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Racconti

2 Commenti

Bianco.
Era passato dal sonno alla veglia come una lampadina che si accende, e la prima impressione che ebbe fu la difficolt meccanica nell’aprire gli occhi, le palpebre incollate dagli umori del lungo sonno.
La seconda impressione fu, appunto, il bianco del soffitto. E delle pareti. E del letto. Come nella vecchia battuta, cap di essere in ospedale, e richiuse gli occhi, abbagliato tanto dalla rivelazione quanto dalla luce. Solo allora ricord il fulmine. Comprese che l’auto doveva quantomeno essere finita fuori strada, senza controllo, visto che non ricordava d’aver accostato. O forse l’aveva fatto prima di cedere al buio, e non lo ricordava. Sete, ecco cosa aveva, la bocca tanto secca che non la sentiva nemmeno impastata. Quanto aveva dormito? O, meglio, quanto era stato senza conoscenza? Riapr gli occhi, lentamente, e si guard le braccia poggiate sopra le coperte, mettendole a fuoco a fatica. A parte un cerotto per tener fermo l’ago di una flebo, nessun segno. O non s’era fatto niente dopo il blackout, o aveva dormito a lungo. Mosse il braccio libero dal tubo per toccarsi il volto, e not intanto che era senza orologio. Tocc le guance, la fronte. Niente bende, la barba corta. O lo avevano rasato da poco, o aveva dormito poco. Non credeva che gli infermieri che si prendono cura degli incoscienti si premurassero di lasciare un corto pizzo sul mento dei lungodegenti, e si rassicur: era stato “spento per sovraccarico” al massimo due, tre giorni. E se non aveva ferite, doveva in qualche modo aver evitato uno scontro, o un fuori strada; anche il fulmine non doveva averlo preso in pieno, oppure la famosa Gabbia di Faraday -ah, quanto era nerd a ricordarsi cose del genere!- ne aveva sminuito gli effetti. Inspir forte, preparandosi a mettersi seduto sul letto, cosa che fece senza disagi. Si gir intorno. Stanza singola, tutti gli arredi immacolati, alle pareti dipinti di rilassanti panorami agresti, non dozzinali, in cornici bianche, persino le tende alle finestre erano di una qualche stoffa e non veneziane o tende verticali. Tutto urlava a pieni polmoni “clinica privata”. Urlava anche “costoso”, cosa che lo preoccup quasi quanto -mosse le gambe, si diede un pizzicotto al pene, riscontr che tutto era perfettamente sensibile e presumibilmente efficiente- il dubbio di aver riportato danni seri. No. Se non c’era arrivato da solo, chiedendo “ricoveratemi nella suite panoramica”, cosa di cui dubitava, il costo non era un suo problema.
Non era nemmeno strano che non ci fosse nessuno al suo capezzale, visto che uno di quei macchinari che nei film fanno bip-bip al solo scopo di annunciare con un fischio prolungato quando il protagonista muore era attaccato, silente ma pulsante di lucette, con una coppia di elettrodi adesivi al suo collo. Si sent il mostro di Frankestein, per uno scherzoso secondo (“A.B. Qualcosa”-”Sedadavo”), e mentre provava ad imitarloscopr con leggero dolore che la gola secchissima gli impediva di ruggire.
Era l’ora di vedere qualcuno, allora.
Appeso alla testata del letto trov senza nemmeno cercarlo il pulsante per chiamare l’infermiera o il medico di guardia. Lo premette brevemente.
Nemmeno dieci secondi (“Si, clinica privata”, si disse con rassegnazione) e la porta si apr e una infermiera fece il suo ingresso con un “Buongiorno. Qualcosa da bere, suppongo. Succo di frutta? Acqua?” Non aveva nemmeno provato a sorridere, carina e distaccata, ma si era premurata di alzargli i cuscini dietro la testa mentre domandava. Bruno rispose uno stentato e rauco “acqua, grazie” degno di Zio Tibia mentre la carinaegelida gli mostrava con l’esempio diretto quale pulsante del telecomando alzava lo schienale del letto. “Quanto…?” prov a inquisire lo sballottato Bruno mentre la gelidaecarina usciva interrompendolo “Non so, signore, sono montata stamattina. Vado a prenderle l’acqua e controllo la cartella”.
La Gelida fu di ritorno in pochi secondi (e che, l’aveva dietro la porta, la brocca?) dicendo “Domenica pomeriggio. Oggi marted.” vers un mezzo bicchiere d’acqua in un bicchiere sfaccettato che, tra Bruno e la finestra, diede in mille riflessi e barbagli “beva piano. Si bagni le labbra, prima. Io intanto chiamo il dottore, che le toglier quei dubbi che le leggo negli occhi”. Bruno stava in realt stringendo le palpebre per la luce alle spalle della Gelida, ma l’inizio di sorriso che le lesse sulle labbra lo spinse ad annuire e a ricambiare il sorriso. Gelida, e carina, come da prima impressione.
(11-continua)

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2 Responses to “11”

  1. Eldar Says:

    ah C, vedi che sei un pacco.. devi continuare a scrivere.. cosa? lavoro? cosa? vita? sociale? che ? SCRIVIIII!!!! >> (classico rumore di frusta di F.r.i.e.d.s.iana memoria)

    E.

  2. i'C Says:

    F.r.i.e.d.s. ???

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