Per i subber
Questo sito - http://maidiresubs.wordpress.com- è un “ricordati che devi morire”, che siamo fallibili, tutti fallibili, anche quando abbiamo le migliori intenzioni…
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Ho avuto il piacere di trovare questo, vicino al lavoro. Se mi dite dove si trovano questi adesivi, ci tappezzo Firenze.
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…e chi l’ha detto che ha paura dell’acqua?

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Da sinistra:
l’Imperatrice Sissi-Caroline
e
Cleopatra.
Il fotografo fa pena, ma le gatte son signorili da far paura, e infatti riscuotono miglior commenti dei miei posts
.
Posted by i'C under Accadde che... | Comments (0)
Il mi’nonno ha fatto la guerra. Catturato in Albania, venne tenuto prigioniero a Rodi dai Tedeschi.
Tanta fame, tant’è che rischiavano la vita per procurarsi qualcosa da mangiare.
Raccontava che avevano trovato delle casse, nel magazzino, con dentro i paracadute, allora fatti di seta.
Un po’ alla volta, questi paracadute, avvolti attorno alla vita e sotto i vestiti, erano stati portati fuori dal campo e venduti agli abitanti dell’isola in cambio di cibo che andasse ad integrare la magra dieta.
Raccontava che durante un’adunata, i tedeschi avevano nominato il magazzino, e in particolare quelle casse. Sapeva che sarebbe morto di lì a poco, fucilato per il furto, visto che avrebbe dovuto consegnarsi e rispondere con pochi altri per eviatre rappresaglie su tutti gli altri. Furono chiamati dei volontari . Credo sospettasse un giocio psicologico, e comunque si presentò.
Gli fecero prendere le casse, e, senza aprirle, gettare in mare, che il materiale in esse contenuto non avesse a cadere in mano agli Alleati, che stavano arrivando.
E’ grazie alla mancata apertura di quelle casse che il mi’nonno, che per non partire aveva simulato un’itterizia riempiendosi di noci, ahimè troppo tardi, visto che era divventato giallo ormai sulla nave, è riuscito a tornare a casa.
E’ un’altra, però, la storia che merita d’essere raccontata oggi; anche se è precedente a quella sopra di qualche mese, la tensione, la paura e, soprattutto la fame, non erano certo minori.
I prigionieri coltivavano e, diciamocelo, rubavano, qualche ortaggio, nottetempo, fuori dal campo.
Ovviamente, “nottetempo” era rigorosamente proibito fare alcunchè, fuori dalle baracche, non c’eran cazzi, una pallottola ti levava la voglia d’uscire per sempre.
Il mi’nonno e un paio d’altri stava tornando al campo con un mazzetto di carote, quando alla luce della luna gli si erano parate davanti un’uniforme e la canna di una pistola.
Qualche battito di cuore, e il tedesco disse solo “Rauss!” facendosi da parte; fece finta di non averli visti, li lasciò tornare al campo.
Il mi’nonno, che io, imbecille, ho sempre ascoltato troppo poco finchè non è stato troppo tardi, a questo punto del racconto aggiungeva: “perchè c’era il bono e il pocobono anche tra di loro”.
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L’Imperatice Sissi-Caroline* (Carolina per la mi’mamma, Pitzina per me) è stata sterilizzata qualche giorno fa, alla tenera età di otto mesi, dopo aver dato sintomi di calore non troppo precoce.
S’è ritrovata sul roseo e adesso glabro pancino una ferita da due centimetri e mezzo, un cerotto che su di lei sembra un panciotto vittoriano e tre punti di sutura.
Appena passato l’effetto dell’anestesia ha cominciato, contro le nostre raccomandazioni e quelle del medico, a leccarmordere via il cerotto e tirare i punti, ignorando bellamente i nostri “NO!” e “Smettila!”
A nulla sono valse nemmeno le raccomandazioni di Cleopatra, che pure l’aveva accolta con tutto l’affetto possibile al ritorno dell’operazione, facendole da assaggiatrice (m’immagino un “Vabbè, t’hanno portato a farti male, però non ti vogliono avvelenare. Guarda, ne ho preso un boccone io. Vai tranquilla”) e intrattenitrice, danzandole ai piedi del grattatoio e della poltrona.
C’è toccato sovrapporle un Salvelox, che appartiene alla seconda tipologia dei cerotti (che, vi ricordo, si dividono tra quelli che non si attaccano e quelli che non vanno più via) a quello semidistaccato affissole dal medico curante; abbiamo fatto particolare attenzione, perchè il solo premerle, per quanto delicatamente e con tutta l’attenzione a non sfiorare la sottostante ferita, il cerotto per farlo aderire, le strappava dei “miiii?” interrogativi che alle nostre orecchie non suonavano solo come lamenti, ma come “Perchè mi fate tutto questo male?”, e trovare un modo per impedirle di strapparsi anche quello.
Sabato ho portato a casa dei miei un collarino di quelli a imbuto, che, dopo qualche minuto di lotta, abbiamo capito esserle non solo scomodo, ma anche di stress. Sembrava sotto LSD: camminava all’indietro zigzagando, come per uscire da quel tubo, lo artigliava, ululava. L’abbiamo tolto dopo venti secondi.
Poi, il colpo di genio. Abbiamo preso un vecchio calzino e gli abbiamo tagliato la punta, riducendolo ad un tubo.
Di nuovo, un’impari lotta per infilarglielo dalle zampine senza farle male. Mia madre la reggeva, io tenevo il calzino arrotolato con una mano e una zampina con l’altra. Su il calzino, unghiata feroce, in mano l’altra zampina, unghiata feroce, dentro la zampina, unghiata feroce, fuori la prima zampina.
Mia madre molla la gattina, io prendo un’ennesima unghiata, poi rattamente le infiliamo il calzino dalla testa. Come cretini stiamo praticamente a guardarla mentre ci lascia fare e se lo lascia stendere sul pancino e sulla ferita: evidentemente era solo l’infilarla dalle zampe, che non le tornava, essendo indignitoso.
Adesso la gattina se ne va con questa specie di guepiere che le copre precisamente la ferita e non le impedisce i movimenti e non tira come il cerotto; soprattutto, sta buona buona e, sembrerebbe, grata quando qualcuno gliela stende e risistema addosso.
Dopo la battaglia di sabato, sono pronto a fare il baby-sitter, che almeno i neonati non ti fanno le mani a strisce.

*ricordo che, essendo la seconda gatta arrivata in casa, dopo Cleopatra (Cleo per la mi’mamma, Citziona per me) , aveva bisogno di un nome altisonante anch’ella, acciocchè non soffrisse di complessi d’inferiorità dovuti alla taglia molto minore.
Posted by i'C under Accadde che... | Comments (3)
Entrano ufficialmente a far parte dei miei idoli, sappiatelo
Posted by i'C under Recensioni | Comments (0)
-Stasera.
-Stasera a che ora?
-Vieni verso le sette al centro trasfusionale. Io smonto dal lavoro, tu sei di strada, poi si va insieme.
-Alle sette, allora.
-A dopo.
Bruno premette il pulsante rosso che chiudeva la conversazione. Tornò a sedersi in poltrona, poichè si era alzato per passeggiare nervosamente non appena aveva visto il numero del Bolli sul display e aveva risposto.
“Stasera”, pensò di nuovo.
Aveva paura di una gran delusione. Temeva d’esser stato incastrato in uno scherzo, in una truffa o in raggiro di chissà quale tipo e a che fine.
Aveva gli stessi dubbi di qualche settimana prima, lo stesso misto di diffidenza e deja-vu che aveva provato quando la “gelida” aveva fatto netrare il dottor Bolli nella sua stanza.
Poche cose l’avevano stupito come vedere quella faccia familiare, scoprire che il direttore del laboratorio di analisi del suo ospedale, l’uomo che l’aveva messo in contatto con una società della quale lui ancora non sospettava l’effetiva estensione nè l’effettiva influenza era anche il medico che l’aveva in cura dopo l’incidente d’auto e il ricovero in quella che aveva tutta l’aria di essere una clinica di lusso.
Eppure, se l’era in qualche modo aspettato. Sapeva che non viveva in una situazione normale, che c’era qualcosa di fuori posto e fuori procedura, e il Bolli era stata una presenza costante per, quantomeno, coprire le stranezze che da qualche anno gli condivano la vita.
“Eccoci qua” gli aveva detto allegramente entrando, con quella voce appena impastata che all’inizio aveva fatto credere a Bruno che il dottore fosse un po’ fuori di testa, un allegro buontempone sotto l’effeto dell’alcool o semplicemente avesse deciso di metterlo al corrente di qualcosa che era tanto assurdo e ridicolo da non poter essere espresso in maniera coerente. Si mise a sedere nellaa poltoncina bianca davanti al letto. Bruno, seppure con con il busto rialzato dai cuscini, aveva gli occhi appena più in alto di quelli del medico.
“Cos’è che ho nel sangue, dottore?” aveva chiesto Bruno senza por tempo in mezzo.
Il Bolli aveva stirato quel suo sorriso sottile e strano. “Almeno hai capito perchè sei qui”
“Si” Bruno si era allungato verso il bicchiere e la brocca, e aveva bevuto anche per prendere tempo, oltre che per dare sollievo alla gola secca e dolorante. “Ho avuto un incidente. Avrei dovuto farmi molto, molto male. Invece sto bene in maniera imbarazzante. Troppo bene per poter essere ricoverato in un ospedale qualsiasi”
“Bravo, però. Si, funziona così: appena il nome di qualcuno di noi viene raccolto da i sistemi informatici di ambulanze, ospedali, cliniche, forze dell’ordine, veniamo dirottati, se ancora in vita, verso uno dei nostri centri. Per Firenze e dintorni, questa è la struttura, io sono il primario, la Sabrina che hai visto e un altro paio sono le infermiere. Se abbiamo bisogno di specialisti, vengono da altri ospedali e cliniche, fanno quel che devono fare e tornano alle loro attività nel massimo riserbo.”
Bruno aveva appuntato mentalmente il nome della Gelida. “Noi? nostro?”
“Stai facendo le domande giuste, Bruno. Immagino che, come a tutti noi, t’abbiano girato in testa per un bel po’”
Bruno aveva bevuto di nuovo, a piccoli sorsi. Non aveva voluto ripetere la domanda. Aveva fissato Bolli da sopra il bicchiere.
“Cosa sai del fegato?”, aveva chiesto il Bolli, a sorpresa.
Bruno era rimasto spiazzato. “Forse due chili. Si trapianta bene. Ricresce fino al volume originario se ne resta almeno un terzo. Serve come deposito di sangue, per la disgestione, da filtro per il sangue e non so che altro.”
“Quasi. Bravo Bruno. Arriva a TRE chili, e ne basta un po’ meno di un quarto per rigenerarlo, poichè le sue cellule si comportano come cellule staminali. Inoltre, funge da deposito anche per il ferro e il rame, un paio di vitamine e il glucosio. Converte l’ammoniaca ematica in urea, sintetizza la bile, il glucosio, il colesterolo, e in utero anche i globuli rossi.”
Aveva fatto una pausa. “Ti suona familiare qualcosa?”
Bruno rispose subito: “Il ferro e la rigenerazione”
“Esatto. In me, in te, e poco più di una decina di persone in tutta Firenze, le cellule staminali del fegato non sono obbligate a diventare cellule epatiche. Vengono rilasciate nel sangue, e intervengono dove ce ne è bisogno. Ricostruiscono, guariscono, riparano. Il perchè noi le abbiamo è un fatto puramente genetico. Ognuno dei nostri cromosomi presenta dei telomeri particolarmente lunghi. Sai cosa sono?”
Bruno aveva scosso la testa. “Proprio no”
“Diciamo che sono i ‘braccetti’ delle X dei cromosomi. Tu sai che i cromosomi hanno in sè le istruzioni genetiche per riprodurre e mandare avanti i nostri organismi, come in microscopici e complicatissimi manuali d’istruzioni del corpo umano, si?”
“Si”
“Bene, i telomeri sono “pagine aggiuntive” Ogni volta che una cellula si riproduce, questi manuali vengono copiati. Ci sono però degli errori, ed ecco allora che la cellula comincia a fare la cosa sbagliata, o semplicemente non funziona.”
“Cancro?” la parola era sembrata avere le spine, nella gola di Bruno.
“Anche semplicemente vecchiaia” aveva sorriso il Bolli “ecco, nei telomeri ci sono ripetizioni di alcuni pezzi dei manuali, in modo che gli errori vengono corretti. Fin qui mi segui?”
“Si, per ora si”
“In queste pagine aggiuntive ci sono anche un paio di “errata corrige” e procedure aggiuntive, per portare avanti l’analogia coi manuali. Procedure che ci rendono un po’ migliori, che ci avvantaggiano un po’, tra le quali le cellule staminali epatiche”
” ‘Un po'’ quanto?”
“il quanto dipende dalla genetica. Sono tutti geni recessivi, sappilo, Bruno. Però la continua correzione degli errori ci allunga la vita, e il fatto che abbiamo nel sangue cellule staminali totipotenti ci rende in grado di affrontare diversi guai. Tu, Bruno, devi avere un DNA molto fortunato, visto che hai sempre avuto un numero molto elevato di staminali in circolo, e stai invecchiando molto lentamente, da quando hai raggiunto la maturità”
Sdraiato sul letto, forzato ad una attenta scelta ed economia delle parole dal male alle corde vocali, Bruno era rimasto in un maelstrom di pensieri. Era a metà tra la sospensione dell’incredulità e la diffidenza totale. Non sapeva quanto credere alle parole del Bolli. Non riusciva a concedersi di essere l’incarnazione di un sogno hitleriano. Certo, tante cose tornavano al loro posto… il lento invecchiamento, le ferite che guarivano in tempi brevissimi….
“Tutto qua?” Ecco. Di tutte le cose stupide da dire, quella era la più stupida. Ovvio che non era tutto lì, ma non sapeva cosa dire, tante erano le domande che gli si affollavano in testa.
“Guarda, avrei scommesso che mi avresti chiesto del ferro” si era stupito il medico, allargando il sorriso.
“Anche”
“Il tuo organismo ha bisogno, per funzionare al meglio, di quantità più alte di ferro rispetto al normale. Lo usa per arricchire il sangue, per migliorare diverse sintesi, addirittura per rinforzare la struttura ossea e migliorare la conduttività nervosa. Per quello te ne ho raccomandato una dieta ricca: senza ferro, sei solo normale.”
“Solo?”
“Beh, Bruno, diciamocelo: sei la Ferrari degli esseri umani. Senza ferro, sarebbe come mandarti avanti a spinta invece che a benzina ad alto numero di ottani. Lo sai che aspettativa di vita hai, così ad occhio, basandomi su quel che traspare dalle analisi del sangue e non dal profilo genetico, che non abbiamo mai fatto?”
“No.” Per un solo, singolo, irreale istante, Bruno aveva avuto la certezza che il Bolli gli avrebbe riso in faccia e gli avrebbe detto qualcosa tipo ‘un mese, per di più febbraio’. Invece…
“Dieci, quindici, forse venti volte una vita normale. E non dico ‘ottant’anni’: dico quasi centocinquanta, come sarebbe in regimi e ambienti salubri e controllati .
Bruno aveva moltiplicato mentalmente. Aveva temuto anche d’aver messo uno zero di troppo, sulle prime, o d’aver sbagliato qualche tabellina.
“da… da millecinquecento a tremila anni?”. Non ci credeva. Era troppo. Punto, basta, era tra il ridicolo e l’inquietante.
“Salvo incidenti molto, molto gravi o malattie nuove, ovviamente” aveva annuito il Bolli “sei longevo, non immortale. E anche se invecchierai lentamente, gli ultimi secoli saranno paragonabili a una vecchiaia normale”
Bruno aveva serrato le labbra, fissato il soffitto, scosso la testa, incredulo.
“Non ci credi, vero?” aveva ridacchiato il medico “Va bene. Quanti anni ho io, secondo te?”
Bruno non aveva risposto. A che pro farsi stupire con una cifra incredibile, quale che fosse, ammesso che fosse vera? Anche se il fatto che “loro”, chiunque fossero, avevano trattato la questione della sua carta d’identità con una facilità estrema, probabilmente portatata dall’esperienza, era un punto in più a favore della veridicità della storia.
Chiese, invece: “Non mi sta raccontando tutto, vero?”
“Ovvio che no”
“Va bene, quando?”
“Presto. Devo presentarti delle persone, e spiegarti molto di più. Adesso riposa, che ancora ne hai bisogno. Ti chiamo io”
Con quella frase che di solito è un diplomatico “addio, pollo” se ne era andato dalla stanza, e non s’era fatto risentire fino a quella sera.
Cos’aveva di speciale proprio quella sera?
Posted by i'C under Racconti | Comments (2)
E’ in arrivo, sollecitato -non che ce ne fosse troppo bisogno- da Rick.
E’ anche piuttosto lunghino.
Siccome ho bisogno che venga pubblicato un sabato, sapete quando e a che ora cercarlo qui
Posted by i'C under Accadde che..., Recensioni | Comments (1)
“Regola numero uno?”
“Hai ragione tu”
“Regola numero due?”
“Ho torto io”
“Bravo”
Con la Teutonica s’è fatto pace, e non ho nemmeno perso un po’ di dignità.
Posted by i'C under Feelings | Comments (0)

Anzi no: vorrei sapere il prezzo, grazie
Posted by i'C under Recensioni | Comments (2)
Volevo vedere RIS.
Peccato avere il dono dell’udito, e sapere quando uno recita come le bestie.
molto meglio i doppiatori di E.R., che altrimenti mi starebbe sui coglioni da almeno sett’anni.
Posted by i'C under Recensioni | Comments (0)
Appena riavutomi dall’influenza, non essendo stato abbastanza male, ho deciso di accettare un invito a far aperitivo domenica sera all’Otel. Si, proprio senz’acca.
Già arrivando m’è scappato un “eeeh, ma c’è la meglio gioventù, stasera” tanto ironico e avoce tanto alta che ho rischiato il linciaggio e comunque preso un rimbrottom dalla teutonica, autrice dell’invito originale.
Pur di farmi venire a visitare tali luoghi, così lontani dai miei gusti, la povera santa si è puire spinta all’offrirmi l’ingresso e il guardaroba. Niente, ahimè, son rimasto demofobico, ipercritico e, ammettiamolo, stronzo.
Mille persone in fila disordinata cercanti ognuna di buttarlo in culo all’altra scavalcando mezzo posto in fila non sono il mio ideale per l’inzio della serata; se poi son tutti omologatissimi, modaioli, dall’apparenza vacua e inerte -apparenza, eh, per l’amopr di dio, che di certo non ho psicanalizzato tutti, e probabilmente parlo solo per invidia- e tanto cafoni da creare una sala fumo dove sala fumo non dovrebbe esserci, diciamo che anche il proseguimento non è quel che ambisco da una domenica sera.
Col prode Michele al mio fianco, a subire gli strali d’un’avversa fortuna, siamo entrati nel “non troppo privè”.
Qualche settimana fa ho visto un -Gusto? Linea verde? UnoMattina?-, dove in uno di questi allevamenti all’aperto si allineavano ai due lati d’una mangiatoia file sterminate di galline becchettanti.
Ecco, il buffet: lungo lungo e gremito di sgomitanti e ciangottanti creaturine vestite tutte uguali.
Dopo una Pina Colada troppo forte e senza sapore, qualche minuto di relax col dj che ha messo su, mentre nella sala grande si esibiva un improbabile cabarettista/cantante, una buona serie di canzoni degli anni ‘80. Ovviamente, troppo prontamente degenerate in latino e trenini.
Son andato via abbastanza presto, per fortuna mia e altrui, non dopo essermi fatto malvolere per le mie scelte musicali e la mia malmostosità, non so quanto a ragione, dalla Santa Teutonica, che m’ha rinfacciato anche una certa tendenza alla lamentela continua e alla critica che non credo sia fondata (inserire faccina ironica qui).
Tutto questo per dire che, ahimè, ci ho provato, ma demofobico e antimodaiolo ero e demofobico e antimodaiolo rimango, checchè Santa Teutonica e buonsenso mi spingano a cambiare. Abbiate pazienza.
Posted by i'C under Recensioni, Ce l'ho con... | Comments (3)
Dopo aver sancito che non c’è multa se parcheggi sul blu senza pagare, purchè intorno manchino parcheggi gratuiti, ha affermato che non è reato il download se non c’è lucro.
Ora, della prima decisione a Firenze se ne son allegramente fottuti: “Si dichiara area a rilevanza urbanistica dall’Osmannoro a Candeli, e gli si va’n culo”. Per non perdere gli ingenti guadagni alla Firenze Parcheggi, ci s’attacca a un cavillo e, per sicurezza, si portano i parcheggi a pagamento al 70%.
La seconda decisione mi pare invece la correzione di una stortura solo italiana, paese dove per continuare a dare da mangiare al signor SIAE e a tutta la sua famiglia (vedi il servizio di Report sul sito della RAI) si pagano i supporti vergini col presupposto che s’adoperino per fare un illecito, ovviamente al prezzo più caro d’Europa, anche per usarli per gli affaracci nostri, e s’infilano spot che grossomodo dicono “siete tutti LAAAAADRI!” anche nei supporti legali.
No, via, diciamocelo… un ragazzino che si copia non so quale film-canzone-programma rischia di più di qualsiasi evasore o truffatore plurimiliardario.
O, almeno, rischiava.
Spero sia un buon segnale, questo che viene dato.
Posted by i'C under Plauso e lodi | Comments (4)
Sono solo io che sbavo vedendo questo?

cos’è?
UNA STAMPANTE 3D!!!
di www.fabathome.org
Sbavicchio solo pensando a quello che si potrebbe fare con pasta di legno, resine…
tipo…
o anche questo video
Lo so, sono un nerd. Ma altro che Zune o iPhone…
Posted by i'C under Audio/Video, Gadgets | Comments (9)
Lo zucchero bruno coi grani di liquirizia, nella fattispecie quello del commercio equo e solidale, col suo sapore appena di bruciato e caramello, sta da orgasmo alimentare sulla panna spray.
M’ha svoltato la serata.
Posted by i'C under Sing Single | Comments (2)