Gradirei che questa gente, con la faccia come il culo di bronzo, fosse interdetta dai pubblici uffici e dagli incarichi dirigenziali, fosse staffilata a sale e obbligata a vivere con 800 euro al mese.
“conta più…”… “splendido sport…”… “rilancio…” ma stravaff…
Come qualcuno di voi sa, anche quest’anno la mia azienda ha messo in ballo dei premi produttività col meccanismo della gara tra “filiere”.
Il mio reparto ha vinto. Poca roba, pochi soldi, seppur ancora non quantificati esattamente, in confronto allo sforzo che abbiamo profuso.
Il reparto che divide il nostro open space ha profuso lo stesso sforzo e ottenuto gli stessi risultati in un’altra filiera. Peccato però che la loro filiera fosse minata, e che, seppur primi classificati, l’handicap dei “compagni di corsa” li abbia esclusi dal podio.
E già questo dispiace.
Però non solo mi dispiace, ma mi fa proprio stizzire il fatto che il Sindacalista di pochi post più in basso, l’assente, il nostro 10% di tara, riscuoterà il premio assieme a noi.
ovvero I maestri morti, Mandrake e il teramano nel cesso.
Per proteggere gli innocenti, i nomi sono stati cambiati.
La decisione se partecipare o meno al decennale della Sala d’Arme è stata abbastanza sofferta.
Nella mail di convocazione si parlava solo di carne e bevande, nient’altro. Io vegetariano ero abbastanza preoccupato, e il dover chiedere ripetutamente agli organizzatori se mi sarei limitato a guardarli mangiare m’ha impensierito non poco.
La teutonica non sarebbe venuta, vuoi perchè la presenza era limitata da invito ad associati e parenti stretti -ma per le ragazze si faceva eccezione- vuoi perchè impegnata nello studio, e un sabato sera senza me tra i piedi non poteva che giovare alla sua produttività.
Si richiedeva formalmente e rigidamente l’eleganza, cosa che per me, abituato al marsupio e al multiuso in cintura, checchè non una novità, risultava poco pratica.
Praticamente mezz’ora prima della chiusura delle iscrizioni mi hanno confermato che non occorreva mi portassi un panino da casa, che c’era posto sia in auto che in stanza, che anche se non combattente da qualche mese avevo diritto di partecipare, che, soprattutto, potevo viaggiare “in borghese” e cambiarmi all’arrivo.
Ritrovo alle 15:30 (con festa prevista alle 16:30, a 193km di distanza. Ottimisti, nevvero?). Il sottoscritto reca seco branda, sacco a pelo, ventiquattrore, busta con scarpe fini, busta con borsalino, gruccia con completo e cravatta (la preparazione del cui nodo ha richiesto trentacinque minuti, visto che veniva o tanto ampio da non stare sul balcone, o invisibile ad occhio nudo), bastone da passeggio. Gli altri avevano, al posto del bastone, le spade sportive. Io m’ero peritato.
Evitiamo l’autostrada perchè “c’è casino”, c’infognamo però sul Muraglione dietro a un camion portoghese evidentemente disperso. Invece della prevista ora e quaranta, servono, tra un casino e l’altro, più di tre ore. Iacopo (nome di fantasia) chiama il Tasso (nick di fantasia) che, invece di “pronto” ci accoglie con un calorosissimo “Dove cazzo siete?”. Siamo in ritardo, non c’è tempo di fermarci in agriturismo a cambiarci, decidiamo di farlo in un posto “non troppo illuminato, nè trafficato”: astuti, scansiamo un distributore per il parcheggio di una COOP.
Alla fine del processo, attentamente sorvegliato da massaie e passanti in generale, io sembro un boss mafioso degli anni trenta, Iacopo (nome di fantasia) Hugh Grant in “Quattro matrimoni e un funerale, Leo (nome di fantasia) sembra inciampato su una cravatta, gli altri due sono per fortuna -loro- senza infamia e senza lode. Ripartiamo.
Il navigatore di Iacopo (nome di fantasia) ci porta molto di presso a quello che sembra essere uno sfasciacarrozze. Ci sinceriamo chiedendo a troppi passanti “E’ qui?”. E’ lì.
Passiamo da un varco nella recinzione, e ci troviamo in un cortile pieno di detriti, bracieri su cui cuociono le cose più diverse (”venite a manziare i fazioli con le cotiche, che fanno tirare l’uzzello!”), un’Apecar carica di damigiane opportunamente sifonate, e scicchissimi convitati molti dei quali con spada rinascimentale al fianco. Quantomeno surreale.
Veniamo accolti con “prendete da mangiare e da bere”, il miglior incipit di serata che odo dall'’81. Ovviamente io non vedo niente di vegetariano, pane a parte. Inquisisco i miei interlocutori epistolari, che, frugando di malavoglia in una busta di plastica, estraggono due scamorze ancora imbustate. Una la mangio a morsi mentre i miei compagni sbranano carne come se non ci fosse un domani, la seconda la salvo in tasca per tempi peggiori e/o una cottura sulla brace. Più tardi verrò a sapere che ho rischiato ci fosse solo un mazzetto di carote sporche di terra, ma che poi il buoncuore ha prevalso. La seconda scamorza verrà restituita e divorata solo un po’ più avanti nella serata.
Incontriamo il Cione (nome di fantasia), il quale, in frac, tuba, mantello e guanti bianchi, ha il coraggio di dileggiare il mio abbigliamento. Un paio di rapidi riferimenti a Mandrake, Houdini, e l’uomo in frac cantato da Modugno, e la questione è accantonata, non prima però di essermi stupito che ci fossero, in un campione peraltro abbastanza ristretto, altri due convitati tubamuniti. Nessuno con la classe e il senso dell’accessorio che, soli, contraddistinguono il Cione (nome di fantasia), per l’amor di Dio, che, ci tiene a ricordarlo, è portatore dell’unica tuba autentica (”Quell’altre devan essere di cartapesta”). Si ritiene che abbia sfruttato l’abbigliamento per finire la serata al Casinò di Venezia (salvo proposta iniziale riguardante Montecarlo), probabilmente con un “noblesse l’oblige” sulle labbra. C’è chi può e chi non può: lui può, beato lui.
La serata si trasferisce al chiuso, dove si tiene il discorso su decennale sugli unici maestri di scherma buoni (quelli morti) e sulla gioia d’esser compagni da tanto tempo, viene affettata la torta, versato lo spumante. Sembra davvero il compleanno di un caro amico, cosa che la dice lunga sullo spirito della NOSTRA scuola di scherma, ben lontano da quello del dojo d’arme rigoroso e triste tanto caro ad altre associazioni. Discutiamo di libri su e-bay, bastoni animati, TULPS, Valhalla e orecchie di draghi.
Viene poi consegnato IL gadget, quello che prontamente verrà messo in bacheca da molti di noi, un coltello (cos’altro, per noi, se non un ferro tagliente?) con inciso il logo dell’associazione e la ricorrenza, troppo bello -o quantomeno troppo caro al nostro cuore- per venire utilizzato davvero.
Passa il tempo, più lentamente di quanto ci sembri, tant’è che a mezzanotte siamo tutti convinti che siano quantomeno le tre.
Decidiamo di dirigerci verso l’agriturismo che ci ha riservato dei posti. Ahimè, il tenutario, presente alla festa, ha tanto disinfettato ad alcool il cavo orale e le vie digestive, che i punti di riferimento da lui citati sono temibilmente vaghi, tantopiù che scopriremo di arrivare dalla parte opposta a quella da lui preventivata. Dopo il gioiello dei gioielli delle indicazioni telefoniche da parte dell’ingolfatissimo ma cordialissimo padron di casa
(”Dove siete?”
“Di fronte all’insegna del satellitare”
“A destra o a sinistra?”
“L’abbiamo sulla sinistra”
“Eh, no, dovete averla sulla destra”
“Aspetta” Nostra rapida inversione a U
“Ci siamo. Adesso?”
“Adesso dovete tornare indietro”)
giungiamo in agriturismo. La tenutaria -che, scopriremo, ha preparato da sè il pane per la colazione dell’indomani- ci illustra la nostra stanza e il bagno in comune. Crolliamo praticamente appena spogliati, salvo un brevissimo risveglio al rientro, nell’altra stanza, della comitiva di Teramo.
Al mattino ci aspetta una sorpresa. Nell’antibagno, diviso dal cesso vero e proprio da una tenda di rade perline, soggiorna un sovrannumerario. La cosa ci dispiace, visto che da noi è rimasto un posto libero, checchè accanto al flatulento Leo (nome di fantasia), e ci imbarazza, in quanto espletare le normali funzioni fisiologiche mattutine in presenza di uno sconosciuto, peraltro in stato di semiincoscienza non è atto a gentiluomini quali siamo. Almeno per i primi cinque minuti.
La colazione è ottima e abbondante, con due diversi tipi di pane fatto in casa, più la piadina, prosciutto, marmellate e chi più ne ha più ne metta.
Il posto merita, ora che c’è abbastanza luce da vederlo, nonostante il panorama privo di quelle colline a cui noi siamo tanto abituati, la cucina è ottima, bambina cane e gatta dei padroni di casa sono adorabili. Ringraziamo sinceramente e paghiamo -poco- di buon grado.
Salutiamo Leo (nome di fantasia) che si dirige con la sua auto in altra direzione, e imbocchiamo l’autostrada.
Io personalmente aspetto martedì per riincontrare i compagni di viaggio, e ringraziarli di nuovo di avermi fatto venir voglia di tornare, in faccia a tutti i miei casini logistico-amministrativi, di tornare a prender rattanate due volte la settimana, che “Marozzo una volta, Marozzo per sempre”, come dissero quando annunciai la mia futura, coatta defezione e l’intenzione di restituire l’anello sociale per decaduti meriti.
Sabato mattina sono voluto/dovuto andare in centro, in Via Nazionale, per la precisione.
Mi son fatto due conti: autobus o auto?
Un biglietto per andare, uno per tornare: due euro e quaranta. Lasciare la macchina in Piazza Francia, o, meglio, al capolina del 32 all’Antella. Mezz’ora -almeno- per andare, mezz’ora per tornare, senza soste intermedie.
Al diavolo, ho pensato*, se parcheggio in Piazza Stazione pago il parcheggio, ma risparmio un sacco di tempo. Facciamo due conti.
Infatti.
Allora, facciamo un’ipotesi: un’auto con due persone a far shopping in centro per due ore.
-4,50 euro di biglietto ATAF, considerando un 4 corse, se no sono quattro euro e ottanta. Pacchi e borse sul gobbo in autobus. Tempi biblici di attesa alla fermata, e di trasporto. Pigiati in piedi se non si trova un posto a sedere, pericolo di borseggiatori, poi tragitto sempre con le borse dalla fermata a casa. Nessun pericolo di multe.
-4 euro di parcheggio in piazza stazione per due ore. Se invece di due persone sono quattro, il costo resta uguale, al contrario del dottor ATAF, che me lo raddoppia. Seduti, non pigiati, colle borse nel bagagliaio. Costo di benzina, pericolo di beccare ingorghi o multe, ma anche nell’ingorgo si sta comodi a sedere. Parcheggio a due passi dal negozio all’andata, sotto casa al ritorno.
Indovinate cosa ho scelto.
Ma non si doveva favorire e potenziare il servizio pubblico, per invogliare la gente ad usarlo?
Io in auto mi sono mosso meglio, ho risparmiato e ci ho messo pure meno tempo, seppur fermandomi a metà strada in un altro negozio.
Bel lavoro, complimentoni, altro che tramvia.
*in realtà ho pensato “stravaffanculo”, ma non mi pareva carino scriverlo.
Ve l’avevo detto, no, che adesso m’è partita la fissa del Mah-jong?
Ecco, questo è quanto ultimamente la mia mente malata ha partorito:
Dev’essere rifinito, colorato, protetto, ma l’idea è quella.
Lo so che le tegole (le pedine) sono messe in modo errato, sia per il senso di “rotazione” che perchè lo strato inferiore è sottosopra, ma era per misurare quanto gli spessori della carta protettiva (di cui si vede un ritaglio in ogni angolo) influivano nell’incastrare le pedine. Al momento sono appena pigiatine, devo scartavetrare.
Vi fo sapere
(qualcuno sa dove posso procurarmi dei paraspigoli-paravertici in ottone -tipo quelli dei forzieri- che non costino tre euro l’uno, visto che me ne servono otto?)
no, non fa niente, trovati. peccato siano solo due millimetri troppo “alti”, e mi tocca raddoppiare il fondo.
INGIUSTIZIE: Bertinotti: “Se non fossi Presidente della Camera, andrei a Vicenza”. Trovo ingiusto che non venga immediatamente liberato da tutti gli incarichi che gli impediscono tutti i viaggetti di cui gli punga vaghezza.
INVESTIMENTI: Io se fossi uno dei BR appena arrestati stapperei lo spumante, invece di preoccuparmi. Col Governo che ci si ritrova, un posto in Parlamento e/o un’aula intitolata a proprio nome non glielo leva nessuno. Mal che vada, li chiamano a tener conferenze come quel rifiuto umano di Scalzone.
MINACCE: Casarini asserisce che sarà in prima fila alla manifestazione di Vicenza. Dev’essere un modo per ricattare il Governo con “o fate marcia indietro o il G8 di Genova in confronto diventa una festa di pensionamento di un impiegato del catasto”
POTENDO SCEGLIERE: Che io, se fossi un vicentino, mi sentirei molto più a mio agio con in città centomila americani, che un solo Casarini.
ANATOMIA DEL MOSTRO: Il drammatico della situazione attuale è che al Governo ci sono tanti e tali punti di vista, modi di pensare, ideologie, teste discordanti, che sembra un’Idra in lotta contro sè stessa, ogni testa che tira per andare da una parte diversa senza effettivamente muoversi. E già che c’è, per stizza morde il culo per far dispetto a tutti. Peccato che il culo, tanto per cambiare, ce lo mettono gli Italiani.
Checchè della migliore risma di sindacalisti-comunisti, cioè infarcente i discorsi di truismi (sul genere “per vivere serve i soldi, vero?” “vero” “e per guadagnare bisogna lavorare, vero?” “vero” “allora il comunismo è l’unica strada per…” eccetera eccetera), latore di portapenne e gadgets con falciemartello e prime pagine de “l’Unità” e foto di occhialuti intellettuali, equo e solidale ma con lo zaino dell’Invicta in pelle e non so quanti telefonini all’orecchio, paladino dei lavoratori ma raramente visto qui nel reparto di cui dovrebbe far parte e la cui percentuale di produttività decurta del 10%, quando ho letto di “esponenti sindacali arrestati” non ho temuto nemmeno per un momento che il “nostro” ne facesse parte.
Uno che tira fuori, parlando degli adeguamenti salariali, la perla “ci vorrebbe duecento, ma abbiamo chiesto ottanta perchè più di sessanta non ci danno” non ha proprio l’animo del sovversivo, c’è poco da fare.
Le scrivo come suo ammiratore dai tempi di Christine, che è il primo Suo romanzo cha abbia letto, ormai una ventina d’anni fa.
Questo romanzo non è sul podio dei miei Suoi preferiti, scalzato dall’IT che fece scendere al terzo posto “Ossessione” e al quarto il succitato, lasciando però intonso al primo posto “Carrie”. Ricordo con nostalgia e amore le copertine di Aurelia Raffo, pensi lei.
Le vengo a scrivere per comunicarle che ho appena finito di leggere “La storia di Lisey”.
Mi dispiace e assieme mi preme avvisarla che, nel caso non se ne fosse accorto, quel romanzo l’aveva già scritto. La storia della donna braccata da un pazzo che lo porta in una dimensione frutto dell’immaginazione e lì se ne libera l’aveva già raccontata in “Rose Madder”. E, già che ci siamo, la storia dei “territori alternativi, bellissimi e pericolosi” ce la sta ammannendo da tutto il ciclo della Torre Nera; tacerò di quanto l’aver letto ancora una volta della vita di uno scrittore -evidentemente la cosa che lei conosce meglio, signor King, ma ciò lo porta al pari del tema “il mio compagno di banco”, lo sappia, non è che lo innalza al lirismo- m’abbia indispettito.
Avevo già detto che i Suoi romanzi avevano perso il mordente; sappia che se il mio amico Riccardo non avesse decantato il fatto che “non riusciva a posarlo” e mia madre non fosse rimasta ammanettata all’acquisto obbligatorio di Mondolibri (reincarnazione di Club degli Editori prima e Euroclub poi), il romanzo in oggetto avrebbe venduto una copia in meno.
Io posso capire che lei ami sua moglie, e lei le sue sorelle, signor King, ma pensavo che il di lei ego fosse stato già abbastanza sia solleticato dalla pubblicazione dell’ignobile “La trappola” a firma Tabitha King (eh, la forza di un nome!) e quindi ridimensionato dalla quantità di copie rimaste sugli scaffali. Posso capire che ormai, dopo non so più quanti romanzi e quasi una mezza dozzina di capolavori, lei abbia a scrivere di nuovo a modo suo un mescolone tra “Zombi” e “L’ombra dello scorpione”, peraltro implausibile, autoreferenziale, melenso e, diciamocelo, inutile, quale “The cell; posso capire che le idee scarseggino, signor King. Però non posso capire questo suo ultimo autoplagio, per quanto rimpolpettato e trifolato da temi e spunti da altri SUOI romanzi. Punto, basta.
Posso capire che lei abbia pensato ”se non capiscono quel che scrivo perchè lo scrivo a modo mio non sanno se scrivo bene o male”, signor King. Sappia che lei non è nè Joyce nè Gadda, signor King. Di reami incantati ha già scritto, con molti più significati nascosti e metafore il signor Carroll qualche annetto fa, e quest’ultimo aveva dalla sua che della bambina era innamorato, non la voleva portare dove “tutti galleggiano”. La prego quindi a nome dei suoi fans di vecchia data di smetterla di infiorettare i suoi scritti di cissica, commala, variolati e cosine così, che oltre a dimostrare la bravura di Tullio Dobner (forsenontuttisannoche è il suo traduttore ufficiale, pover’uomo dal Karma ormai immacolato dopo l’espiazione che dev’essere decifrare e anche RIPRODURRE i Suoi “artistici” neologismi) rendono la lettura macchinosa.
Inoltre, parlo da “vecchio” fan, la Sua maggiore abilità era rendere TEMIBILE, inquietante, il quotidiano. Ho temuto le auto, i frigoriferi, le lattine di birra, grazie a Lei. E’ quello che ho sempre sentito osannare dai suoi “vecchi” lettori.
Adesso, con questa vena di supernaturale (non soprannaturale, proprio super, visto che le abilità vengono scoperte come superpoteri) lei ha buttato alle ortiche quel che più ci piaceva, lasciandola all’esclusiva disposizione di quel Koontz che più leggo più amo, al contrario di quel che mi succede con lei.
Vi prego ditemi che l’ingeNiere la laurea l’ha avuta coi punti della Q8, o che almeno lavora in un campo in cui non può fare danno… che lo abbiamo assunto come zavorra su una mongolfiera, o come fermaporta.
Non esiste che una persona con un minimo di esperienza con qualcosa di strutturalmente più complicato di una gomma per cancellare si trovi arreso daventi a una macchina per il caffè A CIALDE!
Ma soprattutto un’altra cosa…. non mi diranno mica che un tal concentrato di maiale e burini è casuale, e, pure, rappresentativo degli italiani?
Sono particolarmente orgoglioso di questo, anche solo per la sua resa estetica.
Come già detto, farsi un Pentago da soli costa due lire.
Io, dopo un prototipo in legno, ho realizzato questo, in plexiglas. Ogni quadrante è di 9×9, forato, svasato e lucidato con punte per legno e spazzola per pietre, le pedine sono -credo- perle da infilare prese in massa da Zest.
Lo porto in giro in un sacchetto di psuedofintasimilpelle del Pampero, e ho lasciato quello in legno a mio padre, mago del legno, per renderlo esteticamente accettabile.
Ovviamente, appena (se) torna, comprerò delle biglie di legno da abbinarci
Ovviamente, per non scontentare nessuno -la Chiesa in primis- non s’è nemmeno fatto contento nessuno.
E’ un bel passo avanti, però, nonostante si sia stati frustrati da un’ingerenza dallo Stato estero più invadente e rompicoglioni del mondo (ovviamente, se facessimo un rapporto ingerenze/superficie, si vedrebbe che quella piazza è un concentrato di MALE).
Ovviamente, per i soliti furbi non sposati che non dichiarano la convivenza per non pagare l’asilo al figliolo e farlo quindi pagare a tutti noi (e ne conosco) non cambia niente se non in meglio; agli sposati non cambia in peggio.
Non so che dire, se non “si poteva fare di meglio, ma come inizio non c’è male” e anche, già che è tra la fautrici, “vogliamo obbligare la Bindi al burqa, per cortesia?”
No, non mi riferisco al Governo -che ci sarebbe da scriver troppo, visto i quattrini che finalmente l’Espresso ha certificato pigliano questi nullafacenti- ma a tutto il mondo del calcio.
Tralascio il costo in vite umane, se no questo bilancio non finisce più.
Cominciamo dai diritti televisivi, che ci tocca pagare, volenti o nolenti, in mezzo al canone RAI, assieme a conduttori e conduttrici esagitate, schedine sculettanti e opinionisti bercianti.
Le forze dell’ordine: vigili urbani, polizia, carabinieri che devon tutelare e coordinare gli spettatori e i loro mezzi (e già che ci sia una pressochè totale impunità al divieto di sosta e alla circolazione in otto su uno scooter, purchè nei pressi dello stadio, mi fa schifo, ma tant’è) sono distratte da altri compiti, o, peggio, rinforzate nell’occasione.
Gli atti vandalici, lo sporco nei dintorni dello stadio. Tocca a noi ripagare, ritinteggiare, ripulire, direttamente o con le tasse.
I trasporti. I treni speciali con gli ultrà non hanno mai visto un controllore, e sono puntualmente ridotti dei rottami.
Il tempo perso dal già pagatissimo Governo, per deliberare, concedere interviste, su UN GIOCO, infamaccia eva, UN GIOCO di ventidue miliardari semianalfabeti in mutande che prendono a calci quella che una volta era una vescica di maiale (almeno si rispettassero le tradizioni, qualcuno in più s’accorgerebbe di quanto è ridicolo tutto ciò).
Ok, io sono di parte, visto che ’sto cazzo di calcio l’ho sulle palle fin da piccino, non m’ha mai appassionato e mai m’appassionerà.
Ma non si potrebbe far pagare a qualcun altro i costi di sorveglianza, sicurezza, e quant’altro, che a tutti noi?
Magari a quelle società che sparano milioni di euro come noccioline in campagna acquisti?
Magari a quelli che allo stadio ci vogliono andare? non so quanta gente contenga il Franchi… ma due euro in più a partite sul biglietto, e si pagano tutti i vigilantes che servono, invece d’affidarci a quella che dovrebbe essere la forza PUBBLICA.
E magari, già che ci siamo, inaspriamo queste cavolo di pene per i danneggiamenti, che al momento sono costituite da un’occhiataccia di reprimenda e un “non lo far più, eh!”: il colpevole paga tutto fino all’ultimo centesimo; se non si trova colpevole, pagano in solido le società calcistiche.
E scusate lo sfogo, ma che nessuno abbia detto che un padre di famiglia, stipendiato due lire è morto per un gioco di merda e miliardario, mi fa proprio schifo; se era successo durante una partita di cribbage, questo veniva abolito su tutto il territorio nazionale.
Però siamo in Italia, campionidelmondoescusateseèpoco (inserire faccina che vomita _qui_).