March 25, 2007

13, finalmente (retroattivo di qualche giorno, però)

Non aveva chiesto come doveva vestirsi. Si diede mentalmente del pollo, due volte, una per essersene dimenticato, e una perché se ne preoccupava. Cavolo, se fosse stato necessario il frac il Bolli gli avrebbe detto qualcosa. Gli passó brevemente per la testa l’immagine di sua madre che, anni prima, aveva letteralmente scaraventato via un romanzo rosa, e alle sue domande sul perché l’avesse fatto, aveva risposto “Dio bonino, a questa gli hanno telefonato che il marito ha avuto un incidente, e ci sono tre pagine su come si prepara e si trucca per andare in ospedale. Ma ti pare? Io c’andavo nuda e di corsa. Non è un romanzo, é il catalogo di Armani”. Ecco, per un momento aveva sentito anche la voce della madre che gli diceva “Se é tanto importante, anche se ci vai nudo quel che importa è che tu vada”.
Sopra gli abituali camicia e pantaloni jeans infilò il solito giubbotto da motociclista anche se ormai la stagione s’era fatta, complice l’inverno mai arrivato davvero, troppo calda per un capo cosí pesante. Aveva tolto il paragola e l’imbottitura per poterlo portare ancora qualche settimana, per nulla scoraggiato dal fatto che non aveva mai posseduto una moto. Il giubbotto era stato acquistato solo per via del basso costo, dello spessore del tessuto e delle protezioni su spalle e gomiti. Gli dava sicurezza, in un periodo così agitato della sua vita non sapeva cosa aspettarsi.
Ecco, sua madre avrebbe detto che era diventato il catalogo della Dainese.
Scrollò le spalle a quell’appunto proveniente dalla sua stessa mente e uscì di casa. Dopo poco era all’ospedale, davanti al centro trasfusionale, che risiedeva in una struttura staccata dal gruppo ospedaliero principale. Il Bolli lo aspettava appoggiato contro una cinquecento bianca striata e macchiata di ruggine come son macchiati dalla tigna e dalle cicatrici i vecchi gatti di strada. Adesso che sapeva che esistevano dei “Loro”(o dei “Noi”), doveva desumere che farne parte non conferiva ricchezza o, quantomeno, che non veniva ostentata, anzi.
Il Bolli attese che lui accostasse e scendesse, e gli si fece incontro per stringergli la mano e dirgli, a metà tra la constatazione e la domanda “Mi segui, si va con due macchine”.
Si inerpicarono per una mezz’oretta su per la collina di Fiesole prima e su quelle retrostanti poi, fino a una stradina che il navigatore GPS di Bruno non riportava, e che costrinse la sua auto a rallentare per evitare di sbattere il fondo sul bordo di una buca ad ogni giro di ruota. Il Bolli, che aveva affrontato lo sterrato con più sicurezza e velocità, rallentò di conseguenza. Quando la strada continuando a salire li portò in mezzo a un bosco, Bruno cominciò a preoccuparsi, poi ricordò che era stato incosciente e ferito nelle Loro mani per un bel pezzo, e che se avessero voluto fargli del male, sarebbe stato quello il momento più adatto.
In cima alla collina e nel più fitto del bosco, come nelle fiabe, restava, all’ombra degli alberi più alti, una costruzione a due piani dall’architettura e dall’aspetto vetusti. Parcheggiate attorno, tra le altre, nella ghiaia bianca che circondava la casa, c’erano diverse centinaia di migliaia di euro sotto forma di automobili di lusso: Bruno non fece fatica a distinguere un Hummer, e si chiese come fossero potute arrivare fin  lì attraverso lo sterrato un paio di auto sportive.
Parcheggiò la sua auto a pettine tra la cinquecento del Bolli e una Punto, dove non sarebbe spiccata come una papera tra i cigni, e seguì il medico verso un portone in legno che portava su ognuno dei due battenti un picchiotto a forma di anello in bocca a un leone. Vicino a terra, come non ne aveva più viste da quando era piccolo, era confitta nel muro una staffa di metallo  per pulire le scarpe dal fango.
“Quant’anni ha, questa costruzione?”
“Le fondamenta otto o novecento, ma ci sono parti che ne hanno solo quattrocento; il tetto è del secolo scorso” rispose tranquillamente il Bolli.
Bruno non ebbe il tempo di polemizzare su quel noncurante “solo” che il Bolli aveva già alzato e riabbassato uno degli anelli di ottone.
La porta si aprì. Bruno ebbe un sussulto quande riconobbe, fasciata in una tuta da ginnastica, la Gelida.
Cercò di ricordarsene il nome, che s’era ripromesso di tenere a mente, ma il Bolli lo precedette con un “Sabrina, ti ricordi di Bruno, vero?”. E come avrebbe potuto essere diversamente, visto che lo aveva accudito per giorni?
Lei diede due baci sulle guance al medico e strinse la mano a Bruno: “Si, certo, il nostro nuovo acquisto. Entrate”
Nel salone dopo il piccolo vestibolo odorante di terra e tabacco c’era quella che pareva un piccolo ricevimento in piedi.
La dozzina di persone “speciali” che il Bolli gli aveva preventivato era tutta lì, evidentemente, adesso voltata verso di lui. “Salve a tutti, io sono Bruno” disse imbarazzatissimo, “ma voi certamente lo sapete già”:
Qualcuno rispose alzando la mano come aveva fatto lui, un paio annuirono, qualche altro gli si fece incontro per stringergli la mano. Il Bolli lo presentò formalmente a coloro che si erano avvicinati, quattro in tutto, due uomini e due donne apparentemente di mezza età, abbronzati e vigorosi. Poteva aspettarsi qualcos’altro, da chi probabilmente era tenuto in vita da centinaia d’anni da un metabolismo superefficiente?
Nessuno dei presenti era vestito formalmente. Non c’era nemmeno una cravatta, in vista, né gioielli sfarzosi.
Era tanto attento a cogliere i particolari, distratto in cerca di segnali di pericolo o comunque rivelatori, che non si sarebbe ricordato il nome di nessuno di quelli che gli erano stati presentati. Non sapeva se era un male.
Gli si fecero pian piano intorno tutti, in cerchio, il Bolli a destra e Sabrina a sinistra, tutti sorridenti, tranquilli, a dir poco sereni e rasserenanti.
“Come doveva essere la famiglia Manson”, pensò tra sé.
Il primo uomo che gli si era fatto incontro gli rivolse la parola allargando ancor più il sorriso. Bruno si sentì nel ruolo del bambino scemo ma gioviale che il paese prende bonariamente in giro.
“Bruno” gli chiese l’uomo (Pietro?) “Tu sai perché sei qui oggi, vero? Sai che giorno è?”
Ma perché continuavano a fargli domande invece di dargli risposte? “No” rispose lui forse un po’ più bruscamente di quel che voleva “Non so nulla”
“Domani è il primo giorno di Farvardin, e stasera è pure luna nuova. Domani iniziano tante cose”

(13-continua)

Posted by i'C under Racconti |

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