Tempi sgomenti
Come sempre a Natale.
S’arriva di questo periodo e io comincio ad agitarmi.
Perchè non capisco perchè devo fare regali a comando, anzi, l’ho proprio sulle palle.
Io i regali li fo quando mi vengono, ecco. Già che sono ateo, ma poi…
Posso farteli il sei d’agosto, ma a Natale andare a picchiarmi ed incazzarmi insieme a un gregge composto per un buon novanta per cento di lobotomizzati televisivi che al primo ritornello di Jingle Bells vanno in Pavlov e corrono a cambiare telefonino, sforzarmi di fare regali non sentiti a gente che per il resto dell’anno mi dice “non dovevi” e si sente a disagio, solo perchè ci sono addobbi in giro, mi fa proprio calare l’umore.
Mi incupisce aver ferie che userò per stare a casa a piallare il PC e catalogare la biblioteca, perchè i miei amici staranno assieme a famiglie, fidanzati e fidanzate, oppure, giustamente, andranno a sciare, attività per cui sono termicamente, economicamente e prudentemente (a me i legamenti SERVONO!) avverso.
Mi incupisce che come ogni anno mi son ripromesso di andare a letto presto, il trentuno sera, giusto per non impastarmi in feste di famiglia, oppure in cui sono l’unico single, oppure anche in feste a livello di bolgia dantesca in cui paghi cinquantantacinqu’euro per una fetta di panettone, mezzo bicchiere di spumante da tirassegno e il diritto di poter dire “io c’ero”, forte del puzzo d’alcool e delle bruciature di sigaretta sulla giacca nuova.
Ecco, non ho bisogno di alibi del genere: se sono uno sfigato, lo sono anche se il 31 sono in mezzo alla folla. Anzi.
Quest’anno, poi, è speciale.
Ho tante di quelle perplessità che mezze bastano, quando mi fo un consuntivo.
Finchè ho fatto il pezzo di merda, ho trombato come un riccio. Ma era trombare, appunto. Poco più di un esercizio di stile seduttivo e ginnastica. Però funzionava
Appena ci ho messo il cuore, ho scacciato l’unica persona con cui ho fatto l’amore, la quale è ancora innamorata dell’ex che…. ma lasciamo perdere, che ora ho una città socialmente interdetta.
L’altra sera ad una cena ero accanto a uno che ha spalato merda su tutti i comuni conoscenti degli invitati.
Era già successo in altra occasione, con altro spalatore.
E mentre io mi perplimevo, i commenti erano “E’ il pezzo meglio, dice pane al pane e vino al vino”.
Certo, però quando non ci siete voi fa lo stesso e parla di voi.
Io son scappato da una compagnia, un GRUPPO PARROCCHIALE, dove c’erano sempre i soliti due-tre, quelli amati, quelli popolari, che facevano lo stesso.
E siccome non è il mio stile, siccome preferisco -di solito, per l’amor di Dio, il pettegolezzo è un peccato in cui anche io indulgo- tacere se d’un assente non riesco a dirne bene, mi son tolto dai tre passi allora ed evito adesso i due mattatori delle cene di cui sopra.
Però, visto che anche se due indizi non fanno una prova, non son gli unici due, capisco che ho sbagliato.
Bisogna mordere prima che ti mordano, prendere quel che non ti viene offerto, decidere per gli altri quello che ci fa più comodo, tanto la gente è avvezza a far pensare qualcun altro al posto proprio, a essere divertita puntando il dito verso qualcun altro.
Le donne, poi, vogliono evidentemente “esser prese e non comprese”, come diceva Tinto Brass.
Mi sto indurendo, e magari prima o poi riuscirò a credere a quel che ho appena scritto.
Per adesso, son confuso, e basta; mi sento incompleto, inadatto, impreciso, soprattutto in questo periodo.
Vedo, oltre giustamente ad amici carissimi, perfetti stronzi e perfetti coglioni che evidentemente hanno capito la vita meglio di me, visto che son “completi” nel senso sociale del termine, quel senso su cui mia madre, inquisendo ad ogni pranzo comune, mi spinge a scansarla come la peste: coppia-casa-figlioli.
E capisco che è colpa mia, che non mi son saputo adattare a sentimenti imperfetti, a situazioni in cui avrei potuto benissimo fingere.
Invece no, ho fuggito rapporti ambigui, sia nelle amicizie che in amore. Ho preferito la chiarezza, tanto nelle scopate fini a sè stesse -sempre conscie e bilaterali- che sul lavoro e nelle amicizie e negli affetti.
Ho perso, evidentemente, è la strada sbagliata, quella della sincerità, dell’aprirsi.
Ed è questo che mi confonde: ne sono orgoglioso. Meglio nulla restando fedele a me stesso che tanto scendendo a compromessi.
Però è un orgoglio appuntito da tutte le parti, che non riesco a portare senza farmi male, e non capisco dove sbaglio.
E qui mi accorgo d’essere quantomeno ripetitivo, da “Galline” in giù.
A presto, bella gente.
Posted by i'C under Accadde che..., Feelings |
















