I touch myself
L’ho finito iernotte. Prendetelo per quel che : catarsi e esercizio.
PATATINE
-THOMP!- sotto l’auto, uno scossone brusco, un urto.
Mentre riporto la mano destra sul volante, il mio primo pensiero è alle gomme, e mi chiedo se si saranno danneggiate contro lo spigolo della buca.
Poi sento il dolore in gola. Non respiro. Le patatine che stavo per ingoiare mi sono andate di traverso.
Cazzo.
Inspiro. No. Peggio. Non passa aria, e quel dolore pungente comincia a TAGLIARE, come se avessi inghiottito un riccio.
Panico, adrenalina. Alzo il piede dall’acceleratore, metto la freccia anche se non passa nessuno né in senso né nell’altro, a quest’ora. Accosto, anche troppo velocemente, e finisco sul ciglio della strada, a un millimetro dal cadere nel campo sottostante.
Non spengo nemmeno il motore, che s’inchioda da solo appente alzo i piedi dai pedali.
E ancora non respiro.
Salto fuori.
Il dolore comincia a premere dietro gli occhi, non riesco nemmeno a tossire, anzi. Spasmi mi squassano il torace, ma non entra aria, né esce la massa di spilli e lamette che mi occlude la trachea.
Cazzo, in macchina coma Christine, Plymouth del 56. Credo.
Heimlich, o come si chiama.
Mi pianto i pollici di entrambe le mani sotto lo sterno, pugni chiusi, e premo verso l’alto.
Niente.
Riprovo. Comincio a vedere come in un tunnel, il nero intorno agli occhi si allarga, le labbra mi sembrano scoppiare, mi sento la faccia in fiamme e la gola squarciata. Magari.
Niente, di nuovo, se non un bel dolore al diaframma.
PIU’ FORTE, a rischio di spezzarmi i pollici.
Poi mi butto di peso, sulle mani, sullo spigolo del cofano, in modo da premere questo cazzo di pollici dentro e il bolo di acido e fuoco fuori.
Mi cedono le ginocchia.
Cado a terra, la faccia sull’asfalto, la freccia ancora accesa e lampeggiante sopra di me, tic-clac, tic-clac.
Comincia a esser tutto nero. Tic-clac.
Nero.
Che morte cretina –non un paracadute che non si apre, un lappone che con un morso ti strappa i coglioni- non è così che me ne voglio andare. Riderei quasi.
Mi passano davanti agli occhi chiusi tutti quelli che mi hanno dato in qualche modo dello strano StefanoSaraElisaElisadiscandicci”siunpo’grullinosei”RiccardoMicheleAlessandroFiammettaeviapiùvelocimillealtri, e han ragione.
Rabbia e frustrazione.
Sto lacrimando, e non solo per l’asfissia, non sento più il dolore.
Vedo anche qualcuno di quelli che mi han voluto bene, un paio dei miei momenti di pace e serenità, la testa di LEI sul petto, le stelle da un prato, un materasso in vegetale a Visignano, il fondale di Baratti, babbo e mamma…
Faccio in tempo a chiedermi se è il cervello che si difende, e poi
Nero, ancora.
Nero.
Il tempo di fare una carezza a tutti i miei cari, una carezza da questi non sentita, ovviamente, e mi incammino di nuovo.
Un passo sul marmo, é il mio funerale. Non reggo la vista dei miei genitori, grigi e opachi. Ah, cazzo, una bara, SO che stanno per seppellirmi. Volevo esser cremato, ricordate? Beh, almeno hanno donato qualche organo. Amici. Meno di quelli che speravo, piú di quelli che temevo.
Un passo sull’erba. Chissá come mai sono stato messo in terra invece che in un forno. Una brutta foto sulla lapide. Peró hanno fatto scrivere una delle cose che avevo proposto: “torno subito”.
Un passo sull’asfalto. Sono fuori dal bar dei miei. C’é solo mio fratello, ma quello che mi fa male é una mia foto -sorrido come un ebete- dietro il bancone. Perché continuate a pensarmi?
Un passo sul parquet. Lei dorme sul divano. Mi sta sognando, é fatta cosí, adesso si sente in colpa, dopo tutto questo tempo, almeno nei sogni. Una carezza, il sogno é finito.
Un passo sull’erba ghiacciata. Sono nel punto dove mi hanno trovato. C’é un mazzo di fiori, come se fosse stato un incidente stradale.
Tutto qui, la vita continua. La mia morte ha tutto sommato meno impatto della mia vita.
Vado via, tranquillo.
Posted by i'C under Racconti | Comments (0)



Sono uscito per andare in garage. Le mie solite boiate, stavolta una freccia da GRV a cui dare una mano di lattice colore prima di andare a letto.












