1 - Scusate, s’è scritta da sola. Per ora.
Il casino – che altro non era, quella musica fatta di bassi e urletti- che faceva la macchina arrivò prima che la si potesse vedere, appena sotto il rombo irregolare del motore. Girato l’angolo, una vecchia Ford con quattro Chicos a bordo inchiodò di fronte al banchetto del predicatore, accanto alle scale per la metropolitana
Il ragazzino dalla parte del passeggero chiese qualcosa in slang strettissimo, sorridendo, qualcosa tipo “whaccha budda goncha?” al cui il predicatore rispose con una risata e un “non mi lamento, per ora”; il ragazzino portò due dita ad un immaginario cappello, e l’auto ripartì sgommando portandosi via il rap a tutto volume.
Il tizio cappotto e papalina nel portone, una decina di metri più in là, guardò per la milllesima volta l’orologio, e bestemmiò. Evidentemente qualcuno non arrivava.
Un bambino, otto, forse dieci anni, quindi per quel quartiere quasi maggiorenne, salutò passando davanti al banchetto di Padre Mapple, che lo fermò con una mano tesa all’altezza del petto, chiusa a pugno, come la sbarra di un passaggio a livello. “Facciamo il solito cambio?” chiese al bambino.
Questi finse di pensarci su, poi si tolse da dietro l’orecchio mezza sigaretta e la porse al predicatore, che la sbriciolò teatralmente con la mano libera, poi aprì il pugno teso e lasciò nella mano del bambino un pacchetto di gomme sugarfree che il bambino prese con gli occhi che gli brillavano.
“Grazie, padre!” diede un “cinque” alla mano ancora aperta e proseguì.
Padre Mapple pareva saper generare sorrisi in chiunque lo incrociasse.
Il tizio nel portone guardò un’ultima volta l’orologio, poi mandò sonoramente a fanculo chissà chi, e si incamminò sul marciapiede vuoto.
Padre Mappe gli rivolse un sorriso e un mezzo inchino di saluto, ma evidentemente per il tizio non era giornata, visto che con un cenno e un’espressione cupa dissuase il predicatore. Evidentemente questi sapeva quando era e quando non era il caso di insistere, e si voltò di nuovo verso la strada.
Il tizio passò dietro il banchetto, appena dietro le spalle del predicatore, e scattò.
Uno stiletto, a sinistra, lungo abbastanza da spuntare sul petto, appena sotto il bagde “Gesù ti ama” come una piccola piramide argento e rossa; una lama larga e tozza a destra, in basso, a fermare il diaframma.
Non un suono se non un brusco inspirare, non una goccia di sangue se non sulle lame.
Prima che Padre Mapple cadesse a terra Leonardo –il tizio- aveva già pulito le lame contro il piumino del predicatore, e imboccato la gradinata della metro.
Meno di trenta secondi dopo, era su un vagone, diretto verso l’albergo. Aveva calcolato i tempi al secondo, ma chi l’avesse visto in faccia non avrebbe visto l’orgoglio o il sollievo. Leonardo stava piangendo, adesso che la tensione si stava allentando e che il pericolo era passato.
Non era la prima volta che uccideva.
La prima nella sua Firenze. Aveva strangolato una prostituta slava. Il Padrone non gli aveva detto come si chiamava, e lui non l’aveva chiesto. L’aveva riconosciuta dal colore dell’aura, dal sorriso che aveva mentre la scopava, e dalla carezza che aveva provato a fargli anche mentre moriva.
Una di quelle carezze aveva salvato la vita di una sua connazionale, curandole una brutta infezione sul nascere, ma né l’una né l’altra lo sapevano. Il Padrone si, ed era per quello –e per quel sorriso mentre scopava- che gli aveva ordinato di ucciderla. Leonardo l’aveva riconosciuta sul Lungarno Colombo dall’aura chiarissima, immacolata, l’aveva caricata in auto, portata in un SUO posto appartato e scopata. E lei era stata la SECONDA migliore scopata della sua vita, dopo quella col Padrone. Completa, totale, assoluta. Quindi, quando ancora l’aveva sotto, le aveva passato un cordino di nylon intorno al collo e aveva stretto. E stretto. E stretto. Piangeva, ma continuava a stringere.
La slava non l’aveva percosso, non l’aveva graffiato, aveva lottato debolmente, come se spingendolo via avesse potuto convincerlo a smettere, ad allentare la presa. E l’aveva accarezzato, verso la fine. Una carezza che valeva tutta la scopata di prima, che lo aveva scosso come il più potente degli orgasmi e l’aveva quasi sbalzato fuori dalla sua testa, fuori dall’auto, su, in alto, come un missile che partiva, fino a vedere tutto piccolo, tutto minuscolo, tutto insignificante e grigio.
Però le mani di Leonardo erano ancora ai lati del collo della slava, e stavano tirando.
Quello che lei non aveva saputo di poter fare non le aveva salvato la vita.
Aveva sventrato il corpo sul greto dell’Arno, aveva messo un pietrone nel ventre e aveva affondato il cadavere, certo che non sarebbe tornato a galla.
Piangeva mentre lavorava, e piangeva mentre il Padrone, nella forma che prendeva quando era contento di lui, gli diceva che avrebbe dovuto uccidere ancora.
Quella donna dalla bellezza ultraterrena vestita solo dei propri lunghissimi capelli, dalla pelle quasi trasparente, aveva poi aperto le braccia, e lui, ancora con gli occhi umidi, aveva detto “si, Padrone” mentre affondava il viso tra i candidi, turgidi seni.
La seconda vittima era stata più difficile. Un bambino di sei anni è più difficile da avvicinare da solo. Leonardo si era dovuto appostare, straniero in terra straniera, in quel paesino in Spagna, per quasi un mese, prima di avere l’occasione giusta.
Leonardo ormai puzzava, era irriconoscibile; la vita per strada fingendo di esser pazzo oltre che stupido e vivendo di rifiuti l’aveva reso invisibile ai più. Quindi, quando il piccolo –aura candida, luminosa, fulgida come Sirio- gli era passato accanto in bicicletta lui l’aveva abbattuto con un singolo pugno alla tempia. Mentre la bicicletta ondeggiava e il bambino cadeva, lui già gli era sopra, e aveva calato un piede rompendo l’osso del collo. E poi di nuovo, spezzando le ossa del volto. E ancora, al cranio, fin quando non si era allargata una chiazza più rossa di quanto Leonardo credesse possibile sotto la testa ormai deformata. Poi calpestò e spezzò le dita di quelle mani le cui carezze alleviavano i dolori di una nonna artritica.
Di nuovo, nemmeno un fiato, nessuno alle finestre, nessuno per strada. Il Padrone li aveva tenuti lontani. Lui poteva farlo, poteva influire sulle probabilità, poi però l’Atto toccava a Leonardo.
Si era tolto il vistoso cappotto, era corso in un vicino parcheggio, aveva messo in moto l’auto ed era partito. Trenta minuti, dieci chilometri e una stazione di servizio dopo, era di nuovo irriconoscibile, se non per un lievissimo odore, residuo della sua precedente incarnazione, nell’abitacolo.
La notte stessa, in uno squallido albergo, il Padrone gli aveva detto quale sarebbe stata la vittima seguente, quale altro Santo Inconsapevole avrebbe dovuto spegnere, e di nuovo l’aveva premiato con un’estasi dei sensi, ogni volta più grande, ogni volta più irrinunciabile della precedente.
(1 - continua)
Che fo, vo avanti? dite che merita o l’abbozzo qui?
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