X annus
ovvero I maestri morti, Mandrake e il teramano nel cesso.
Per proteggere gli innocenti, i nomi sono stati cambiati.
La decisione se partecipare o meno al decennale della Sala d’Arme è stata abbastanza sofferta.
Nella mail di convocazione si parlava solo di carne e bevande, nient’altro. Io vegetariano ero abbastanza preoccupato, e il dover chiedere ripetutamente agli organizzatori se mi sarei limitato a guardarli mangiare m’ha impensierito non poco.
La teutonica non sarebbe venuta, vuoi perchè la presenza era limitata da invito ad associati e parenti stretti -ma per le ragazze si faceva eccezione- vuoi perchè impegnata nello studio, e un sabato sera senza me tra i piedi non poteva che giovare alla sua produttività.
Si richiedeva formalmente e rigidamente l’eleganza, cosa che per me, abituato al marsupio e al multiuso in cintura, checchè non una novità, risultava poco pratica.
Praticamente mezz’ora prima della chiusura delle iscrizioni mi hanno confermato che non occorreva mi portassi un panino da casa, che c’era posto sia in auto che in stanza, che anche se non combattente da qualche mese avevo diritto di partecipare, che, soprattutto, potevo viaggiare “in borghese” e cambiarmi all’arrivo.
Ritrovo alle 15:30 (con festa prevista alle 16:30, a 193km di distanza. Ottimisti, nevvero?). Il sottoscritto reca seco branda, sacco a pelo, ventiquattrore, busta con scarpe fini, busta con borsalino, gruccia con completo e cravatta (la preparazione del cui nodo ha richiesto trentacinque minuti, visto che veniva o tanto ampio da non stare sul balcone, o invisibile ad occhio nudo), bastone da passeggio. Gli altri avevano, al posto del bastone, le spade sportive. Io m’ero peritato.
Evitiamo l’autostrada perchè “c’è casino”, c’infognamo però sul Muraglione dietro a un camion portoghese evidentemente disperso. Invece della prevista ora e quaranta, servono, tra un casino e l’altro, più di tre ore. Iacopo (nome di fantasia) chiama il Tasso (nick di fantasia) che, invece di “pronto” ci accoglie con un calorosissimo “Dove cazzo siete?”. Siamo in ritardo, non c’è tempo di fermarci in agriturismo a cambiarci, decidiamo di farlo in un posto “non troppo illuminato, nè trafficato”: astuti, scansiamo un distributore per il parcheggio di una COOP.
Alla fine del processo, attentamente sorvegliato da massaie e passanti in generale, io sembro un boss mafioso degli anni trenta, Iacopo (nome di fantasia) Hugh Grant in “Quattro matrimoni e un funerale, Leo (nome di fantasia) sembra inciampato su una cravatta, gli altri due sono per fortuna -loro- senza infamia e senza lode. Ripartiamo.
Il navigatore di Iacopo (nome di fantasia) ci porta molto di presso a quello che sembra essere uno sfasciacarrozze. Ci sinceriamo chiedendo a troppi passanti “E’ qui?”. E’ lì.
Passiamo da un varco nella recinzione, e ci troviamo in un cortile pieno di detriti, bracieri su cui cuociono le cose più diverse (”venite a manziare i fazioli con le cotiche, che fanno tirare l’uzzello!”), un’Apecar carica di damigiane opportunamente sifonate, e scicchissimi convitati molti dei quali con spada rinascimentale al fianco. Quantomeno surreale.
Veniamo accolti con “prendete da mangiare e da bere”, il miglior incipit di serata che odo dall'’81. Ovviamente io non vedo niente di vegetariano, pane a parte. Inquisisco i miei interlocutori epistolari, che, frugando di malavoglia in una busta di plastica, estraggono due scamorze ancora imbustate.
Una la mangio a morsi mentre i miei compagni sbranano carne come se non ci fosse un domani, la seconda la salvo in tasca per tempi peggiori e/o una cottura sulla brace. Più tardi verrò a sapere che ho rischiato ci fosse solo un mazzetto di carote sporche di terra, ma che poi il buoncuore ha prevalso. La seconda scamorza verrà restituita e divorata solo un po’ più avanti nella serata.
Incontriamo il Cione (nome di fantasia), il quale, in frac, tuba, mantello e guanti bianchi, ha il coraggio di dileggiare il mio abbigliamento. Un paio di rapidi riferimenti a Mandrake, Houdini, e l’uomo in frac cantato da Modugno, e la questione è accantonata, non prima però di essermi stupito che ci fossero, in un campione peraltro abbastanza ristretto, altri due convitati tubamuniti. Nessuno con la classe e il senso dell’accessorio che, soli, contraddistinguono il Cione (nome di fantasia), per l’amor di Dio, che, ci tiene a ricordarlo, è portatore dell’unica tuba autentica (”Quell’altre devan essere di cartapesta”). Si ritiene che abbia sfruttato l’abbigliamento per finire la serata al Casinò di Venezia (salvo proposta iniziale riguardante Montecarlo), probabilmente con un “noblesse l’oblige” sulle labbra. C’è chi può e chi non può: lui può, beato lui.
La serata si trasferisce al chiuso, dove si tiene il discorso su decennale sugli unici maestri di scherma buoni (quelli morti) e sulla gioia d’esser compagni da tanto tempo, viene affettata la torta, versato lo spumante. Sembra davvero il compleanno di un caro amico, cosa che la dice lunga sullo spirito della NOSTRA scuola di scherma, ben lontano da quello del dojo d’arme rigoroso e triste tanto caro ad altre associazioni. Discutiamo di libri su e-bay, bastoni animati, TULPS, Valhalla e orecchie di draghi.
Viene poi consegnato IL gadget, quello che prontamente verrà messo in bacheca da molti di noi, un coltello (cos’altro, per noi, se non un ferro tagliente?) con inciso il logo dell’associazione e la ricorrenza, troppo bello -o quantomeno troppo caro al nostro cuore- per venire utilizzato davvero.
Passa il tempo, più lentamente di quanto ci sembri, tant’è che a mezzanotte siamo tutti convinti che siano quantomeno le tre.
Decidiamo di dirigerci verso l’agriturismo che ci ha riservato dei posti. Ahimè, il tenutario, presente alla festa, ha tanto disinfettato ad alcool il cavo orale e le vie digestive, che i punti di riferimento da lui citati sono temibilmente vaghi, tantopiù che scopriremo di arrivare dalla parte opposta a quella da lui preventivata.
Dopo il gioiello dei gioielli delle indicazioni telefoniche da parte dell’ingolfatissimo ma cordialissimo padron di casa
(”Dove siete?”
“Di fronte all’insegna del satellitare”
“A destra o a sinistra?”
“L’abbiamo sulla sinistra”
“Eh, no, dovete averla sulla destra”
“Aspetta”
Nostra rapida inversione a U
“Ci siamo. Adesso?”
“Adesso dovete tornare indietro”)
giungiamo in agriturismo. La tenutaria -che, scopriremo, ha preparato da sè il pane per la colazione dell’indomani- ci illustra la nostra stanza e il bagno in comune. Crolliamo praticamente appena spogliati, salvo un brevissimo risveglio al rientro, nell’altra stanza, della comitiva di Teramo.
Al mattino ci aspetta una sorpresa. Nell’antibagno, diviso dal cesso vero e proprio da una tenda di rade perline, soggiorna un sovrannumerario. La cosa ci dispiace, visto che da noi è rimasto un posto libero, checchè accanto al flatulento Leo (nome di fantasia), e ci imbarazza, in quanto espletare le normali funzioni fisiologiche mattutine in presenza di uno sconosciuto, peraltro in stato di semiincoscienza non è atto a gentiluomini quali siamo. Almeno per i primi cinque minuti.
La colazione è ottima e abbondante, con due diversi tipi di pane fatto in casa, più la piadina, prosciutto, marmellate e chi più ne ha più ne metta.
Il posto merita, ora che c’è abbastanza luce da vederlo, nonostante il panorama privo di quelle colline a cui noi siamo tanto abituati, la cucina è ottima, bambina cane e gatta dei padroni di casa sono adorabili. Ringraziamo sinceramente e paghiamo -poco- di buon grado.
Salutiamo Leo (nome di fantasia) che si dirige con la sua auto in altra direzione, e imbocchiamo l’autostrada.
Io personalmente aspetto martedì per riincontrare i compagni di viaggio, e ringraziarli di nuovo di avermi fatto venir voglia di tornare, in faccia a tutti i miei casini logistico-amministrativi, di tornare a prender rattanate due volte la settimana, che “Marozzo una volta, Marozzo per sempre”, come dissero quando annunciai la mia futura, coatta defezione e l’intenzione di restituire l’anello sociale per decaduti meriti.
E poi BIRRA, ovviamente.
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