Privilegi
Oggi è bene che nessuno mi contrari.
Perchè sono sveglio da un’ora improponibile -> perchè dovevo prestare almeno un’ora di servizio al bar -> per dare il cambio almeno per un po’ alla mi’ po’era mamma -> perchè il mi’babbo è a casa -> perchè deve stare coi piedi pell’aria -> perchè dopo l’operazione gli è presa una flebite che lèvati -> perchè è voluto tornar subito a lavorare.
Oddio, voluto. Dovuto.
Se ne richiacchierava ieri. M’hanno dato del saputello e partigiano, perchè ho asserito che la vita da dipendente è parecchio meglio di quella da commerciante e lavoratore in proprio. Solo perchè ho provato tutte e due, e ho deciso per la prima, evidentemente sono un coglione.
Innanzi tutto, un commerciante è automaticamente ladro, no? quindi guadagna quanto gli pare, esentasse. Come se convenisse rischiare una multa per evadere l’iva su ottantacinque centesimi di caffè.
Ma ieri il discorso verteva sulla migliore qualità di vita di un commerciante. Io ho fatto l’esempio dei miei. Sono partiti dal nulla, il mi’babbo licenziato di punto in bianco per motivi di incompatibilità caratteriale (i “padroni” erano i mi’nonni, quindi parlo con cognizione di causa), con in casa nemmeno i mobili -si mangiava su un tavolino da campeggio, i primi giorni-, visto che i mi’nonni s’eran portati via tutto tranne la carta da parati e le mattonelle del bagno.
Il mi’babbo non è rimasto un giorno senza lavorare. Gastronomo qualificato e premiato nel ‘78 con un leone della Camera di Commercio, si fece assumere come lavapiatti in un ristorante, visto che gli scadeva il preavviso. Da lavapiatti divenne in capo a un mese interno cucina, e poi aiuto cuoco.
Rimessici in pari, per quanto precariamente, i miei decisero di rischiare.
Con la casa come garanzia, praticamente, presero in gestione un bar.
Sveglia alle cinque del mattino, rientro a casa dopo le nove di sera. Nel mezzo un culo pazzesco, che il bar era da rimettere in sesto come flusso di clientela, come arredi, come qualità del servizio.
Ci ho passato un paio di estati pure io, a sorridere alla clientela nonostante le levatacce, a dare il buongiornoeggrazie anche a quelli che la mattina ti bofonchiano “fè” in faccia col peggio ghigno, a spazzare le cicche -allora- i fogliacci gli avanzi che in casa tua non butti a terra, a pulire il bancone come un tavolo operatorio, ad associare ad ogni cliente il suo “cappuccino lungo scuro latte freddo senza schiuma nel bicchiere”; oddio, si ride, anche, quando si invita “l’atleta” al Camel Trophy, quando al cliente che ti chiede ”mi dai un ‘dito’?” si avvisa “basta che poi non mi si pigli il braccio” oppure a ”mi dai una pasta con le mele?” si risponde “Io ci posso provare, poi però gliela voglio veder mangiare”.
Però ci si fa un culo che io non reggo. Ed è per quello che ammiro i miei: perchè a una media di quattordici ore al giorno di lavoro hanno sempre contrapposto una dignità che metà basta, fatta di sorrisi nonostante la fatica e il sacrificio. Il mi’ fratello lo stesso: appena finite le scuole dell’obbligo, è stato assunto in una pasticceria prima -e anche lì, sveglie a ore improponibili, tant’è che spesso i miei, che lo accompagnavano quand’ancora era minorenne, finivano di dormire nel retrobottega fino all’antelucana apertura- ed è entrato a far parte del bar quando hanno fatto lo step successivo: la vendita di quel bar e l’acquisto di un altro.
Non parlo di tre mesi: tutta questa storia si svolge nell’arco di vent’anni; ma è così che si percepisce un lavoro del genere, no?, come una serie omogenea di giorni appena differenti l’uno dall’altro, scanditi solo dai grossi eventi: la volta che ci hanno rapinato, quando s’è finito di pagare, quando s’è venduto, quando ci siamo riindebitati per comprare il bar nuovo…
In quel secondo acquisto c’ero anche io, in società, con un immeritatissimo venticinque per cento. E’ durato otto mesi, poi m’hanno assunto da un’altra parte, lo sapete, e ho reso la mia quota. Non ho voluto una lira, non era soldi, lavoro o rischi miei, e non era giusto che ne traessi qualcosa.
Ci ho provato, davvero. E mi divertivo, anche, mi dava soddisfazione essere al pubblico, incontrare e soddisfare gente ogni giorno nuova e diversa, magari leggere un po’ nel pensiero a qualcuno e proporgli l’aperitivo adatto, oppure migliorargli appena appena la giornata con un saluto festoso in una mattina buia.
Avevo già lavorato in giro per l’Italia, come da curriculum, e la responsabilità delle levàte alle quattro per aprire alle cinque non era che mi spaventasse più di tanto; tantomeno l’orario cinque-venti inframmezzato solo da una pennichella a turno nel magazzino. Era il rischio, il giocarsi anche la casa in caso di fallimento, il dover continuamente vigilare sul taccheggio, sul magazzino, sulle dipendenti, anche su chi andava in bagno acciocchè non ci si bucasse -allora- e ci restasse secco -non sarebbe stata una gran pubblicità-, che mi pesava. S’aveva da trasformare un bar colla segatura in terra, impestato di fumo e buio, in un “Caffè” in una delle più belle piazze di Firenze. I miei ce l’hanno fatta. Io me ne tiro fuori, che meriti non ne ho avuti.
Quando fui chiamato dalla mia attuale azienda per un colloquio, non ci volevo andare. Fu la mi’mamma a dirmi -eran sei mesi, che s’era aperto- “O’ Simone, è un lavoro sicuro. Se non va qui, almeno in casa ci s’ha uno stipendio”.
Già. Un lavoro sicuro, uno stipendio. E’ quello che chi non c’è dentro non capisce.
Se domani mi chiudono la strada, l’ho nel culo, che il caffè da me non lo piglia più nessuno. Ce ne siamo accorti da quando hanno messo a pagamento il parcheggio in tutta la piazza, che prima era scambiatore, e adesso è miniera per la Firenze Parcheggi, e il lavoro è calato bruscamente.
Se domani una delle commesse sta sul culo ai clienti, o ci si fa la reputazione sbagliata per qualsiasi motivo, addio, che di bar intorno ce ne è diversi, e nessuno obbliga il cliente a venir da noi. A trovarsi il bar con le luci accese, i frigo in moto, la macchina in pressione e tre commesse con le braccia conserte perchè è tutto vuoto, è un attimo.
A me quei genii che ieri dicevano “avranno i loro ritorni economici, i tuoi” dico “si, ma non son proporzionati. Se fosse in proporzione al culo che si fanno, dovrebbero essere diecimila euro al mese”
Se uno di quei genii di ieri che dicevano “son dei privilegiati, decidono loro quanto guadagnare” (o anche io, ormai) si ammala, o semplicemente accusa un mal di schiena, se ne resta a casa collo stipendio assicurato finchè dura il certificato. Se invece il mi’babbo lo operano a una gamba, ha il privilegio di tornare al lavoro dopo tre giorni, perchè la mi’mamma non regge il doppio carico troppo a lungo, e io ho gli orari del mio lavoro ufficiale da rispettare per darle il cambio. Se ha il privilegio di beccarsi una flebite, ha il privilegio di restare a casa con una gamba pell’aria il minimo indispensabile.
A quel genio che ieri diceva “E’ sempre stato il mio sogno, aprire un bar, è un lavoro d’oro” ho risposto “anche il mio. perchè tu non l’hai fatto?”
“Ci vuole un monte di soldi”
“Bravo, e un monte di lavoro. E un monte di rischio”
Lo stesso, se io sono dipendente, è perchè sono un imbecille, perchè non ho capito dove stanno i soldi. Evidentemente nemmeno i miei l’hanno capito, visto che, stanchi e consumati dal bar (quante volte li ho implorati di venderlo prima di schiantarci dentro non lo so più) si son fatti tre vacanze negli ultimi dieci anni.
E sento i miei “poveri” colleghi parlare di auto da quarantamila euro, camper e villette in montagna.
Posted by i'C under Ce l'ho con... | Comments (4)
















