October 22, 2006

10 (dovevo aspettare un week-end piovoso, no?)

LAMPO!
Bruno fermò la serie mentale di “machimel’hafattfaremachimel’hafattofare” per iniziare a contare: “uno… due… tr-” Fu interrotto dal tuono. Tre chilometri di distanza, se ricordava bene la formula imparata qualche decennio prima sul Manuale delle Giovani Marmotte.
Era l’unico modo, quello di distrarsi, per evitare di maledirsi per essere uscito con un tempo del genere.
Sembrava che il tempo, dopo un sabato di tempesta, si fosse appena appena rimesso, e Bruno s’era arrischiato ad andare a Firenze, e nella fattispecie all’IKEA, contando sul fatto che quando piove nessuno ha voglia di uscire. Sapeva di essere strano, nell’essere infastidito dalla folla; non era certo che esistesse la demofobia, ma avrebbe accettato con rassegnazione di esserne affetto. Aveva però solo quello, come unico giorno libero per una visita di “ricognizione” per una libreria da acquistare.
Aveva così dribblato tutti quelli che facevano passeggio e struscio, guardando solo con minimo interesse i mobili esposti, si era fatto un preventivo, aveva approfittato del momentaneo calo di presenze dell’ora di pranzo per investire qualcuno dei suoi buoni pasto in una quantità industriale di polpette, aveva raccolto al volo delle bacchette per quando cucinava giapponese e un set di bicchierini da grappa, e, pagati questi ultimi, era volato via verso casa. Adesso, tra Firenze e Campi Bisenzio c’era solo lui.
Oddio, volato. Aveva fatto in tempo a raggiungere la rotonda verso Campi che Chiunquesialassù aveva innestato il “risciacquo energico” della megalavatrice che era il mondo, e Bruno aveva dovuto rllentare, dato che i tergicristalli non riuscivano a tenere il passo delle onde che gli si formavano sul parabrezza.
Qualche coglione di programmatore radiofonico era riuscito a ripescare, tanto improbabilmente quanto malappropriatamente, “Azzurro”. “Bella canzone, eh!”, pensò Bruno, “solo, idiota seduto in un ufficio, non credi che gli ascoltatori si sentano presi per il culo?”
LAMPO!
“uno… du-” Il tuono fu corto e possente. Meno d’un chilometro, probabilmente, visto che aveva contato forse troppo veloce. Con altrettanta probabilità, il centro della perturbazione si stava avvicinando. Infatti, Bruno dovette rallentare ancora, visto che la pioggia era ancora aumentata in furia e intensità “Ma questo è un uragano” disse tra sè. Meno male che tutti dicevano che l’auto è una gabbia di Faraday quasi perfetta, quindi isola da fulmini e scariche i suoi occupanti.
Il lampo e il tuono lo fecero sussultare, contemporanei e vicinissimi, nel padule accanto alla strada. Il tridente rovescito della scarica elettrica gli rimase per qualche secondo sulla retina, e poco mancò che lo scatto nervoso che aveva fatto per la sorpresa si comunicasse al volante e lo mandasse fuori strada.
La prese in ridere, a quel punto. Alzò gli occhi verso il cielo grigio e scuro e pesante come quei piombini da pesca che suo padre gli aveva una volta regalati quando lui aveva poco più di cinque anni, e scherni “Oh, Capo, hai sbagliato mira, io sono un pelo più a sini…” Il colpo fu spaventoso. Lo zittì all’istante, con negli occhi l’immagine delle proprie mani ricoperte di scintille come da parassiti vermiformi, e nel petto l’oppressione dei muscoli paralizzati dalla scarica. Poi, tutto divenne buio.
Miracolosamente il fulmine non fece esplodere il serbatoio dell’auto, ma si limitò a incendiare i fumi della benzina che spararono via il tappo e il coperchio in una vampa degna di un lanciafiamme.
I copertoni, a dispetto del presupposto essere isolanti, si fusero coll’asfalto quasi istantaneamente, e lo stesso fecero tra sè le parti mobili dei freni e del differenziale. L’auto iniziò un testacoda che Bruno, afflosciato sul sedile come una bambola di stracci, le mani ancora contratte sul volante, non aveva più il potere di contrastare.
Uno degli alberi che costeggiavano la strada fermò la corsa della vettura prima che questa volasse nel fosso sottostante. La fiancata dal lato del passeggero era distrutta, e l’auto fumò per qualche secondo, prima che la pioggia abbattesse anche i fumi, da diversi punti.
Fece in tempo a freddarsi qualsiasi focolaio e lamiera arroventata, prima che qualcuno passasse e notasse il corpo di Bruno al posto di guida e la larga macchia di sangue che l’impatto del cranio aveva allargato sul finestrino rimasto intatto.

 

 

Posted by i'C under Racconti | Comments (4)