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“Scommetti?”, aveva riso con l’amico, meno di un quarto d’ora prima, e adesso le due ragazzine stavano facendo loro un pompino a testa. Non era il suo record personale, dieci minuti per accordare le aure, checchè facilitato dalla quantità spropositata di alcool che le due avevano in corpo e che aveva portato ben piú d’una sfumatura d’eccitazione sessuale pura, animalesca, nelle aure d’entrambe. Era chiaro che le due erano fuori casa per farsi scopare da qualcuno e usavano l’alibi dell’alcool per coprire il senso di colpa e l’autocompassione che avevano quando erano uscite.
Il difficile era stato accordare l’aura di Paolo con quella della “sua tipa” solo “pompando” lei con parole e linguaggio del corpo verso di lui; sospettava d’aver raggiunto un risultato così immediato perchè ormai l’aura del suo compagno di danni in giro per la Toscana gli era familiare come la propria. S’erano fatto un nome, in azienda: “i tromba”, visti i racconti che, ad arte, Paolo si lasciava sfuggire quasi ogni lunedì.
“VINTO!” disse, a voce fin troppo alta anche per farsi sentire sopra la musica, dal cesso accanto al suo, Paolo. Sentì tirare l’acqua: la ragazzina doveva aver sputato. E già gli era andata bene che non gli aveva vomitato acido e alcool sul cazzo. Solo perchè era un pelo più carina dell’altra, due occhioni limpidi e chiari, un sorriso luminoso e una “erre” arrotata che la poteva far attribuire origini francesi, Paolo l’aveva puntata subito. Leonardo invece aveva preferito la lenta, pulsante animalità dell’altra, che stava godendosi quel che stava facendo quasi quanto lui. Quando Paolo aveva finito, lui non era nemmeno vicino a venire, e lei ancora stava “ingranando”, godendosi il ritmo ed eccitandosi. Accosciata, quasi subito aveva cacciato la mano libera tra le gambe, sotto la gonna, e aveva cominciato a stropicciarsi il sesso da sopra le calze.
“Aspettami fuori, che io ‘vengo’ tra un po’” comunicò Leonardo a quello con cui fingeva di essere amico.
La ragazzina -Leonardo ne ignorava il nome, come ignorava o aveva dimenticato quello della maggior parte delle tipe che gli avevano ciucciato l’uccello- fece un sussulto, ridendo a metà della fiacca battuta, e intensificò il ritmo sussultorio della testa e dardeggiante della lingua.
Leonardo pensava ad altro, per godersi un orgasmo squassante il piú tardi possibile. Sapeva che la tipa poteva durare ancora un bel po’, prima di stufarsi o stancarsi.
Lavoro. Cercò di pensare agli interminabili colloqui con gli acquirenti, durante i quali questi si illudevano di poter contrattare invece di essere portati come bambini bendati verso gli acquisti e le condizioni che Leonardo aveva scelto prima ancora di entrare in sala riunioni. Serviva troppo tempo per i suoi gusti, per convincere “davvero” i clienti che “loro” avevano scelto, che “loro” avevano vinto, che “loro” avevano fatto un buon affare alle spalle di quel ragazzino troppo giovane per poter essere il miglior venditore di una ditta così grande e famosa, e che certamente sarebbe stato cazziato a dovere non appena avesse presentato all’ufficio contabilità le bozze di contratto. Il ‘ragazzino’ una volta, oltre a fottere un cliente in maniera metaforica facendolo firmare per una commessa di cui non aveva bisogno, gli aveva fottuto fuor di metafora anche la moglie e collega, sotto gli occhi, mentre questo si spugnettava guardandoli.
OK, nemmeno lavoro. L’infanzia e l’adolescenza. Da solo.
I suoi problemi di relazione con i coetanei. I genitori assenti, troppo impegnati in una botteguccia familiare durante il giorno, e troppo stanchi la sera, per un “come stai?”, per un dialogo degno di tal nome. Le umiliazioni, gli sfottò e le risse coi compagni di scuola prima e l’isolamento poi. Le lacrime al buio, finchè finalmente Quello Nel Buio non era divenuto l’unico compagno e interlocutore.
Cominciò a pompare col bacino, chiavando la faccia della troietta. L’aura di lei divenne di un lusinghiero rosso e arancio e scintille e sbuffi di nero, e si avviticchiò alla sua come accadeva prima di un orgasmo. Leonardo attese che le scintille si intensificassero e diventassero lampi sempre piú frequenti prima di venirle in gola mentre lei godeva per conto suo. Sapeva che lei avrebbe continuato, calda e ansimante, a pompare e ingoiare, finchè lampi e scintille e aura non fossero tornati normali, e così fece. Con un ultimo colpo di lingua al frenulo del pene semieretto, alzò lo sguardo verso di lui e chiese “Ti è piaciuto?”, come se non fosse stato ovvio.
“No, ho finto l’orgasmo” scherzò Leonardo “Giuda, se sei brava!”, aggiunse. Era vero. “Vieni a casa mia, dopo, vero?” Le chiese fissandola negli occhi mentre la alzava tenendola delicatamente sotto il mento. Lei si limitò ad annuire. Era un dato di fatto che sarebbe venuta a farsi scopare nella aua tana, non c’era da dubitarne nemmeno lontanamente.
Uscirono dal gabinetto a qualche secondo di distanza, e attraversarono il locale per raggiungere gli altri due comodamente spaparanzati sui divanetti.
“Come cavolo fai, ogni volta?” gli chiese Paolo, sottovoce, la mano sinistra affondata nella generosa scollatura della sua ragazzetta.
“Fascino.” si vantò Leonardo “e la tua sfiducia sarà adesso punita adeguatamente” si voltò verso le ragazze, gioioso e affabile “Bimbe, che bevete? stasera offre Paolo, senza limiti, tanto lui i soldi ce li ha”.
Era vero fino ad un certo punto. Paolo era, si, il figlio del padrone dell’azienda, ma era solo il suo diretto superiore alle vendite, due o tre gradini a sua volta sotto il padre. Questi, all’antica, aveva voluto fargli fare qualche anno di gavetta prima di lasciargli l’azienda.
Leonardo lo frequentava non a caso. Sapeva che presto Paolo sarebbe stato a capo dell’azienda, e avrebbe riservato al suo “amico” un ruolo molto importante accanto a lui. Gliel’aveva predetto il Padrone all’indomani della domanda di assunzione. Faceva tutto parte del Progetto. A cosa servisse un’azienda di forniture mediche Leonardo non lo sapeva, e non gli importava.
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