Alla cortese attenzione del Sig. Stephen King
Le scrivo come suo ammiratore dai tempi di Christine, che è il primo Suo romanzo cha abbia letto, ormai una ventina d’anni fa.
Questo romanzo non è sul podio dei miei Suoi preferiti, scalzato dall’IT che fece scendere al terzo posto “Ossessione” e al quarto il succitato, lasciando però intonso al primo posto “Carrie”. Ricordo con nostalgia e amore le copertine di Aurelia Raffo, pensi lei.
Le vengo a scrivere per comunicarle che ho appena finito di leggere “La storia di Lisey”.
Mi dispiace e assieme mi preme avvisarla che, nel caso non se ne fosse accorto, quel romanzo l’aveva già scritto. La storia della donna braccata da un pazzo che lo porta in una dimensione frutto dell’immaginazione e lì se ne libera l’aveva già raccontata in “Rose Madder”. E, già che ci siamo, la storia dei “territori alternativi, bellissimi e pericolosi” ce la sta ammannendo da tutto il ciclo della Torre Nera; tacerò di quanto l’aver letto ancora una volta della vita di uno scrittore -evidentemente la cosa che lei conosce meglio, signor King, ma ciò lo porta al pari del tema “il mio compagno di banco”, lo sappia, non è che lo innalza al lirismo- m’abbia indispettito.
Avevo già detto che i Suoi romanzi avevano perso il mordente; sappia che se il mio amico Riccardo non avesse decantato il fatto che “non riusciva a posarlo” e mia madre non fosse rimasta ammanettata all’acquisto obbligatorio di Mondolibri (reincarnazione di Club degli Editori prima e Euroclub poi), il romanzo in oggetto avrebbe venduto una copia in meno.
Io posso capire che lei ami sua moglie, e lei le sue sorelle, signor King, ma pensavo che il di lei ego fosse stato già abbastanza sia solleticato dalla pubblicazione dell’ignobile “La trappola” a firma Tabitha King (eh, la forza di un nome!) e quindi ridimensionato dalla quantità di copie rimaste sugli scaffali. Posso capire che ormai, dopo non so più quanti romanzi e quasi una mezza dozzina di capolavori, lei abbia a scrivere di nuovo a modo suo un mescolone tra “Zombi” e “L’ombra dello scorpione”, peraltro implausibile, autoreferenziale, melenso e, diciamocelo, inutile, quale “The cell; posso capire che le idee scarseggino, signor King. Però non posso capire questo suo ultimo autoplagio, per quanto rimpolpettato e trifolato da temi e spunti da altri SUOI romanzi. Punto, basta.
Posso capire che lei abbia pensato ”se non capiscono quel che scrivo perchè lo scrivo a modo mio non sanno se scrivo bene o male”, signor King. Sappia che lei non è nè Joyce nè Gadda, signor King. Di reami incantati ha già scritto, con molti più significati nascosti e metafore il signor Carroll qualche annetto fa, e quest’ultimo aveva dalla sua che della bambina era innamorato, non la voleva portare dove “tutti galleggiano”. La prego quindi a nome dei suoi fans di vecchia data di smetterla di infiorettare i suoi scritti di cissica, commala, variolati e cosine così, che oltre a dimostrare la bravura di Tullio Dobner (forsenontuttisannoche è il suo traduttore ufficiale, pover’uomo dal Karma ormai immacolato dopo l’espiazione che dev’essere decifrare e anche RIPRODURRE i Suoi “artistici” neologismi) rendono la lettura macchinosa.
Inoltre, parlo da “vecchio” fan, la Sua maggiore abilità era rendere TEMIBILE, inquietante, il quotidiano. Ho temuto le auto, i frigoriferi, le lattine di birra, grazie a Lei. E’ quello che ho sempre sentito osannare dai suoi “vecchi” lettori.
Adesso, con questa vena di supernaturale (non soprannaturale, proprio super, visto che le abilità vengono scoperte come superpoteri) lei ha buttato alle ortiche quel che più ci piaceva, lasciandola all’esclusiva disposizione di quel Koontz che più leggo più amo, al contrario di quel che mi succede con lei.
Temo per l’ultima volta, la saluto.
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