12
-Stasera.
-Stasera a che ora?
-Vieni verso le sette al centro trasfusionale. Io smonto dal lavoro, tu sei di strada, poi si va insieme.
-Alle sette, allora.
-A dopo.
Bruno premette il pulsante rosso che chiudeva la conversazione. Tornò a sedersi in poltrona, poichè si era alzato per passeggiare nervosamente non appena aveva visto il numero del Bolli sul display e aveva risposto.
“Stasera”, pensò di nuovo.
Aveva paura di una gran delusione. Temeva d’esser stato incastrato in uno scherzo, in una truffa o in raggiro di chissà quale tipo e a che fine.
Aveva gli stessi dubbi di qualche settimana prima, lo stesso misto di diffidenza e deja-vu che aveva provato quando la “gelida” aveva fatto netrare il dottor Bolli nella sua stanza.
Poche cose l’avevano stupito come vedere quella faccia familiare, scoprire che il direttore del laboratorio di analisi del suo ospedale, l’uomo che l’aveva messo in contatto con una società della quale lui ancora non sospettava l’effetiva estensione nè l’effettiva influenza era anche il medico che l’aveva in cura dopo l’incidente d’auto e il ricovero in quella che aveva tutta l’aria di essere una clinica di lusso.
Eppure, se l’era in qualche modo aspettato. Sapeva che non viveva in una situazione normale, che c’era qualcosa di fuori posto e fuori procedura, e il Bolli era stata una presenza costante per, quantomeno, coprire le stranezze che da qualche anno gli condivano la vita.
“Eccoci qua” gli aveva detto allegramente entrando, con quella voce appena impastata che all’inizio aveva fatto credere a Bruno che il dottore fosse un po’ fuori di testa, un allegro buontempone sotto l’effeto dell’alcool o semplicemente avesse deciso di metterlo al corrente di qualcosa che era tanto assurdo e ridicolo da non poter essere espresso in maniera coerente. Si mise a sedere nellaa poltoncina bianca davanti al letto. Bruno, seppure con con il busto rialzato dai cuscini, aveva gli occhi appena più in alto di quelli del medico.
“Cos’è che ho nel sangue, dottore?” aveva chiesto Bruno senza por tempo in mezzo.
Il Bolli aveva stirato quel suo sorriso sottile e strano. “Almeno hai capito perchè sei qui”
“Si” Bruno si era allungato verso il bicchiere e la brocca, e aveva bevuto anche per prendere tempo, oltre che per dare sollievo alla gola secca e dolorante. “Ho avuto un incidente. Avrei dovuto farmi molto, molto male. Invece sto bene in maniera imbarazzante. Troppo bene per poter essere ricoverato in un ospedale qualsiasi”
“Bravo, però. Si, funziona così: appena il nome di qualcuno di noi viene raccolto da i sistemi informatici di ambulanze, ospedali, cliniche, forze dell’ordine, veniamo dirottati, se ancora in vita, verso uno dei nostri centri. Per Firenze e dintorni, questa è la struttura, io sono il primario, la Sabrina che hai visto e un altro paio sono le infermiere. Se abbiamo bisogno di specialisti, vengono da altri ospedali e cliniche, fanno quel che devono fare e tornano alle loro attività nel massimo riserbo.”
Bruno aveva appuntato mentalmente il nome della Gelida. “Noi? nostro?”
“Stai facendo le domande giuste, Bruno. Immagino che, come a tutti noi, t’abbiano girato in testa per un bel po’”
Bruno aveva bevuto di nuovo, a piccoli sorsi. Non aveva voluto ripetere la domanda. Aveva fissato Bolli da sopra il bicchiere.
“Cosa sai del fegato?”, aveva chiesto il Bolli, a sorpresa.
Bruno era rimasto spiazzato. “Forse due chili. Si trapianta bene. Ricresce fino al volume originario se ne resta almeno un terzo. Serve come deposito di sangue, per la disgestione, da filtro per il sangue e non so che altro.”
“Quasi. Bravo Bruno. Arriva a TRE chili, e ne basta un po’ meno di un quarto per rigenerarlo, poichè le sue cellule si comportano come cellule staminali. Inoltre, funge da deposito anche per il ferro e il rame, un paio di vitamine e il glucosio. Converte l’ammoniaca ematica in urea, sintetizza la bile, il glucosio, il colesterolo, e in utero anche i globuli rossi.”
Aveva fatto una pausa. “Ti suona familiare qualcosa?”
Bruno rispose subito: “Il ferro e la rigenerazione”
“Esatto. In me, in te, e poco più di una decina di persone in tutta Firenze, le cellule staminali del fegato non sono obbligate a diventare cellule epatiche. Vengono rilasciate nel sangue, e intervengono dove ce ne è bisogno. Ricostruiscono, guariscono, riparano. Il perchè noi le abbiamo è un fatto puramente genetico. Ognuno dei nostri cromosomi presenta dei telomeri particolarmente lunghi. Sai cosa sono?”
Bruno aveva scosso la testa. “Proprio no”
“Diciamo che sono i ‘braccetti’ delle X dei cromosomi. Tu sai che i cromosomi hanno in sè le istruzioni genetiche per riprodurre e mandare avanti i nostri organismi, come in microscopici e complicatissimi manuali d’istruzioni del corpo umano, si?”
“Si”
“Bene, i telomeri sono “pagine aggiuntive” Ogni volta che una cellula si riproduce, questi manuali vengono copiati. Ci sono però degli errori, ed ecco allora che la cellula comincia a fare la cosa sbagliata, o semplicemente non funziona.”
“Cancro?” la parola era sembrata avere le spine, nella gola di Bruno.
“Anche semplicemente vecchiaia” aveva sorriso il Bolli “ecco, nei telomeri ci sono ripetizioni di alcuni pezzi dei manuali, in modo che gli errori vengono corretti. Fin qui mi segui?”
“Si, per ora si”
“In queste pagine aggiuntive ci sono anche un paio di “errata corrige” e procedure aggiuntive, per portare avanti l’analogia coi manuali. Procedure che ci rendono un po’ migliori, che ci avvantaggiano un po’, tra le quali le cellule staminali epatiche”
” ‘Un po'’ quanto?”
“il quanto dipende dalla genetica. Sono tutti geni recessivi, sappilo, Bruno. Però la continua correzione degli errori ci allunga la vita, e il fatto che abbiamo nel sangue cellule staminali totipotenti ci rende in grado di affrontare diversi guai. Tu, Bruno, devi avere un DNA molto fortunato, visto che hai sempre avuto un numero molto elevato di staminali in circolo, e stai invecchiando molto lentamente, da quando hai raggiunto la maturità”
Sdraiato sul letto, forzato ad una attenta scelta ed economia delle parole dal male alle corde vocali, Bruno era rimasto in un maelstrom di pensieri. Era a metà tra la sospensione dell’incredulità e la diffidenza totale. Non sapeva quanto credere alle parole del Bolli. Non riusciva a concedersi di essere l’incarnazione di un sogno hitleriano. Certo, tante cose tornavano al loro posto… il lento invecchiamento, le ferite che guarivano in tempi brevissimi….
“Tutto qua?” Ecco. Di tutte le cose stupide da dire, quella era la più stupida. Ovvio che non era tutto lì, ma non sapeva cosa dire, tante erano le domande che gli si affollavano in testa.
“Guarda, avrei scommesso che mi avresti chiesto del ferro” si era stupito il medico, allargando il sorriso.
“Anche”
“Il tuo organismo ha bisogno, per funzionare al meglio, di quantità più alte di ferro rispetto al normale. Lo usa per arricchire il sangue, per migliorare diverse sintesi, addirittura per rinforzare la struttura ossea e migliorare la conduttività nervosa. Per quello te ne ho raccomandato una dieta ricca: senza ferro, sei solo normale.”
“Solo?”
“Beh, Bruno, diciamocelo: sei la Ferrari degli esseri umani. Senza ferro, sarebbe come mandarti avanti a spinta invece che a benzina ad alto numero di ottani. Lo sai che aspettativa di vita hai, così ad occhio, basandomi su quel che traspare dalle analisi del sangue e non dal profilo genetico, che non abbiamo mai fatto?”
“No.” Per un solo, singolo, irreale istante, Bruno aveva avuto la certezza che il Bolli gli avrebbe riso in faccia e gli avrebbe detto qualcosa tipo ‘un mese, per di più febbraio’. Invece…
“Dieci, quindici, forse venti volte una vita normale. E non dico ‘ottant’anni’: dico quasi centocinquanta, come sarebbe in regimi e ambienti salubri e controllati .
Bruno aveva moltiplicato mentalmente. Aveva temuto anche d’aver messo uno zero di troppo, sulle prime, o d’aver sbagliato qualche tabellina.
“da… da millecinquecento a tremila anni?”. Non ci credeva. Era troppo. Punto, basta, era tra il ridicolo e l’inquietante.
“Salvo incidenti molto, molto gravi o malattie nuove, ovviamente” aveva annuito il Bolli “sei longevo, non immortale. E anche se invecchierai lentamente, gli ultimi secoli saranno paragonabili a una vecchiaia normale”
Bruno aveva serrato le labbra, fissato il soffitto, scosso la testa, incredulo.
“Non ci credi, vero?” aveva ridacchiato il medico “Va bene. Quanti anni ho io, secondo te?”
Bruno non aveva risposto. A che pro farsi stupire con una cifra incredibile, quale che fosse, ammesso che fosse vera? Anche se il fatto che “loro”, chiunque fossero, avevano trattato la questione della sua carta d’identità con una facilità estrema, probabilmente portatata dall’esperienza, era un punto in più a favore della veridicità della storia.
Chiese, invece: “Non mi sta raccontando tutto, vero?”
“Ovvio che no”
“Va bene, quando?”
“Presto. Devo presentarti delle persone, e spiegarti molto di più. Adesso riposa, che ancora ne hai bisogno. Ti chiamo io”
Con quella frase che di solito è un diplomatico “addio, pollo” se ne era andato dalla stanza, e non s’era fatto risentire fino a quella sera.
Cos’aveva di speciale proprio quella sera?
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