Archive for novembre 27th, 2008

Accadde che... Emorroidi
Tutto quello che NON avreste voluto sapere e che nemmeno Luttazzi v’ha mai raccontato

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Ve lo dico subito, non leggete se siete di stomaco debole o facilmente offendibili.

Io scrivo per chiarire come mai non sono stato in giro per un po’, e, anche se in attesa dell’operazione ho portato per, azz, un po’ di privacy, avanti per qualche mese la balla della ciste di grasso al cavallo, visto che la mi’mamma ha già raccontato a cani e porci e perfetti estranei ogni truculento dettaglio, ho deciso che ormai sono esposto; e siccome per rettificare le inesattezze della mi’mamma dovrei prendere una mezza pagina della Nazione, d’ora in poi mi limiterò a dire “leggi sul blog, va’” a chi mi chiederà innformazioni. E poi, beh, se, come ho sentito in giro, ne soffrono un po’ tutti, sapete a cosa andate incontro.
Ma cominciamo, che già mi ci vorrà un po’, visto che non posso stare a sedere troppo a lungo -leggi: ho una singola chiappa sulla sedia, e l’altro piede picchietta nervoso-.
L’epopea che mi ha tenuto lontano da amici, PC, internet, lavoro e SEDIE negli ultimi giorni è iniziata alla grande nel febbraio 2001, mi pare.

Ero a Los Angeles, e dopo una delle rare e marmoree deiezioni, mi giro e vedo il water pieno di sangue. Già che in USA i water sono pieni fino a due dita da voi, già che il sangue tinge da far paura, già che ancora stavo sanguinando… beh, mi son preso un coccolone. Per mia fortuna sapevo di che cosa si trattava; mando la mia ex a fermare la navetta che di lì a qualche minuto ci avrebbe portato a Disneyland, e comincio a lavare, pulire, tamponare.
Raggiungo il mio posto immediatamente dietro l’autista e chiedo: “Che balla gli hai detto?”
“Che stavi facendo una telefonata. Come va?”
“Sto ancora sanguinando, ma ho un tampone di carta igienica tra le mele”
Al che l’autista si volta e escalama con appena un blando accento siciliano “Ah, italiani anche voi!!!”.
Più tardi ci narrerà la sua storia di emigrante da un anno e ci consiglierà il Jack-in-the-box, che pur essendo la migliore catena di fast food del mondo, contribuirà a rendere più “colorata” l’acqua dei miei water.

Ho convissuto con il problema da allora, senza grandi dolori e a fasi alterne, fino a che qualche mese fa un periodo stranamente doloroso mi convinse a farmi visitare e operare, visto che si era passati da qualche goccia di sangue senza dolori -e grazie a una bella colonscopia avevamo escluso il polipo- a SANGUE MORTE ASTIO E DISTRUZIONE NELLE MIE TERGA.
La visita fu quantomeno imbarazzante: mai prima d’ora, con pubblico o meno, mano di altro uomo (o alcunchì) aveva frugato nei miei bassifondi, guantato o meno; e dolorosa, visto che il medico, per quanto competente, gentile e professionale, aveva delle dita grosse e ignoranti come salami cacciatorini.

Ma vabbè. Mi spiega che il dolore è dato soprattutto da una ragade (non ci si fa mancar nulla) e che le emorroidi (quarto grado, mica pizza e fichi) sono dovute a un prolasso della mucosa, come un calzino che scende lungo la caviglia; l’operazione mi tirerà su questo calzino e lo appunterà ben in alto, che non abbia a scendere.  Basta attendere un po’ per essere chiamto per l’operazione in day-surgery.
Sentirò male? Beh, un minimo nel post-operatorio.

“Un minimo”.

Beh, se “un minimo” è alzarsi alle quattro del mattino e svegliare il proprio padre presentando la siringa di Toradol già pronta per farsi fare l’iniezione antidolorifica, non voglio sapere qual è “la norma”.

Insomma.  Aspetto tutta l’estate e buona parte dell’autunno, poi vengo chiamato per le analisi del sangue, elettrocardiogramma e colloquio con l’anestesista -tutta una mattinata-. Apprendo dall’anestesista che non sarà in locale, ma in totale. E qui scatta la prima paranoia, visto che non ho mai avuto paura del dolore ma solo delle complicazioni, soprattutto da quando il mi’povero nonno morì di angiografia.

Mi rovino la domenica -quella del festival giapponese, ovviamente- con un digiuno di trentasei ore, un abuso di lassativi e un clisma alle tre di notte.
Alle 7.15 del lunedì dell’operazione, ovverosia quello dell’ultimo post, vengo fatto entrare in un reparto freddo come un frigorifero. Con me un medico che, siccome tra qualche minuto sarà dalla parte sbagliata del bisturi, bestemmia come Linda Blair contro il freddo, contro le infermiere, contro il camice e le mutande di carta che ci fanno indossare, esorta scandalizzato a ri-ri-richiamare i tecnici per sistemare i termosifoni, fischia borbotta e soffia quando gli viene praticata l’iniezione di qualcosa che ci viene presentata come Atarax, e con un nome così deve essere un calmante, seddiovuole.
Vengo fatto salire su una barella e confortato dalle confidenze della portantina -”Eh, ce le ho anche io, ma non mi faccio operare, ho troppa paura”-, quindi portato in una sala dove, in attesa dell’anestesia, mi addormento di mio, probabilmente grazie all’Atarax e al calduccio sotto le coperte.

Quando vengo svegliato, mi viene messo un ago nel polso. Nel giro di cinque minuti cinque, vengo piazzato su una specie di tavolo ostetrico, mi vengono messe le ginocchia in bocca, stracciate le mutande e, dopo e solo dopo, vengo addormentato.

Al nuovo risveglio sono nel letto in reparto, e ho uno stimolo feroce di evacuare. Faccio per alzarmi e andare in bagno, ma vengo prontamente fermato dal mi’babbo e da due infermiere che, pronte, alzano le spondine del letto. Apprenderò solo dopo che lo stimolo è dato da un palloncino che mi hanno cacciato e gonfiato su per il, e dal tubo per il drenaggio. Mi addormento di nuovo solo dopo aver avuto una padella che resterà ovviamente inutilizzata.
Rimango rincoglionito fino al primo pomeriggio, durante le visite dei miei e della Figlioluccia, e dormo praticamente fino a quando due degli occupanti dei letti se ne vanno.
Io devo attendere la visita del chirurgo e, ovviamente, l’estrazione del turacciolo. Mia madre nel frattempo mi cazzia perchè ho dato in escandescenze. E io: “O quando?” “Quando volevi andare in bagno” “Ero rincoglionito, non credo d’aver picchiato nessuno” “Ma m’ha detto il dottore accanto che…” “Chi, il bestemmiatore indemoniato?”
Ad aggravare la pessima immagine che mia madre ha di me (di solito è cattiva, a priori, ma poi è pronta a prendere le parti di chiunque mi dia contro, sempre e comunque) si infila la caposala. Mentre aspetto la visita, vengo bersagliato da:
“Ti porto qualcosa?”
“No, grazie”
“Un the?”
“No, non mi serve nulla, grazie, sto bene”
“Stai bene?”
“Si, grazie”
“E’ il colore tuo solito, quello che hai?”
“Si, tranquilla, grazie”
“Ti porto un caffè?”
“Non vorrei essere brutale, ma il significato della frase ‘non mi serve nulla, grazie’ mi pare evidente: che al momento non mi serve niente e che comunque la ringrazio della premura”
“…”
“…”
“…Un cappuccino?”
“si, grazie, mi porti il cappuccino”.

Ovviamente il frutto della mia resa, una secchiata di latte caldo dopo trentasei ore di digiuno, mi si pianta in mezzo allo stomaco. Faccio pure la cazzata di dirglielo, e lei acquista improvvisamente una laurea: “Aaah, lo so io cos’è: è un calo pressorio, vieni qui che ti misuro, ti gira la testa”
“No, non mi gira la testa, ho solo la nausea. Sono donatore di sangue e riconoscerei…”
Estrae uno sfigmomanometro -accidenti a chi gli ha insegnato a usarlo- e dopo qualche secondo carico di tensione: “Hai la minima un po’ alta”
“120 su 80, vero? il mio solito”
“Si, ma ti dev’esser risalita nel frattempo”
“Eh, si, capita”
Il medico arriva mentre, esaurita ogni diplomazia, a fronte di un “ti senti debole” chiedo all’infermiera di lasciar dire a me come mi sento  e di far diagnosi credendomi, se proprio la deve fare. Il chirurgo arriva, stura quel che ha da sturare, calpesta la sacca di drenaggio facendola esplodere e mi autorizza ad andare via. Contro ogni pronostico, mi fa un certificato da UN MESE dicendomi “Ti servirà”. Io non ci credevo, allora.
Non sono autorizzato dalla caposala, invece, tant’è che, dopo essermi vestito, aver fatto due o tre volte su e giù per l’intero reparto, devo sottopormi a un’altra misurazione della pressione prima che mi venga tolto, peraltro in maniera frettolosa, l’ago dal polso.

Visto che mia madre è incazzata con me per come ho trattato la caposala, guida come un’ottovolante con me sdraiato sul sedile posteriore, e io arrivo a casa che ho bisogno feroce di antidolorifici.  Mi schianto sotto la lingua una  fiala di Toradol e, visto che mia madre sta urlandomi di mangiare qualcosa agguanto, dopo due giorni di diigiuno, una banana. Con quella come primo alimento, sono fortunato a non aver successivamente defecato un gatto di maiolica a unghie sguainate.

Passo i giorni successivi tra fastidio e dolore. Sia lo stimolo che l’evacuazione mi provocano fitte, e i punti stessi, checchè interni, fanno male. Come già detto, mi son trovato la mattina alle quattro a  farmi strofinare il didietro con un batuffolo asciutto da mio padre ancora addormentato, roba che se poi mi buttavo a sedere sulla siringa forse mi facevo meno male. Ma vabbè, pover’uomo.

Cinque fiale di Toradol in tutto, e otto Aulin 100mg in una settimana, proprio io che ho sempre aborrito i medicinali.

Mezzo litro di olio di paraffina bevuto come emolliente delle feci, otto barattoli di Activia per evitare “carichi” troppo impegnativi.

Qualche “seduta” che ha fruttato solo sangue raggrumato e dolore.

Due nuove visite, una ogni mercoledì, dal chirurgo, con tanto di indagine rettale dove io stringevo i denti e lui mi diceva “Eh, ha ragione, ha ragione” come se l’aver ragione non mi facesse sentir male.

Adesso, finalmente, sono a casa mia e non dai miei. Qui posso ululare in pace se ne ho bisogno, provare a dormire quando mi fa male e mangiare una cucina da ospedale e non quella TANTAROBA della mi’mamma.

Finalmente, da due giorni faccio a meno -anche se è stato più un punto d’impegno che effettiva guarigione- degli antidolorifici.

Tornerò al lavoro il 15, se il chirurgo sarà d’accordo. Che, francamente, più volentieri restavo a lavorare che a letto, su un fianco, a uggiolare.

Ecco, contenti? V’ho messo a parte di diverse cose intime, anche troppo. Poi non dite che non vi voglio bene e stimo.

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