June 6, 2006

7 - tanta attesa per così poco

Fuori dal pub, tardi, con gli amici coetanei che dimostavano cinque anni meno di lui, Bruno provava a spiegarsi.
“Sono grullo” diceva, come sempre quando gli chiedevano come facesse a mantenersi giovanile: “Siete mai stati in un manicomio, avete mai conosciuto dei matti? Ce ne è forse uno che dimostri la sua età? Sono le preoccupazioni, le cose serie, che ci invecchiano. Io son grullo, non mi preoccupo di nulla, quindi non invecchio, non ho rughe o capelli bianchi per le preoccupazioni… casomai per gli stravizi: reggo bene l’alcool, sono i conti che mi fregano”
Era, stasera, la “parte alcolica” -tre allievi, lui compreso- della compagnia del karate. In giornata c’era stato uno stage, uno dei tanti degli ultmi anni, da parte di un maestro da un’altra scuola affiliata. Nulla di che, piú che altro storia dello stile da lui insegnato, però era l’occasione per finire una sera di piú nel solito pub di bassissimo ordine e altissimi prezzi che se non fosse stato situato nelle immediate vicinanze della palestra non li avrebbe visti piú dopo la prima visita.
Invece, anche stasera, appena usciti dal locale, erano di nuovo a lamentarsi, l’Altoni, il Nadi e lui.
“Hai ragione anche te”, rincarò il primo “Dio bono, ogni volta lo giuro e ogni volta ci ricasco… quattro euro per tre patatine non me li ripigliano.”
“Piú il coperto, anche se stemperato su un minimo personale di tre birre. Schifoschifoschifo”
Questo sabato sera gli stessi discorsi di ogni martedì e giovedì. Una costante nelle amicizie: ci si trova a parlare degli stssi argomenti, e ogni volta si riesce a trovare  qualcosa di nuovo. E l’Altoni e il Nadi dividevano un’amicizia di vecchia data, da prima del Karate.
Bruno era stanco. Cavolo, se lo era. Era il piú massiccio nel gruppo degli altrimenti longilinei e nervosi karateka, e aveva avuto il fiatone, come al suo solito, già dopo il terzo giro di riscaldamento. Il portare in giro i suoi cento e rotti kg -nessuno avrebbe detto che avesse, come diceva scherzando lui, “la densità di una nana bianca”-, unito alla sua leggera anemia, lo metteva presto in debito d’ossigeno.
Avrebbe potuto scegliere piú fruttuosamente altri sport o attività fisiche, meno aerobiche, ma semplicemente non sarebbero stati quel che cercava, non nel suo stile di vita e modo di sentire. Vedere dal di dentro il proprio corpo che eseguiva quasi automaticamente i kata, tanto piú precisamente quanto piú lui era estraniato, e combattere  lasciando alla parte piú automatica e primordiale del cervello, quella in comune coi rettili, e alla memoria muscolare il compito di parare e contrattaccare, lo riempiva di una pace interiore che Bruno riteneva molto prossima all’Illuminazione, allo zen. Credeva quantomeno possibile che un giorno di questi, pur non diventando un karateka eccellente, sarebbe giunto al Satori o a quella cosa che in occidente viene chiamata Trasfigurazione.
Era fondamentalmente ateo, ma credeva nell’infinto potere della mente umana adeguatamente disciplinata e diretta.
“Mimmi, io vo”, disse, con un tono teatralmente stanco.
“Ci si vede martedì, vengo via anche io” convenne il Nadi
Si divisero, quindi, lui da una parte verso la sua auto, parcheggiata lungo la Pistoiese, e i due dall’altra, verso due scooter quasi gemelli che partirono insieme come quelli di una pattuglia di vigili urbani.
Non aveva percorso nemmeno cento metri quando sentì lo squittìo. O almeno lì per lì gli sembrò proprio quello, uno squittìò.
Veniva dal cortile dietro uno dei mille capannoni lungo la stada, illuminato ma defilato, raggiungibile solo attraverso uno stretto vialetto carrabile, e destinato di giorno a parcheggio per operai e clienti delle ditte -elettronica, pelletteria, accessori e minuterie- che costituivano il raccordo tra il centro commerciale e  la periferia operaia tra Firenze e Pistoia.
A terra un paio di buste di plastica smosse appena dal vento e innumerevoli mozziconi di sigaretta.
Si avventurò in quella direzione. S’aspettava di trovare un cucciolo, un animale ferito, non certo quello che vide appena dietro l’angolo, in fondo al vialetto.
Tre figure si muovevano sopra una pila di scatole di cartone schiacciate, e quella che aveva emesso quel verso da animale in trappola pareva averne ben donde: era una donna, che si contorceva sotto le altre due sagome, la bocca schiacciata da una mano che pareva volerle strappare la faccia, gli occhi a mandorla, spalancati, la testa tirata rabbiosamente indietro per i capelli dall’altra mano di uno dei due aggressori. Cosa stesse facendo l’altro fu chiaro anche nella frazione di secondo che passò tra l’aver svoltato l’angolo quasi sbattendo addosso al terzetto e l’istintiva reazione di Bruno, che sferrò un poderoso calcio in quelle natiche a malapena coperte dai pantaloni allentati. Un nuovo gemito della donna, lo sguardo carico di sorpresa e determinazione dell’aggressore che la teneva ferma, lo sbuffo di dolore del violentatore  e il pensiero di Bruno “Chi me l’ha fatto fare?” giunsero assieme, contemporanei e sinestetici.
Bruno rimase lì, dandosi mentalmente del cretino per essersi andato a mettere nei guai, ma determinato a rimanerci fino a che la donna non fosse stata fuori pericolo, senza fare altro che assumere automaticamente e inconsciamente la posizione di guardia.
L’uomo che aveva ricevuto il calcio, un orientale, quasi certamente un cinese, anch’egli, si alzò da sopra la donna su cui era caduto quando il calcio l’aveva sbilanciato, con le mani già a chiudere il bottone dei pantaloni prima ancora d’aver finito di girarsi.
“Lasciatela andare” si sentì dire Bruno; era come stare seduti al cinema e vedere una lunga sequenza in soggettiva. Sembrava l’inizio di “Strange days”. Di nuovo, il suo cervello da rettile aveva preso il controllo, facendolo parlare come in un western e pilotando il suo corpo in una posizione di minimo bersaglio, quasi di tre quarti, il ginocchio destro avanzato.
“Fatticazzi tuoi” rispose quello che continuava ad arreggere la donna, peraltro con molta meno fatica, visto che anche questa stava lottando piú debolmente, presa dagli eventi. Aveva detto “fatticazzi”, tutto attaccato, come fosse una nuova parola, una voce gergale per “guai, impicci”.
Il film nella testa di Bruno parve rallentare quando, senza preavviso, Pantaloni lo scalciò al ginocchio avanzato. Aveva preso male tempi e distanze, e mezzo passo indietro di Bruno, strisciato sulla graniglia polverosa del cortile, mandò a vuoto l’attacco. Bruno non contrattaccò, cercando fino all’ultimo di evitare uno scontro. Pantaloni interpretò l’esitazione come paura, e l’alzarsi di un angolo delle labbra strette anticipò di una frazione di secondo il suo avventarsi, entrambi i pugni tesi in un uno-due che Bruno in gran parte parò e deviò, e marginalmente prese sul braccio sinistro, sulla parte alta del muscolo. Il doppio colpo gli mandò una bella scossa elettrica fino alla mascella. Prima di accorgersene, di pianificare, l’altro suo braccio era già scattato, affondando le nocche di un hiraken verso il collo dell’aggressore. Questi prontamente protesse la gola abbassando il mento. Bruno sentì l’umido, attutito scricchiolìo dei denti allentati sotto il labbro schiacciato. Un po’ piú goffamente, colpì col piatto dell’altro pugno alla tempia mentre portava il corpo indietro. Il tipo barcollò, entrambe le mani alla bocca, dove qualche goccia di sangue già iniziava a colare.
L’altro cinese era già pronto, appena fuori dal campo visivo di Bruno, che era stato distratto dallo scambio di colpi, e appena fuori dalla sua portata.
Aveva il braccio sinistro steso in avanti, il palmo aperto verso l’italiano: “Aspetta, aspetta!” disse avanzando.
Bruno non concesse al trucco che una frazione infinitesimale di secondo: della mano destra, stesa lungo il corpo, non vedeva il pollice coperto dal palmo come quello di un prestidigitatore.
Il cinese percepì l’occhiata, per qunato fugace, e vide lo stratagemma scoperto. Torse rapidissimo il busto, usando il braccio avanzato come contrappeso come nella giostra del saracino per portare piú velocemente in avanti e verso l’alto  la mano destra e il taglierino giallo fluorescente che conteneva, la lama quasi completamente estratta. Se Bruno non avesse scartato col busto all’indietro, avrebbe avuto la faccia aperta dal mento al naso, o la gola tagliata. Sentì anche l’odore di plastica e solvente di mano e taglierino, quando questi gli spostarono l’aria senza toccarlo a pochi millimetri dal viso. Sbilanciato all’indietro, Bruno continuò il movimento con un calcio al basso ventre. Lo strabuzzare degli occhi e la perdita di coordinazione del cinese furono un premio per Bruno, e gli consentirono di recuperare un assetto stabile e caricare un destro poderoso al volto dell’avversario.
Prima di acorgersene, eral’unico in piedi.
La donna si copriva il seno, metà sdraiata e metà suduta sulle scatole, il volto ancora arrossato. Si ricompose senza alzare gli occhi e se ne andò passandogli accanto, degnando i due doloranti a terra solo di un calcio alle costole del primo aggressore e Bruno nemmeno di quello. Bruno ansimava piú per la tensione che per lo sforzo fisico, fissando alternativamente i due a terra, i quali si limitarono a restituire sguardi carichi di odio ma non fecero alcun tentativo di alzarsi. Bruno  iniziò a retrocedere lungo lo stesso percorso da cui era venuto, senza perderli d’occhio.
Sentiva il sangue scorrergli lungo la mano sinistra e un vago pulsare all’avambraccio, ma non li guardò. In fin dei conti, quello col trincetto doveva averlo toccato. Non si stupì del mancato dolore: sapeva che appena l’adrenalina si fosse diluita sarebbero arrivati il dolore del taglio, quello dei colpi al braccio e forse anche di un paio di leggere contratture per i movimenti bruschi ai quali, nonostante tutto l’allenamento, non era abituato. Gi si aspettava una ramanzina dal maestro se e quando fosse venuto a sapere dello scontro: “La battaglia è l’ultima soluzione”. Già, vallo a dire alla donna.
Cominciò a correre appena sulla strada, raggiunse l’auto e mise in moto, notando ma non curandosi delle gocce di sangue che posò sul volante e sul ginocchio mentre si sedeva e partiva. I due aggressori, con suo sollievo, non spuntarono dal vialetto. Non aveva forza e lucidità per proseguire la lotta, e sapeva che gli conveniva lasciare il campo quando vinceva, adesso che la donna era in salvo. Forse.
Al primo semaforo si tirò su la manica della camicia, sfrangiata, adesso lo vedeva,  da un taglio corto e umido ad un palmo dal polso. La camicia era nera, come ne portava al suo solito, e il sangue si distingueva solo per il riflesso scabro che dava alla stoffa sotto le luci gialle del Ponte all’Indiano.
Il taglio era corto e non profondo, e c’era quasi da stupirsi che avesse  versato tutto quel sangue. Bruno allungò la mano destra verso il pacchetto di fazzolettini umidificati che teneva sempre nella tasca scorrevole sotto il sedile del passeggero. Riflettendo su quanta fortuna aveva avuto per mantenere sani tutti i tendini, e continuando a gocciolare sempre piú lentamente solo sui tappetini, ne usò una lunga striscia per fasciarsi la ferita. Sperò che bastasse, non aveva proprio la voglia e lo stomaco di raccontare ad un pronto soccorso come si era fatto quel taglio o, peggio, inventare un incidente domestico, mentre gli mettevano dei punti. Guidò teso fino a casa, abituandosi lentamente al pulsare ritmico del taglio, e facendo attenzione a che il sangue non imbevesse troppo l’improvvisata fasciatura.
Si spogliò con cura della camicia, sul lavandino del bagno. Lavò via il sangue rappreso spruzzandolo abbondantemente con acqua ossigenata, e rasserenandosi di vedere che la cicatrice aveva già chiuso il taglio. Non ci sarebbe stato bisogno di punti, alla fine: era una di quelle ferite che si chiudevano da sole. Meditò qualche secondo se buttare la camicia nel sacco della spazzatura o nel cesto dei panni sporchi, poi la passò sotto il rubinetto dell’acqua calda e tolse il grosso della macchia di sangue. Avrebbe ricucito da solo il taglio nella stoffa, o almeno ci avrebbe provato prima di portare a quella santa donna di sua madre la camicia lavata. Cercò sui pantaloni le gocce che erano cadute mentre teneva le mani sul volante, e sciacquò anche quelle. Sapeva che ormai di andare a letto non se ne sarebbe parlato per almeno un’ora, carico e nervoso com’era, e usò quel tempo per prepararsi il cambio di vestiti per l’indomani, cucinarsi una fettina di carne appena spaventata sulla piastra, e decidere molto controvoglia di non denunciare l’accaduto alle forze dell’ordine. A che pro? Non avrebbe saputo fornire un identikit decente dei due, nè della donna. Sapeva poi che la comunità cinese regolava da sola i propri affari, nel bene e nel male, e che sarebbe stato molto difficile far denunciare alla donna i duei assalitori, se già non l’aveva fatto. Non era sereno per nulla. Quella sera aveva fatto la parte del vendicatore solitario come nei peggiori clichees, e non ne era nè fiero nè contento, soprattutto visto che il combattimento era finito in una fuga, soprattutto perchè non sapeva che fine avrebbe fatto l’aggredita,  soprattutto perchè il suo corpo, quella ferita subito richiusa, gli avevano ricordato che il suo corpo non era normale.

Posted by i'C under Racconti |

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