Mezze misure
Fuori dalla Coop all’Antella, lei a lui:
“Ma ci servirà, un tonno da un quintale?”
Magari lo usano come pesce da guardia, per la piscina. Se no, non ho proprio idea.
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Fuori dalla Coop all’Antella, lei a lui:
“Ma ci servirà, un tonno da un quintale?”
Magari lo usano come pesce da guardia, per la piscina. Se no, non ho proprio idea.
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Al bar dei miei si fa lo scontrino anche per un bicchier d’acqua.
Le tasse sul guadagno d’una colazione non valgono la candela della multa, e, soprattutto, una reputazione. Ben venga, quindi la trasparenza, benvenuti a tutti i controlli.
Probabilmente, invece, a un gioielliere, a un dentista o a chi per lui conviene saltare uno scontrino da nonsoquantimila, e con UN rischio sistemarsi la mesata. Nel caso (si, nel caso: io non do nulla per scontato) a lui qualche controllo approfondito rovinerebbe la media.
Facevano notare ieri in radio che, statistiche alla mano, abbassando le tasse, aumenta il dichiarato; mi pare ovvio. Se devo, a parità di reato, risparmiare dieci volte tanto, è ovvio che sia dieci volte più tentato.
Non so se mi spiego: non vale la pena rischiare per poco, quindi c’è meno evasione se le tasse sono più basse. Lo diceva Berlusconi (oddio, lui diceva il contrario, che quando le tasse sono alte la gente evade di più, forse è stata una questione di forma), pensa te, però quel che diceva lui è sempre stato sbagliato, qualsiasi cosa dicesse, quindi non so se è affidabile, come affermazione.
Torniamo a noi.
A me, po’rello, che c’ho du’lire sul conto corrente, e ho uno stipendio a tre cifre, se controllano la dichiarazione dei redditi trovan solo un bel po’ di ragnatele, possono incrociare quanto vogliono.
Benvenuti, quindi, a tutti e centootto i controlli che han fatto incazzare tanto Prodi.
E’ come il discorso delle telecamere sparpagliate in giro per la città: alla gente a modo non devon preoccupare, che nel caso possono intralciare solo il lavoro di chi ha qualcosa da nascondere. A me le telecamere potrebbero metterle anche in casa: un buon antifurto, a fronte di due dita nel naso di quando in quando.
Se qualcuno si incazza se lo controllano, vuol dire che ha qualcosa da nascondere; e con stipendi come si becca un onorevole a caso, quel qualcosa dev’essere qualcosa di grosso.
Sia chiaro, io non accuso nessuno, eh!, che di questi tempi non si sa mai, però sono fermamente convinto che chi ci guida debba essere irreprensibile e debba render conto di qualsiasi cosa faccia, sempre e comunque. Sono personaggi pubblici per loro libera scelta, e nel prezzo di potere, fama e stipendi faraonici può rientrarci benissimo la perdita di un po’ di privacy. Ben venga che un politico non possa più pippare prima di andare a votare una finanziaria, o non abbia modo di occultare al fisco alcunchè.
Qualcuno si ricorda per caso la storia di Damocle?
Posted by i'C under Accadde che..., Ce l'ho con... | Comments (5)
Lo so, sono in arretrato coi posts, ma dopo l’evento di cui parlerò ho avuto un minimo di vita mondana: una birra coll’ottimo Mugna al Bounty, tanto inaspettata quanto gradita; mentre lo aspettavo ho scritto quell’11 qua sotto, e ieri ho avuto da tradurre il mio pezzetto di Heroes 1×05, da fare la mia oretta scarsa di corsa davanti al Dr.House e poi le mie 10×3x12(30) coi pesi. Il che, appaiato colle supplenze al bar dovute all’operazione del mi’babbo e la quotidiana visita a casa sua, mi ha lasciato ben poco tempo per dileggiare in giro.
L’altr’ieri, dicevo, son stato invitato dalla mia amica genio qui accanto -la Torre, per i nuovi arrivati- alla presentazione del cofanetto BAU a cui ha partecipato. Essend’essa presso il Giubbe Rosse e, soprattutto, qui a Firenze, non ho potuto e voluto esimermi dal presenziare.
Son volato via dal lavoro, saltato in un autobus e arrivato stranamente in tempo.
Ho salutato la bellabimba e gli amici suoi, e abbiamo assistito alle “performances” degli artisti presenti.
Io non mi son mai sentito tanto ignorante e insensibile quanto ierl’altro.
Mentre questi DEVASTATI (si, devastati, perchè uno che mi pronuncia “kamikaze” come “kamikas”, alla francese, non ha capito un accidente di nulla della vita; si ‘e cose nun le sai, salle) accagliavano parole a caso, purchè polisillabiche (”tirannosauro, autocrate”), si beavano di essere incomprensibili (”e adesso andiamo nell’insondabile”, ha detto uno che poco prima s’era bullato di aver fatto “performances” nei cimiteri di Parigi, una “performance” diversa per ogni tomba, prima di leggere una sua “poesia” -abbiate pazienza, ma le virgolette sono d’obbligo-; da’retta, babbaleo… ma se lo sai da solo, che di quell’accozzaglia di fonemi non si capisce un cazzaccio di nulla, che la leggi a fare?) avevo la mi’amica dietro che di tanto in tanto sussurrava un “bellissima…”, ad esempio quando uno, tra l’altro il meno peggio, ha letto cosette tipo “suonatore di meningi” e “solleticare il cranio”.
Ripeto: o sono imbecille, o sono insensibile.
Perchè mi pare esagerato definire “performance” anche l’assemblaggio delle scatole; perchè uno che mi proferisce chicche come “l’estrinsecarsi del divenire” o ”alzerò una paletta patafisica per interrompervi, visto che siete in overbooking” dalle parti mie prima si becca uno scappellotto, sulla fiducia, poi gli si chiedon spiegazioni; perchè se mi fai (si, proprio “fai”, che è bassa manovalanza, non alta composizione, secondo me) una poesia che si intitola “Il cane di Dio” e che finisce -comunque troppo tardi- con “ogni uomo è il cane di Dio”, solo per fare il finto blasfemo e giocare su uno scandalo inesistente, secondo me sei solo un infelice e un fallito.
Perchè, soprattutto, secondo il mio modestissimo parere di diplomatico in elettronica industriale, vorace lettore e men che mediocre scribacchino, l’arte non ha da essere sbrodolamento autoreferenziale. Per dirla alla Mr. Wolf, ’sti tizi eran lì per farsi pompini a vicenda, scopo ben distinto da quello artistico.
Mi dispiace solo che la mi’amica fosse finita lì nel mezzo, visto che, stranamente per il contesto, il su’racconto si capiva tutto, è stato letto senza pretese e senza affettazione, e, ahimè, era pure carino-sensato-assennato-ben scritto, e quindi non è stato spompinato come il resto delle altro opere.
Posso essere in disaccordo sulla tesi di uno degli artisti (”l’eccesso di comunicazione porta all’incomunicabilità”), però rispetto il modo in cui l’ha espressa, ad esempio, visto che è uno dei pochi che ha tenuto a renderla comprensibile. Ho particolarmente sulle palle, invece, tutti coloro che credono che più una cosa è oscura, difficile e incomprensibile, e migliore è. NO. L’arte deve portare un messaggio, un’emozione, quantomeno, se no non vale un accidente, oltre alla mera esecuzione tecnica. Posso scattare una foto perfetta in luci, esposizioni, inquadratura e tagli, però non sarà arte se non “comunica” niente.
Posso scrivere romanzi pieni di metafore azzardate e risonanti, immagini bellissime, intrecci degni di arazzi, ma non dir nulla di nulla (e ritrovarmi con un “oceano mare” per le mani, ad esempio).
NON E’ ARTE. L’arte deve comunicare qualcosa. L’arte non deve essere l’aristocrazia di “voi che siete persone intelligenti, sapete che ossìmoro significa…” che mi confonde la conoscenza di paroloni aulici, obsoleti e financo desueti (o toh!) con l’intelligenza o lo spirito artistico. Devo citare un Ligabue, un naif a caso, per sostenere la necessità della mediabilità del messaggio/arte? Una stanza buia è una stanza buia, se non s’accende la luce non si può capire se è un museo o un ripostiglio.
Se no potrei dire, come m’è sembrato mancasse però l’altr’ieri -ma forse ero solo distratto, me lo son perso-, “sto pensando poetico, cazzi vostri”; e giù applausi, che, cavolo, io non lo capisco, quindi dev’essere artistico davvero. E ora scusate, che devo andare, che mi scappa la performance.
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Bianco.
Era passato dal sonno alla veglia come una lampadina che si accende, e la prima impressione che ebbe fu la difficoltá meccanica nell’aprire gli occhi, le palpebre incollate dagli umori del lungo sonno.
La seconda impressione fu, appunto, il bianco del soffitto. E delle pareti. E del letto. Come nella vecchia battuta, capí di essere in ospedale, e richiuse gli occhi, abbagliato tanto dalla rivelazione quanto dalla luce. Solo allora ricordó il fulmine. Comprese che l’auto doveva quantomeno essere finita fuori strada, senza controllo, visto che non ricordava d’aver accostato. O forse l’aveva fatto prima di cedere al buio, e non lo ricordava. Sete, ecco cosa aveva, la bocca tanto secca che non la sentiva nemmeno impastata. Quanto aveva dormito? O, meglio, quanto era stato senza conoscenza? Riaprí gli occhi, lentamente, e si guardó le braccia poggiate sopra le coperte, mettendole a fuoco a fatica. A parte un cerotto per tener fermo l’ago di una flebo, nessun segno. O non s’era fatto niente dopo il blackout, o aveva dormito a lungo. Mosse il braccio libero dal tubo per toccarsi il volto, e notó intanto che era senza orologio. Toccó le guance, la fronte. Niente bende, la barba corta. O lo avevano rasato da poco, o aveva dormito poco. Non credeva che gli infermieri che si prendono cura degli incoscienti si premurassero di lasciare un corto pizzo sul mento dei lungodegenti, e si rassicuró: era stato “spento per sovraccarico” al massimo due, tre giorni. E se non aveva ferite, doveva in qualche modo aver evitato uno scontro, o un fuori strada; anche il fulmine non doveva averlo preso in pieno, oppure la famosa Gabbia di Faraday -ah, quanto era nerd a ricordarsi cose del genere!- ne aveva sminuito gli effetti. Inspiró forte, preparandosi a mettersi seduto sul letto, cosa che fece senza disagi. Si giró intorno. Stanza singola, tutti gli arredi immacolati, alle pareti dipinti di rilassanti panorami agresti, non dozzinali, in cornici bianche, persino le tende alle finestre erano di una qualche stoffa e non veneziane o tende verticali. Tutto urlava a pieni polmoni “clinica privata”. Urlava anche “costoso”, cosa che lo preoccupó quasi quanto -mosse le gambe, si diede un pizzicotto al pene, riscontró che tutto era perfettamente sensibile e presumibilmente efficiente- il dubbio di aver riportato danni seri. No. Se non c’era arrivato da solo, chiedendo “ricoveratemi nella suite panoramica”, cosa di cui dubitava, il costo non era un suo problema.
Non era nemmeno strano che non ci fosse nessuno al suo capezzale, visto che uno di quei macchinari che nei film fanno bip-bip al solo scopo di annunciare con un fischio prolungato quando il protagonista muore era attaccato, silente ma pulsante di lucette, con una coppia di elettrodi adesivi al suo collo. Si sentì il mostro di Frankestein, per uno scherzoso secondo (”A.B. Qualcosa”-”Sedadavo”), e mentre provava ad imitarlo scoprí con leggero dolore che la gola secchissima gli impediva di ruggire.
Era l’ora di vedere qualcuno, allora.
Appeso alla testata del letto trovó senza nemmeno cercarlo il pulsante per chiamare l’infermiera o il medico di guardia. Lo premette brevemente.
Nemmeno dieci secondi (”Si, clinica privata”, si disse con rassegnazione) e la porta si aprí e una infermiera fece il suo ingresso con un “Buongiorno. Qualcosa da bere, suppongo. Succo di frutta? Acqua?” Non aveva nemmeno provato a sorridere, carina e distaccata, ma si era premurata di alzargli i cuscini dietro la testa mentre domandava. Bruno rispose uno stentato e rauco “acqua, grazie” degno di Zio Tibia mentre la carinaegelida gli mostrava con l’esempio diretto quale pulsante del telecomando alzava lo schienale del letto. “Quanto…?” provó a inquisire lo sballottato Bruno mentre la gelidaecarina usciva interrompendolo “Non so, signore, sono montata stamattina. Vado a prenderle l’acqua e controllo la cartella”.
La Gelida fu di ritorno in pochi secondi (e che, l’aveva dietro la porta, la brocca?) dicendo “Domenica pomeriggio. Oggi é martedí.” versó un mezzo bicchiere d’acqua in un bicchiere sfaccettato che, tra Bruno e la finestra, diede in mille riflessi e barbagli “beva piano. Si bagni le labbra, prima. Io intanto chiamo il dottore, che le toglierá quei dubbi che le leggo negli occhi”. Bruno stava in realtá stringendo le palpebre per la luce alle spalle della Gelida, ma l’inizio di sorriso che le lesse sulle labbra lo spinse ad annuire e a ricambiare il sorriso. Gelida, e carina, come da prima impressione.
(11-continua)
Posted by i'C under Racconti | Comments (2)
Prodzac: “Una buoohna finanziaria deve shcontentare tutti”
Questa è evidentemente ottima.
Il tutto in linea col programma elettorale: “distribuiremo felicità”, vero?
Posted by i'C under Ce l'ho con... | Comments (1)
LAMPO!
Bruno fermò la serie mentale di “machimel’hafattfaremachimel’hafattofare” per iniziare a contare: “uno… due… tr-” Fu interrotto dal tuono. Tre chilometri di distanza, se ricordava bene la formula imparata qualche decennio prima sul Manuale delle Giovani Marmotte.
Era l’unico modo, quello di distrarsi, per evitare di maledirsi per essere uscito con un tempo del genere.
Sembrava che il tempo, dopo un sabato di tempesta, si fosse appena appena rimesso, e Bruno s’era arrischiato ad andare a Firenze, e nella fattispecie all’IKEA, contando sul fatto che quando piove nessuno ha voglia di uscire. Sapeva di essere strano, nell’essere infastidito dalla folla; non era certo che esistesse la demofobia, ma avrebbe accettato con rassegnazione di esserne affetto. Aveva però solo quello, come unico giorno libero per una visita di “ricognizione” per una libreria da acquistare.
Aveva così dribblato tutti quelli che facevano passeggio e struscio, guardando solo con minimo interesse i mobili esposti, si era fatto un preventivo, aveva approfittato del momentaneo calo di presenze dell’ora di pranzo per investire qualcuno dei suoi buoni pasto in una quantità industriale di polpette, aveva raccolto al volo delle bacchette per quando cucinava giapponese e un set di bicchierini da grappa, e, pagati questi ultimi, era volato via verso casa. Adesso, tra Firenze e Campi Bisenzio c’era solo lui.
Oddio, volato. Aveva fatto in tempo a raggiungere la rotonda verso Campi che Chiunquesialassù aveva innestato il “risciacquo energico” della megalavatrice che era il mondo, e Bruno aveva dovuto rllentare, dato che i tergicristalli non riuscivano a tenere il passo delle onde che gli si formavano sul parabrezza.
Qualche coglione di programmatore radiofonico era riuscito a ripescare, tanto improbabilmente quanto malappropriatamente, “Azzurro”. “Bella canzone, eh!”, pensò Bruno, “solo, idiota seduto in un ufficio, non credi che gli ascoltatori si sentano presi per il culo?”
LAMPO!
“uno… du-” Il tuono fu corto e possente. Meno d’un chilometro, probabilmente, visto che aveva contato forse troppo veloce. Con altrettanta probabilità, il centro della perturbazione si stava avvicinando. Infatti, Bruno dovette rallentare ancora, visto che la pioggia era ancora aumentata in furia e intensità “Ma questo è un uragano” disse tra sè. Meno male che tutti dicevano che l’auto è una gabbia di Faraday quasi perfetta, quindi isola da fulmini e scariche i suoi occupanti.
Il lampo e il tuono lo fecero sussultare, contemporanei e vicinissimi, nel padule accanto alla strada. Il tridente rovescito della scarica elettrica gli rimase per qualche secondo sulla retina, e poco mancò che lo scatto nervoso che aveva fatto per la sorpresa si comunicasse al volante e lo mandasse fuori strada.
La prese in ridere, a quel punto. Alzò gli occhi verso il cielo grigio e scuro e pesante come quei piombini da pesca che suo padre gli aveva una volta regalati quando lui aveva poco più di cinque anni, e scherni “Oh, Capo, hai sbagliato mira, io sono un pelo più a sini…” Il colpo fu spaventoso. Lo zittì all’istante, con negli occhi l’immagine delle proprie mani ricoperte di scintille come da parassiti vermiformi, e nel petto l’oppressione dei muscoli paralizzati dalla scarica. Poi, tutto divenne buio.
Miracolosamente il fulmine non fece esplodere il serbatoio dell’auto, ma si limitò a incendiare i fumi della benzina che spararono via il tappo e il coperchio in una vampa degna di un lanciafiamme.
I copertoni, a dispetto del presupposto essere isolanti, si fusero coll’asfalto quasi istantaneamente, e lo stesso fecero tra sè le parti mobili dei freni e del differenziale. L’auto iniziò un testacoda che Bruno, afflosciato sul sedile come una bambola di stracci, le mani ancora contratte sul volante, non aveva più il potere di contrastare.
Uno degli alberi che costeggiavano la strada fermò la corsa della vettura prima che questa volasse nel fosso sottostante. La fiancata dal lato del passeggero era distrutta, e l’auto fumò per qualche secondo, prima che la pioggia abbattesse anche i fumi, da diversi punti.
Fece in tempo a freddarsi qualsiasi focolaio e lamiera arroventata, prima che qualcuno passasse e notasse il corpo di Bruno al posto di guida e la larga macchia di sangue che l’impatto del cranio aveva allargato sul finestrino rimasto intatto.
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Lerner, a L’infedele, parlando di un ospite:
“Volevo definirlo ‘culturista’ ma lui ha insistito per ‘pornoattore gay’, e, visto che non si deve guardare alle spalle…”
Inserire faccina che si batte la fronte QUI.
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1-0
No, dico… se l’immaginano, no, che son riviste che finiscono quantomeno nel bagno, per le letture “da seduta”?
E se l’immaginano che poi restano appoggiate lì, copertina in su, sul bidone per i panni, sulla sedia, sul radiatore, nella cesta per le riviste (eh, si, conosco gente che hai il bagno attrezzato)?
Rispetto la scelta antisessista di Men’s Health, che ha scelto di evitare le gnoccolone discinte, ma…
Io, quando faccio pipì, faccio vagolare lo sguardo, appena sono sicuro di aver preso bene la mira.
E, onestamente, quando “l’ho in mano”, preferisco incrociare lo sguardo di Rossella Brescia, che quello di Figo.
Posted by i'C under Recensioni | Comments (2)
Mi sbaglierò, ma l’inizio dell’ultima di Madonna è uguale a Oxygene di J.M.Jarre.
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Ho ritrovato questo post nella mia chiavetta USB. Lo posto perchè per fortuna, la situazione è ben cambiata, e il leggere quanto segue non mi abbatte più, anzi, mi fa vedere quanto mi sia rafforzato.
Lei (con la maiuscola) non è più in grado di ferirmi, di farmi umiliare.
Merito mio, eh!, e di questo son ben orgoglioso.
No, mi spiace. Non voglio essere un partner sessuale, checché tu l’abbia detto con tutta la tranquillitá e il distacco di questo mondo. Non voglio essere SOLO quello. Non mi vuoi come partner SESSUALE, però non mi vuoi nemmeno come partner EMOTIVO, ed è questo che mi ferisce.
Ho provato a darti un po’ del calore di cui sembravi aver bisogno, prima con gli abbracci e l’affetto, poi con quel che é venuto da sé, anche troppo naturalmente. Non so di chi é colpa, se una colpa c’è, nell’essermi a suo tempo innamorato di te, nel non aver potuto, nonostante mille buoni propositi, rimanerti lontano, nell’aver risposto ad ogni tuo invito e richiamo.
Non so se é DAVVERO bene che non ci rivediamo piú. So che mi faceva star bene lo starti vicino, mi sentivo a casa e rilassato e nel mio posto ogni volta che ero accanto a te: mi sentivo nel posto in cui ero destinato a stare, che é tutto quello che un uomo possa volere. É finita circa un quarto d’ora dopo che é iniziata, forse per fortuna.
Devo solo trovare il tempo e la forza di convincermi che tutto é durato infinitamente meno di quel che mi é sembrato.
Posted by i'C under Feelings | Comments (5)
Ecco. Stasera, stanco come un ciuco come al solito, nel tornare a casa dei miei, ove devo lottare contro le cazzate di un precedente elettricista al fine di spostare un interruttore da una parete all’altra, ho alzato gli occhi verso la terrazza, dove spesso, come statuette egizie, si affacciano a custodire il mondo le gatte dei miei.
Ho incrociato un francobollo di sole tra le nuvole, un quadrato di luce bordato a un lato di giallo, arancio, rosso. Non so se era quel che il convento passava di un arcobaleno senza pioggia, o solo il punto d’impegno di un tramonto nascosto, ma c’era, caldo nella brezza serotina.
C’era, cavolo. Uno scampolo di luce e calore, bello, perfetto nella sua modestia e nella sua casualitá, effimero come solo un capriccio di nuvole, vento e rifrazione puó esserlo. C’era, al contrario di tante altre piccole consolazioni che uno, nella fattispecie il sottoscritto, vorrebbe trovare la sera sulla strada di casa, dall’uscita del lavoro al momento di andare a letto. Cosa gli si poteva rimproverare, se non l’aver prolungato una forse vana speranza di serenitá?
Posted by i'C under Feelings | Comments (3)
M’é capitato sotto gli occhi un trailer esteso de “La freccia nera”.
Io non ho avuto il privilegio di vedere la prima edizione, quella con Loretta Goggi (e quindi tutto questo sproloquio, frutto di un sentimento di “lesa maestá” potrebbe essere inutile), ma non temo smentite quando dico che i remake sarebbe bene non esistessero proprio: l’unico che avesse un senso é stato quello de “la notte dei morti viventi” ad opera di Savini, che ha modernizzato l’opera di Romero, aggiornandone il ruolo della protagonista femminile da terrorizzato e catatonico soprammobile ad elemento attivo. Come al mio solito sto divagando, pazientate.
Come protagonisti del nuovo sceneggiato, dicevo, han scelto due bellocci -un lui e una lei sconosciuti ai piú o quantomeno a me- espressivi come una coppia di pani di ghisa, la cui capacitá recitative mi han DAVVERO fatto rabbrividire. M’ero appena intrippato sull’armatura di maglia del belloccio quando una monocorde protesta della belloccia m’ha destato, e riportato alle tristezze del mondo della fiction televisiva, ove se sei vulvimunita e prodiga nell’elargirla, di sicuro da qualche parte arrivi.
Lasciandovi immaginare dove ho mentalmente mandato i responsabili del casting, vi invito a condividere un pensiero di rispetto alla memoria del mito de “La freccia nera”, dai miei genitori citato con nostalgia, da Bisio ricordato come fonte dei primi pruriti, ascritto nella storia della televisione italiana a lettere d’oro. Suppongo che nessuno se lo ricorderá piú, quando sará stato tanto nuovamente quanto vanamente recitato come dalla Marchesini quando fa la cameriera secca dei signori Montagné -uh!-.
Facciamo cosí, giá che ci siamo: accanto alle Piramidi, costruiamo qualcosa disegnato da quel malato di mente di Isozaki e avallato da quel disturbato di Sgarbi, che é l’ora di svecchiare l’immagine turistica dell’Egitto, coglioni.
Posted by i'C under Recensioni, Ce l'ho con... | Comments (0)
…sono in lizza su www.the-gadgeteer.com per il contenuto geek di borse e zaini.
io punto allo spazzolino da viaggio
Posted by i'C under Accadde che... | Comments (0)
Fare l’idromele è ancora più facile del sidro.
Si prende il sottocitato bidone e lo si sanitizza.
Si mette a bollire dell’acqua.
Vi si butta FINO A UN 30% di miele, spengendo contemporaneamente il fuoco, pastorizzando così il tutto.
Si lascia coperto a ghiacciare un poco, e appena è arrivato a temperatura ambiente si versa il tutto nel bidone e si aggiunge il sempre sottocitato lievito.
Si lascia fermentare e invecchiare almeno tre mesi.
Con Leonardo il perugino, omonimo del mi’fratello e addirittura più affine di questi per interessi e moti, si fecero nove bottiglie, tre per il 10%, tre per il 20%, tre per il 30%, e se ne assaggiarono una per percentuale a tre, sei, nove mesi.
Trovammo l’optimum col 20% a sei mesi, ma ogni miele temperatura di cantina e lievito è fattore a se, quindi il mio è solo un consiglio. Fatemi sapere
Posted by i'C under Sing Single, Ricette | Comments (1)
però stavolta le Iene hanno colpito nel segno.
Alludo ovviamente all’inchiesta col tampone antidroga sui parlamentari: più di un terzo positivi all’uso di cannabis e coca ENTRO 36 ORE.
Han voglia, a protestare per la privacy e la riservatezza: son personaggi pubblici, e se la velina di turno non può opporsi alle foto se la beccano a Fregene in topless, loro, CHE DOVREBBERO RAPPRESENTARCI, dovrebbero avere anche il coraggio di dire “si, m’avete beccato”; nel caso, che aggiungano un “e allora?”.
Basta che la smettano con l’ipocrisia di vietarci quel che loro fanno abitualmente (qualsiasi riferimento alla donazione fatta da Prodi prima di ritassare le stesse non è puramente casuale), e per una volta dimostrino una coerenza e una sincerità che finora hanno dimostrato essere molto rare.
Però, diciamocelo, così si spiegano finalmente indulto e finanziaria.
Posted by i'C under Ce l'ho con... | Comments (2)
Ieri, attendendo la mia acqua tonica (piccolo inciso: visto che poi un “sommergibile” col Laphroaig me l’hanno fatto pagare 10€, d’ora in poi al Cheers si va avanti a tonica senza ghiaccio, che io non son miGlionario), ho finito di vedere il film che da il titolo a questo post.
Bellissimo, un’atmosfera tesissima, evocativo coi colori, coi costumi…
Però non c’ho capito un cazzo. Qualcuno me lo spiega?
Posted by i'C under Recensioni | Comments (4)
I più attenti e i più intimi dei miei quattro lettori sanno che ormai troppo tempo fa, praticavo l’immersione subacquea. Ero un sub di medie capacità, un sub normale, appunto. (Battuta scontata, ma la dovevo fare, vista l’allitterazione che la mia nuova qualifica mi ha suggerito). Da oggi sono ufficialmente, anche se non so nè per quanto, nè con quali frutti, subber.
Oggi è stata pubblicata da www.subsfactory.it la mia prima fatica da subber, ovvero da sottotitolatore: la mia partecipazione ai subs di Heroes 1×02 (son l’ i’C da voi tanto amato).
Accetto critiche ferocissime relativamente alla traduzione e adattamento delle battute da 460 a 575, mio primo test in collaborazione. Anzi, le esigo.
Posted by i'C under Recensioni | Comments (0)
Il sidro -da non confondersi coll’idromele o idromiele, che colle mele non c’ha nulla a che fare- è un fermentato di succo di mele, alcolico quanto lo consente il lievito introdotto, non distillato.
Il modo più facile per farlo è recuperare un vecchio bidone alimentare, che saranno ben lieti di omaggiarvi in qualsiasi pasticceria dopo averlo svuotato dalle marmellate.Va bene anche un boccione da olio, visto che io parto con un minimo di tre litri di prodotto.
Dopo averlo opportunamente sanitizzato con i metodi preferiti (metabisolfito, candeggina molto diluita), vi si versa SUCCO DI MELA (che sorpresa, eh?).
Non state a sfarinarvi i testicoli con la spremitura e la centrifuga di mele rosse in quantità industriali: negli Hard Discount vendono un ottimo succo di mela tedesco, già PASTORIZZATO, biologico e adattissimo all’uopo. Mettetene da parte un 10%, eventualmente congelandolo, se volete un sidro gassato.
Poi giunge il difficile: mettetici un cucchiaino di lievito da enologia (non quello di birra per il pane, ve ne prego col cuore in mano e per pietà di tutti i palati): il Saccharomices Cerevisiae, o come cavolo si scrive, di quello usato per lo champenois, o come cavolo si scrive anche lui e tutti ’sti francesi >:(. Se volete il sidro dolce, scegliete lievito meno attenuante: meglio fermarsi a 8-9 gradi alcolici col sidro dolce che a 12 con qualcosa di simile a un prosecco. Ovviamente, se volete il sidro ben forte, vale il discorso contrario. Ci sono anche soluzioni “capra e cavoli” grazie alla miscelazione di zuccheri non fermentabili (es. lattosio), ma, provatili, onestamente, non ne vale la pena.
Lasciate fermentare, al buio, tra 1 18° e i 30°, con una copertura antipolvere ma in grado di lasciar fuoriuscire i gas della fermentazione: un buon acquisto (1-2€) è un tappo gorgogliatore, ma potete gestirvela anche con tubi ritorti, immersi in bacinelle, eccetera.
Dopo una quindicina-venti giorni il sidro, se il lievito è buono, è quasi pronto, o quantomeno bevibile. Travasatelo, senza la fondata di lievito, in bottiglie o barilotti. Lasciate spazio per l’inevitabile gas di continuazione di fermentazione in bottiglia, se non volete degli shrapnel nel frigorifero o in cantina. Tappate le bottiglie, meglio coi tappi “a macchinetta” o “a corona”.
Se lo volete gasato, mescolate prima di chiudere le bottiglie il 10% di succo che avete tenuto da parte: fermenterà anch’esso coi lieviti in sospensione, e il gas, chiuso nelle bottiglie, si discioglierà nel sidro. Ovviamente, tenete ancora un po’ più spazio, per la suddetta esplosività. Aspettate almeno un’altra settimana prima di aprire QUESTE bottiglie, se volete bere un bel sidro gasato.
Enjoy homebrewing
Posted by i'C under Sing Single, Ricette | Comments (0)
…però il fatto che il giorno in cui ho deciso di pensare un po’ più a me m’arrivi il premio di un concorso a cui nemmeno ricordavo d’aver partecipato, quantomeno mi dà da pensare.
Posted by i'C under Accadde che... | Comments (0)
Me lo diceva qualche tempo fa F.
A un certo punto, anche se continuare a dare è spontaneo, un moto imprescindibile, una soddisfazione e un piacere, semplicemente non ci si fa più.
Ci si asciuga, a forza di dare, se di tanto in tanto non voglio dire che si debba ricevere, ma almeno ci si ferma un attimo a guardare se tutto il dare ha ottenuto un qualche effetto.
Le buone parole, la compagnia all’amico solo, la solidarietà al conoscente depresso, il consiglio allo sconosciuto che sai essere negli stessi casini in cui sei stato tu quqlche tempo fa, è sano darli solo se sono apprezzati o, meglio, non molesti, se no ti otrnano indietro cambiati di segno. Essere offeso per una buona parola, infamato per un consiglio, evitato per un invito è capitato a tutti coloro che almeno han provato a far qualcosa di buono, credo.
Ultimamente sta succendendo troppo spesso, e tocca anche a me cominciare a dire qualche no, per non farmi male, per non farmi dispiacere per accontentare qualcun altro.
L’ho già scritto troppe volte, ormai: sono stanco; e mi dispiace che di questa mia stanchezza se ne accorgeranno per primi coloro che meno se lo meritano, coloro che davvero mi sono più vicini.
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