October 6, 2007

Sul ponte

Forse qualcuno dei miei lettori meno disattenti ricorda che io, ai miei tempi, ho lavorato pure sull’autostrada.

Ero uno di quegli omìni che vanno in giro vestiti d’arancione a fare cose improbabili di là dai coni, mentre di qua -e troppo spesso a cavallo, contro e pure di là- circolano a velocità proibite mezzi sui quali parabrezza ti spatasceresti in uno strato nemmeno troppo alto.

Amarord un pomeriggio assolato e ventoso durante il quale ho montato una stazione di rilevamento meteo su un cavalcavia.

Sotto, ad una distanza che se fossi caduto sarei morto di noia prima di battere il capo (”AAAAAAaaaaaaahhhh! Ah! Ah! … ah. Uhm.”) una verde valle sul fondo della quale scorreva placido non so quale torrente in magra.

Dietro di me circolavano, parzialmente smaterializzati per effetto relativistico, WEEEEEW!! multicolori uno attaccato all’altro.

Per qualche minuto, mentre le mani andavan da sole a girar dadi e controdadi, gli occhietti e il pensiero hanno vagato.

E ricordo la sensazione che m’ha dato questo dualismo. Ero a metà tra una quiete totale, immensa, immutabile nei secoli, la pace della natura che se ne frega di quei cosi in acciaio e idrocarburi che passano per uno iota, e quell’andiamoandiamoandiamocazzocheètardi.

E come la linea tra Yin e Yang, non ero nè l’uno nè l’altro. Mi ero assottigliato tanto che ero come quell’illusione che divide l’infinito passato dall’infinito futuro, e chiamiamo presente, una soglia, un concetto più che un oggetto.

Poi il dado, arrivato in fondo al bullone, ha smesso di girare.

 

Ieri di nuovo, stavolta mentre andavo sul raccordo verso il mio Cheers.

Mi sono accorto che corro da una parte all’altra, lavoro, seguo un corso che probabilmente non riuscirò a superare,  mi do da fare per sottotitoli-scherma-secondlife, vedo gente faccio cose… e intanto le cose importanti scorrono sotto di me, tanto lentamente che io stupidamente le ritengo ferme ed eterne, come un torrente in magra.

Amici veri, persone che sono passate anche per poche ore nella mia vita e che invece tanto mi hanno dato, che puntualmente “domani chiamo”. I miei “progetti a lungo termine”: il romanzo, mille libri da leggere, mille cose da sistemare, una casa da mandare avanti e finire di arredare da non so più quanto.  Questo cuore, che ormai non prendo più sul serio nemmeno io, perchè ogni volta ha scelto il momento o la persona sbagliata per impegnarsi, e ogni volta è tornato a casa con la testa un po’ più bassa.

E adesso, di nuovo, sono sul ciglio, nè davvero sulla strada nè davvero nel fiume. Ho paura a buttarmi giù, che la strada più facile è continuare a guardare i fanalini posteriori dell’auto davanti e pestare l’acceleratore come se fosse la mia stessa testa, come se fosse questo nodo vuoto che troppo e sempre più spesso viene a formarsi tra stomaco e viscere, correre senza guardare intorno quel che mi sto perdendo.

Però, prima o poi, ’sta benzina finirà. E il fiume potrebbe non esser più lì ad aspettarmi.

 

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