Part 2
Quando chiuse dietro di sè la porta dell’ostello già era in erezione e le sue lacrime asciutte
Il Padrone l’avrebbe ricompensato nel solito modo, quel modo il cui prezzo era un Inferno che Leonardo sarebbe stato quando fosse venuto il momento felicissimo di affrontare.
Sempre che un Inferno arrivasse, dopo tutto.
Il Padrone, quando ancora non era il Padrone ma ancora “quello nel buio”, gli aveva spiegato come stavano le cose.
Fin da quando aveva memoria, Leonardo ricordava la voce del Padrone, un voce che sembrava gorgogliare attraverso magma e merda, che gli raccontava dell’origine dei tempi, della Prima Battaglia, dell’Altro bugiardo e geloso che non sopportava che il Creato apprezzasse più i doni del Nero -doni potenti, di sangue e carne e emozione- che quelli scialbi e insulsi che l’Altro poteva offrire.
“Pensa solo a come viene descritto il Paradiso” gli aveva sussurrato da sotto il letto Quello Nel Buio quando Leonardo aveva un quindicina d’anni “un’eternità senza emozioni, a contemplare L’Altro, un’eternità senza voglie, senza cambiamenti, senza niente da apprezzare davvero, senza l’ottenere vincendo dubbi o avversità. Praticamente una lobotomia. Vuoi passare l’eternità a sbavare davanti a un bel quadro, pisciandoti nei calzoni senza accorgertene, Leonardo?”
La domanda era retorica: Leonardo aveva scelto già anni prima da che parte stare. Sapeva che il solo poter udire la voce di Quello Nel Buio significava che la sua vita non sarebbe stata come quella di milioni di altri, gregge idiota e ignaro. Il fatto che la sua aura fosse diversa da quella di tutti gli altri, addirittura il solo essere in grado di vedere le aure, lo metteva al di sopra di quasi tutti; era l’orbo in terra di ciechi, il desto tra gli addormentati, il savio tra gli stolti.
E come tale si era sempre comportato: non appariscente, si muoveva in punta di piedi per non farsi notare in quel mondo per poterne costruire un altro.
Si lavò le mani, e si fissò allo specchio punteggiato d’ossido. Non dimostrava i suoi quasi trent’anni, anzi, anche se la barba era di due giorni e gli occhi infossati e arrossati, sembrava una matricola universitaria dopo una notte di stravizi con gli amici.
Sorrise sapendo che dopo il contatto con la taumaturgica forma terrena del Padrone sarebbe tornato al pieno delle forze e dello splendore… magari la sua aura sarebbe stata arricchita da qualche altro sbuffo nero, ma era una visione per pochi, e non se ne curava.
Si spogliò completamente nel freddo della stanza e lo chiamò a fior di labbra:
“Padrone?”
Un altro essere umano avrebbe dovuto accostare l’orecchio alla sua bocca, per udirlo, ma il Padrone lo sentì dal suol luogo assieme incommensurabilmente lontano e interno allo spazio tangibile, e accorse.
Già le pareti della stanza fumavano pigramente di energia nera, residuo di rabbia, tristezza, noia, solitudine e disperazione che negli anni si erano avvicendati su quel pavimento sconnesso; era per quello che Leonardo aveva scelto, quella volta come le altre, sordidi hotel: il Padrone era più forte in luoghi del genere. Era tanto “presente” da sembrare una figura a colori in una foto in bianco e nero, una scultura in un mondo bidimensionale, tanto massivo da essere centro di gravità.
E come tale comparve. Da ogni punto della stanza l’aura oscura, come fumo di invisibili copertoni, collassò nel centro; la polvere, lo sporco, le macchie di muffa, persino i cadaverini di uno scarafaggio e di una falena dalla finestra , e i residui untuosi sulla porcellana del cesso vennero attratti da quella stella nera e le diedero sostanza mondana.
Il Padrone lo guardò. Era nuda, bellissima e statuaria, come lo erano state Lilith, Iside e Proserpina, e tutte le Sue incarnazioni femminili. Quasi Luminosa, come le altre volte.
Gli sorrise con la tenerezza e l’amore con cui la madre di Leonardo non aveva mai sorriso, gli occhi due pozzi di lucida, ipnotica oscurità.
“Tornerai in Italia, domani”
Era un dato di fatto, non un ordine o un suggerimento: non c’era nemmeno bisogno che Leonardo annuisse.
“Non se l’unico che mi serve, lo sai”
Come un marito che finge di non vedere le prove di un tradimento, Leonardo sapeva, ma aveva preferito immaginarsi come l’unico servo, amante, figlio e compagno di battaglia del Padrone, e il sentire quelle parole furono una lama di acido e ghiaccio nelle sue viscere “dovrai unirti agli altri; all’esercito che sto formando. Un esercito segreto, per adesso, un manipolo di Eletti che sapranno e domineranno. Devi esserne orgoglioso”
Ecco, quello era un ordine. Leonardo ne fu orgoglioso, davvero, si convinse completamente dell’onore che gli spettava.
Poi, senza un’altra parola, il Padrone fu di nuovo amante e madre, schiava padrona affamata ritrosa puttana vergine e tutto quello che una donna può essere, e qualcosa -molte, infinite cose!- di più, finchè Leonardo non eiaculò fuoco e elettricità piangendo per la seconda volta in poche ore, ma questa volta di gioia e si ritrovò solo e sudicio di quel che era stata la sostanza del Padrone sul pavimento della stanza. Tirò le ginocchia al petto, le abbracciò continuando a piangere e si addormentò stremato, sognando di Lui.
(2 -continua)
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