11
Bianco.
Era passato dal sonno alla veglia come una lampadina che si accende, e la prima impressione che ebbe fu la difficoltá meccanica nell’aprire gli occhi, le palpebre incollate dagli umori del lungo sonno.
La seconda impressione fu, appunto, il bianco del soffitto. E delle pareti. E del letto. Come nella vecchia battuta, capí di essere in ospedale, e richiuse gli occhi, abbagliato tanto dalla rivelazione quanto dalla luce. Solo allora ricordó il fulmine. Comprese che l’auto doveva quantomeno essere finita fuori strada, senza controllo, visto che non ricordava d’aver accostato. O forse l’aveva fatto prima di cedere al buio, e non lo ricordava. Sete, ecco cosa aveva, la bocca tanto secca che non la sentiva nemmeno impastata. Quanto aveva dormito? O, meglio, quanto era stato senza conoscenza? Riaprí gli occhi, lentamente, e si guardó le braccia poggiate sopra le coperte, mettendole a fuoco a fatica. A parte un cerotto per tener fermo l’ago di una flebo, nessun segno. O non s’era fatto niente dopo il blackout, o aveva dormito a lungo. Mosse il braccio libero dal tubo per toccarsi il volto, e notó intanto che era senza orologio. Toccó le guance, la fronte. Niente bende, la barba corta. O lo avevano rasato da poco, o aveva dormito poco. Non credeva che gli infermieri che si prendono cura degli incoscienti si premurassero di lasciare un corto pizzo sul mento dei lungodegenti, e si rassicuró: era stato “spento per sovraccarico” al massimo due, tre giorni. E se non aveva ferite, doveva in qualche modo aver evitato uno scontro, o un fuori strada; anche il fulmine non doveva averlo preso in pieno, oppure la famosa Gabbia di Faraday -ah, quanto era nerd a ricordarsi cose del genere!- ne aveva sminuito gli effetti. Inspiró forte, preparandosi a mettersi seduto sul letto, cosa che fece senza disagi. Si giró intorno. Stanza singola, tutti gli arredi immacolati, alle pareti dipinti di rilassanti panorami agresti, non dozzinali, in cornici bianche, persino le tende alle finestre erano di una qualche stoffa e non veneziane o tende verticali. Tutto urlava a pieni polmoni “clinica privata”. Urlava anche “costoso”, cosa che lo preoccupó quasi quanto -mosse le gambe, si diede un pizzicotto al pene, riscontró che tutto era perfettamente sensibile e presumibilmente efficiente- il dubbio di aver riportato danni seri. No. Se non c’era arrivato da solo, chiedendo “ricoveratemi nella suite panoramica”, cosa di cui dubitava, il costo non era un suo problema.
Non era nemmeno strano che non ci fosse nessuno al suo capezzale, visto che uno di quei macchinari che nei film fanno bip-bip al solo scopo di annunciare con un fischio prolungato quando il protagonista muore era attaccato, silente ma pulsante di lucette, con una coppia di elettrodi adesivi al suo collo. Si sentì il mostro di Frankestein, per uno scherzoso secondo (”A.B. Qualcosa”-”Sedadavo”), e mentre provava ad imitarlo scoprí con leggero dolore che la gola secchissima gli impediva di ruggire.
Era l’ora di vedere qualcuno, allora.
Appeso alla testata del letto trovó senza nemmeno cercarlo il pulsante per chiamare l’infermiera o il medico di guardia. Lo premette brevemente.
Nemmeno dieci secondi (”Si, clinica privata”, si disse con rassegnazione) e la porta si aprí e una infermiera fece il suo ingresso con un “Buongiorno. Qualcosa da bere, suppongo. Succo di frutta? Acqua?” Non aveva nemmeno provato a sorridere, carina e distaccata, ma si era premurata di alzargli i cuscini dietro la testa mentre domandava. Bruno rispose uno stentato e rauco “acqua, grazie” degno di Zio Tibia mentre la carinaegelida gli mostrava con l’esempio diretto quale pulsante del telecomando alzava lo schienale del letto. “Quanto…?” provó a inquisire lo sballottato Bruno mentre la gelidaecarina usciva interrompendolo “Non so, signore, sono montata stamattina. Vado a prenderle l’acqua e controllo la cartella”.
La Gelida fu di ritorno in pochi secondi (e che, l’aveva dietro la porta, la brocca?) dicendo “Domenica pomeriggio. Oggi é martedí.” versó un mezzo bicchiere d’acqua in un bicchiere sfaccettato che, tra Bruno e la finestra, diede in mille riflessi e barbagli “beva piano. Si bagni le labbra, prima. Io intanto chiamo il dottore, che le toglierá quei dubbi che le leggo negli occhi”. Bruno stava in realtá stringendo le palpebre per la luce alle spalle della Gelida, ma l’inizio di sorriso che le lesse sulle labbra lo spinse ad annuire e a ricambiare il sorriso. Gelida, e carina, come da prima impressione.
(11-continua)
Posted by i'C under Racconti | Comments (2)
















