tirapopoli-: “camuffo! punta roversa sottocappa! sgualembro roverso alla gamba avanzata”; mossette da sfigati che però erano più armoniche di quelle che facevano gli amanti del latinoamericano d’intorno.
All’arrivo dell’Impronunciabile (ha il nome persiano, che finisce con un “-sc” molto forte che il nosotreo istruttore, cesenate, pronuncia “-z”, “-s”, “-c” e financo “-zt”) ci siam ritrovati un bel gruppetto da rissa: schermidori nerovestiti e dalle facce poco raccomandabili ognuno con esperienze diverse: capoeira, judo, karate e meccanica applicata*. Purtroppo, però, data l’inascoltabilità della musica, la ressa, l’esaurimento degli alcolici avvenuto intorno alle 23 e la quasi totale assenza di donne, il gruppo è rimasto unito ben poco: alle 2:00 ero già sulla strada per casa.
Sabato alle 17:30 partenza coll’ottimo Mugna verso Castel s. Pietro per una cena di chat.
Ottimo aperitivo in loco -e un panino a “fermino” in autogrill per me e giù di ristorante: tartufo e formaggi a carriolate per questo vegetariano che vi scrive, tagliata di bisonte per gli altri, ottimo vino, ottima compagnia (belle donne e ottimi conversatori) e una grappa barricata di cui solo per pudore non mi son riempito il tumbler.
Ci han buttato fuori dopo le una, e al ritorno, ahimè, il buon Mugna s’è accorto che se non guido m’addormento.
Io continuo a chiedere scusa… a lui e al mio povero fisico, che ormai mi sta abbandonando per costanti sevizie.
Domenica mattina battesimo del figlio di amici, e un rinfresco. Come si dice, è piovuto sul bagnato. Crediateci o no, avevo il cibo che mi usciva dalle orecchie -e poi mi chiedono come mai ho la pancetta- e se non ci fosse stata una grappa fatta in casa simildiluente che m’è piovuta direttamente sul fegato (il quale ha chiesto però la separazione consensuale) e diverse tazze di caffè, non sarei più entrato in macchina. Ovviamente sulla strada per casa mi son fermato a far due passi nel verde, complice un sole luminoso e un vento fresco.
A casa mi aspettava un PC in crash, un hd da ripartizionare e la perdita di tutte le mail e i contatti degli ultimi sette anni. Ma questa è un’altra storia.
*Li aspetta fuori, e li investe con l’automobile
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Quando chiuse dietro di sè la porta dell’ostello già era in erezione e le sue lacrime asciutte
Il Padrone l’avrebbe ricompensato nel solito modo, quel modo il cui prezzo era un Inferno che Leonardo sarebbe stato quando fosse venuto il momento felicissimo di affrontare.
Sempre che un Inferno arrivasse, dopo tutto.
Il Padrone, quando ancora non era il Padrone ma ancora “quello nel buio”, gli aveva spiegato come stavano le cose.
Fin da quando aveva memoria, Leonardo ricordava la voce del Padrone, un voce che sembrava gorgogliare attraverso magma e merda, che gli raccontava dell’origine dei tempi, della Prima Battaglia, dell’Altro bugiardo e geloso che non sopportava che il Creato apprezzasse più i doni del Nero -doni potenti, di sangue e carne e emozione- che quelli scialbi e insulsi che l’Altro poteva offrire.
“Pensa solo a come viene descritto il Paradiso” gli aveva sussurrato da sotto il letto Quello Nel Buio quando Leonardo aveva un quindicina d’anni “un’eternità senza emozioni, a contemplare L’Altro, un’eternità senza voglie, senza cambiamenti, senza niente da apprezzare davvero, senza l’ottenere vincendo dubbi o avversità. Praticamente una lobotomia. Vuoi passare l’eternità a sbavare davanti a un bel quadro, pisciandoti nei calzoni senza accorgertene, Leonardo?”
La domanda era retorica: Leonardo aveva scelto già anni prima da che parte stare. Sapeva che il solo poter udire la voce di Quello Nel Buio significava che la sua vita non sarebbe stata come quella di milioni di altri, gregge idiota e ignaro. Il fatto che la sua aura fosse diversa da quella di tutti gli altri, addirittura il solo essere in grado di vedere le aure, lo metteva al di sopra di quasi tutti; era l’orbo in terra di ciechi, il desto tra gli addormentati, il savio tra gli stolti.
E come tale si era sempre comportato: non appariscente, si muoveva in punta di piedi per non farsi notare in quel mondo per poterne costruire un altro.
Si lavò le mani, e si fissò allo specchio punteggiato d’ossido. Non dimostrava i suoi quasi trent’anni, anzi, anche se la barba era di due giorni e gli occhi infossati e arrossati, sembrava una matricola universitaria dopo una notte di stravizi con gli amici.
Sorrise sapendo che dopo il contatto con la taumaturgica forma terrena del Padrone sarebbe tornato al pieno delle forze e dello splendore… magari la sua aura sarebbe stata arricchita da qualche altro sbuffo nero, ma era una visione per pochi, e non se ne curava.
Si spogliò completamente nel freddo della stanza e lo chiamò a fior di labbra:
“Padrone?”
Un altro essere umano avrebbe dovuto accostare l’orecchio alla sua bocca, per udirlo, ma il Padrone lo sentì dal suol luogo assieme incommensurabilmente lontano e interno allo spazio tangibile, e accorse.
Già le pareti della stanza fumavano pigramente di energia nera, residuo di rabbia, tristezza, noia, solitudine e disperazione che negli anni si erano avvicendati su quel pavimento sconnesso; era per quello che Leonardo aveva scelto, quella volta come le altre, sordidi hotel: il Padrone era più forte in luoghi del genere. Era tanto “presente” da sembrare una figura a colori in una foto in bianco e nero, una scultura in un mondo bidimensionale, tanto massivo da essere centro di gravità.
E come tale comparve. Da ogni punto della stanza l’aura oscura, come fumo di invisibili copertoni, collassò nel centro; la polvere, lo sporco, le macchie di muffa, persino i cadaverini di uno scarafaggio e di una falena dalla finestra , e i residui untuosi sulla porcellana del cesso vennero attratti da quella stella nera e le diedero sostanza mondana.
Il Padrone lo guardò. Era nuda, bellissima e statuaria, come lo erano state Lilith, Iside e Proserpina, e tutte le Sue incarnazioni femminili. Quasi Luminosa, come le altre volte.
Gli sorrise con la tenerezza e l’amore con cui la madre di Leonardo non aveva mai sorriso, gli occhi due pozzi di lucida, ipnotica oscurità.
“Tornerai in Italia, domani”
Era un dato di fatto, non un ordine o un suggerimento: non c’era nemmeno bisogno che Leonardo annuisse.
“Non se l’unico che mi serve, lo sai”
Come un marito che finge di non vedere le prove di un tradimento, Leonardo sapeva, ma aveva preferito immaginarsi come l’unico servo, amante, figlio e compagno di battaglia del Padrone, e il sentire quelle parole furono una lama di acido e ghiaccio nelle sue viscere “dovrai unirti agli altri; all’esercito che sto formando. Un esercito segreto, per adesso, un manipolo di Eletti che sapranno e domineranno. Devi esserne orgoglioso”
Ecco, quello era un ordine. Leonardo ne fu orgoglioso, davvero, si convinse completamente dell’onore che gli spettava.
Poi, senza un’altra parola, il Padrone fu di nuovo amante e madre, schiava padrona affamata ritrosa puttana vergine e tutto quello che una donna può essere, e qualcosa -molte, infinite cose!- di più, finchè Leonardo non eiaculò fuoco e elettricità piangendo per la seconda volta in poche ore, ma questa volta di gioia e si ritrovò solo e sudicio di quel che era stata la sostanza del Padrone sul pavimento della stanza. Tirò le ginocchia al petto, le abbracciò continuando a piangere e si addormentò stremato, sognando di Lui.
(2 -continua)
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Rockpolitik è finito. 46 e rotti percento di share nell’ultima puntata.
E’ con sommo orgoglio che annuncio che non ne ho visto nemmeno un minuto, mai.
Non entrerò quindi nel merito del valore degli argomenti o degli artisti presentati, visto che non ho un doppio cognome.
Posso però spiegare questo mio snobismo: a me Celentano mette angoscia, quando parla, quando frigge la sua aria, quando ridacchia compiaciuto di sè stesso invece di fare domande intelligenti a ospiti dal calibro spaventoso.
L’ho provato sulla mia pelle l’ultima volta che l’ho visto in TV, qualche anno fa. Le pause mi fanno angoscia, giuro, mi spezzano il respiro; vorrebbero essere mussoliniane e non ci riescono. Si vede che manca la capacità di esprimere un concetto magari valido, e allora lo star zitto è “io t’ho dato lo spunto, tu ragionaci su da solo”, e quello lo faccio già da me, grazie, magari sbagliando, ma lo faccio.
Io posso capire che il quarantaseipercento degli italiani apprezzi; cavolo, dopo aver accettato supinamente, voyeuristicamente la Lecciso e le sue beghe il ragionamento dev’essere una novità, in confronto trenta secondi di pausa tra una proposizione e l’altra sono un Sudoku.
Però, ecco, magari ho una “fame di banda” più alta. Se uno non parla non parla, non comunica, non mi apporta nulla di nuovo, via, fòrdaibal, che non mi serve a nulla.
Ma vogliamo mettere un Beppe Grillo o uno Iacopo Fo, meno santoni e più propositivi?
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Nella rubrica “gossip e dintorni” -scusate, non lo faccio di solito, ma oggi è proprio capitato- de La Nazione ho ritrovato la firma di colei che aveva scritto l’articolo sul gemellaggio Firenze-Kyoto probabilmente restando a casa.
Titti Giuliani Foti.
Già il doppio cognome e il diminutivo in firma la dicon lunga su che tipino debba essere.
La conferma arriva quando leggo, riferiti a Platinette, che io IMHO considero un genio della comunicazione, che conduce tutte le mattine, con una signorilità, pacatezza ed obiettività invidiabili da TANTI conduttori una trasmissione su Radio Deejay in cui affronta temi d’attualità spesso scottanti e controversi, chicche come “mostri televisivi”, “scurrilità” e “volgarità”.
Stavolta non c’ero io, alla cena di cui si parlava nell’articolo; ma, visti i precedenti e il tipo di serata, mi permetto di dubitare che l’articolista non tenga una rubrica per sentito dire.
Solo perchè Platinette non le “manda a dire” e non appartenga al jet-set cittadino a cui la signorilissima per quanto fuordalmondo signora Titti dispensa plauso e lodi, non vuol dire che sia un elemento tanto negativo e fallimentare come dallo scritto di oggi appare, cara mia.
Ho sempre fatto a meno benissimo della rubrica di gossip. Vuol dire che da oggi, per evitare di intristirmi nel riscontrare a quali elementi viene affidata mezza pagina su un quotidiano, ne salterò a piè pari la lettura.
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Il casino – che altro non era, quella musica fatta di bassi e urletti- che faceva la macchina arrivò prima che la si potesse vedere, appena sotto il rombo irregolare del motore. Girato l’angolo, una vecchia Ford con quattro Chicos a bordo inchiodò di fronte al banchetto del predicatore, accanto alle scale per la metropolitana
Il ragazzino dalla parte del passeggero chiese qualcosa in slang strettissimo, sorridendo, qualcosa tipo “whaccha budda goncha?” al cui il predicatore rispose con una risata e un “non mi lamento, per ora”; il ragazzino portò due dita ad un immaginario cappello, e l’auto ripartì sgommando portandosi via il rap a tutto volume.
Il tizio cappotto e papalina nel portone, una decina di metri più in là, guardò per la milllesima volta l’orologio, e bestemmiò. Evidentemente qualcuno non arrivava.
Un bambino, otto, forse dieci anni, quindi per quel quartiere quasi maggiorenne, salutò passando davanti al banchetto di Padre Mapple, che lo fermò con una mano tesa all’altezza del petto, chiusa a pugno, come la sbarra di un passaggio a livello. “Facciamo il solito cambio?” chiese al bambino.
Questi finse di pensarci su, poi si tolse da dietro l’orecchio mezza sigaretta e la porse al predicatore, che la sbriciolò teatralmente con la mano libera, poi aprì il pugno teso e lasciò nella mano del bambino un pacchetto di gomme sugarfree che il bambino prese con gli occhi che gli brillavano.
“Grazie, padre!” diede un “cinque” alla mano ancora aperta e proseguì.
Padre Mapple pareva saper generare sorrisi in chiunque lo incrociasse.
Il tizio nel portone guardò un’ultima volta l’orologio, poi mandò sonoramente a fanculo chissà chi, e si incamminò sul marciapiede vuoto.
Padre Mappe gli rivolse un sorriso e un mezzo inchino di saluto, ma evidentemente per il tizio non era giornata, visto che con un cenno e un’espressione cupa dissuase il predicatore. Evidentemente questi sapeva quando era e quando non era il caso di insistere, e si voltò di nuovo verso la strada.
Il tizio passò dietro il banchetto, appena dietro le spalle del predicatore, e scattò.
Uno stiletto, a sinistra, lungo abbastanza da spuntare sul petto, appena sotto il bagde “Gesù ti ama” come una piccola piramide argento e rossa; una lama larga e tozza a destra, in basso, a fermare il diaframma.
Non un suono se non un brusco inspirare, non una goccia di sangue se non sulle lame.
Prima che Padre Mapple cadesse a terra Leonardo –il tizio- aveva già pulito le lame contro il piumino del predicatore, e imboccato la gradinata della metro.
Meno di trenta secondi dopo, era su un vagone, diretto verso l’albergo. Aveva calcolato i tempi al secondo, ma chi l’avesse visto in faccia non avrebbe visto l’orgoglio o il sollievo. Leonardo stava piangendo, adesso che la tensione si stava allentando e che il pericolo era passato.
Non era la prima volta che uccideva.
La prima nella sua Firenze. Aveva strangolato una prostituta slava. Il Padrone non gli aveva detto come si chiamava, e lui non l’aveva chiesto. L’aveva riconosciuta dal colore dell’aura, dal sorriso che aveva mentre la scopava, e dalla carezza che aveva provato a fargli anche mentre moriva.
Una di quelle carezze aveva salvato la vita di una sua connazionale, curandole una brutta infezione sul nascere, ma né l’una né l’altra lo sapevano. Il Padrone si, ed era per quello –e per quel sorriso mentre scopava- che gli aveva ordinato di ucciderla. Leonardo l’aveva riconosciuta sul Lungarno Colombo dall’aura chiarissima, immacolata, l’aveva caricata in auto, portata in un SUO posto appartato e scopata. E lei era stata la SECONDA migliore scopata della sua vita, dopo quella col Padrone. Completa, totale, assoluta. Quindi, quando ancora l’aveva sotto, le aveva passato un cordino di nylon intorno al collo e aveva stretto. E stretto. E stretto. Piangeva, ma continuava a stringere.
La slava non l’aveva percosso, non l’aveva graffiato, aveva lottato debolmente, come se spingendolo via avesse potuto convincerlo a smettere, ad allentare la presa. E l’aveva accarezzato, verso la fine. Una carezza che valeva tutta la scopata di prima, che lo aveva scosso come il più potente degli orgasmi e l’aveva quasi sbalzato fuori dalla sua testa, fuori dall’auto, su, in alto, come un missile che partiva, fino a vedere tutto piccolo, tutto minuscolo, tutto insignificante e grigio.
Però le mani di Leonardo erano ancora ai lati del collo della slava, e stavano tirando.
Quello che lei non aveva saputo di poter fare non le aveva salvato la vita.
Aveva sventrato il corpo sul greto dell’Arno, aveva messo un pietrone nel ventre e aveva affondato il cadavere, certo che non sarebbe tornato a galla.
Piangeva mentre lavorava, e piangeva mentre il Padrone, nella forma che prendeva quando era contento di lui, gli diceva che avrebbe dovuto uccidere ancora.
Quella donna dalla bellezza ultraterrena vestita solo dei propri lunghissimi capelli, dalla pelle quasi trasparente, aveva poi aperto le braccia, e lui, ancora con gli occhi umidi, aveva detto “si, Padrone” mentre affondava il viso tra i candidi, turgidi seni.
La seconda vittima era stata più difficile. Un bambino di sei anni è più difficile da avvicinare da solo. Leonardo si era dovuto appostare, straniero in terra straniera, in quel paesino in Spagna, per quasi un mese, prima di avere l’occasione giusta.
Leonardo ormai puzzava, era irriconoscibile; la vita per strada fingendo di esser pazzo oltre che stupido e vivendo di rifiuti l’aveva reso invisibile ai più. Quindi, quando il piccolo –aura candida, luminosa, fulgida come Sirio- gli era passato accanto in bicicletta lui l’aveva abbattuto con un singolo pugno alla tempia. Mentre la bicicletta ondeggiava e il bambino cadeva, lui già gli era sopra, e aveva calato un piede rompendo l’osso del collo. E poi di nuovo, spezzando le ossa del volto. E ancora, al cranio, fin quando non si era allargata una chiazza più rossa di quanto Leonardo credesse possibile sotto la testa ormai deformata. Poi calpestò e spezzò le dita di quelle mani le cui carezze alleviavano i dolori di una nonna artritica.
Di nuovo, nemmeno un fiato, nessuno alle finestre, nessuno per strada. Il Padrone li aveva tenuti lontani. Lui poteva farlo, poteva influire sulle probabilità, poi però l’Atto toccava a Leonardo.
Si era tolto il vistoso cappotto, era corso in un vicino parcheggio, aveva messo in moto l’auto ed era partito. Trenta minuti, dieci chilometri e una stazione di servizio dopo, era di nuovo irriconoscibile, se non per un lievissimo odore, residuo della sua precedente incarnazione, nell’abitacolo.
La notte stessa, in uno squallido albergo, il Padrone gli aveva detto quale sarebbe stata la vittima seguente, quale altro Santo Inconsapevole avrebbe dovuto spegnere, e di nuovo l’aveva premiato con un’estasi dei sensi, ogni volta più grande, ogni volta più irrinunciabile della precedente.
(1 - continua)
Che fo, vo avanti? dite che merita o l’abbozzo qui?
Posted by i'C under Racconti | Comments (0)
La macchina fotografica è quel che è… peccato :/
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