Archive for aprile 20th, 2009

Ce l'ho con..., Recensioni Non è una questione etnica.

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Sabato siamo andati al compleanno di Lindsay Lohan, o almeno così diceva l’sms di invito.
“Al libanese ‘Valle dei cedri’ in borgo santa croce 11r”*.
“Wow, una cucina nuova da provare”, penso contento io.
Come no.
Entriamo che si sta esibendo la danzatrice del ventre -una Elliott di Scrubs appena più tonda, nel bene e nel male- e veniamo disposti al tavolo; non conosciamo nessuno salvo Lindsay, e la festeggiata ci fa la grazia di lasciarci sedere vicino a lei, in modo da avere un minimo di conversazione. Un favore gradito ma non necessario, visto che nel giro di cinque minuti avevo già rotto le palle a chiunque fosse a portata di voce facendo una perizia psichiatrica giurata postuma del Pacciani, del Lotti e del Vanni, enumerando le qualità del vegetarianesimo e -contemporaneamente- delle materie prime affluenti al McDonald’s, correggendo la grammatica inglese di uno che ormai VIVE in Michigan, discettando di ideogrammi, geroglifici, tatuaggi e spille per pantaloni.
Ma sto divagando. Torniamo al ristorante in sè.
Il menu consiste di quattordici antipasti -che in realtà sono una mezza dozzina variamente riassemblati, e due sono pure esauriti-, cinque “specialità”, sei bevande (“una birra libanese, per favore” “C’è la moretti” “Acqua, allora”) compreso un “vino libanese” a ventun euro la bottiglia (ah,ah!) e due distillati, sui quali tornerò più tardi.
Il servizio è da calci in bocca. Gentili e raffinati come le truppe tedesche a Stalingrado.
Si comincia con un “Prendete il menù fisso?” “Quant’è?” “Venticinque euro, bevande escluse, vi si porta un po’ di antipasti, la grigliata e il resto”. Nonostante la descrizione quantomeno fumosa -e la mia prontamente sedata obiezione “Io son vegetariano” al quale è seguita la rassicurazione/minaccia/balla “ci si pensa noi”, Lindsay ha fatto il giro della tavola spiegando e chiedendo se andava bene. Ok, dodici si, due no.
“O tutti o nessuno” risponde la cameriera “Fate le ordinazioni”
Io da bravo veggie ordino quattro antipasti. Un familiare Hummus, un familiare Falafel, un Rikakat che nonostante il nome è edibile -sono degli involtini di sfoglia ripieni di formaggio-, e delle pizzette libanesi, che sono delle polverosissime schiacciatine ricoperte di origano e erbe secche in quantità proibite dalll’ONU e da qualunque nutrizionista. Alla faccia di “cucina nuova”
Nel pieno della seconda esibizione di Elliott, giunge la consegna dei piatti. La cameriera, coperta dalla musica, si ostina a pronunciare a mezza voce nomi esotici di cibi scritti secondo me in modo del tutto diverso, e si incazza pure se nessuno alza la mano dicendo “mio!” nel giro di un picosecondo, o se le viene chiesto di ripetere. Quando poi viene il turno di quelli seduti davanti a me, la tipa mi appoggia le poppe e tutta sè stessa sulla nuca e mi piega in avanti per allungare i piatti sul tavolo.
A un certo punto, l’apoteosi. Una ragazza non ha sentito o riconosciuto il suo piatto, e questo viene portato immediatamente da Lindsay con l’ultimatum: “questo l’avete ordinato e ora lo prendete”. Lindsay prima e la legittima proprietaria poi, scoperto cosa fosse, ingoiano, in tutti i sensi.
La ragazza davanti a me si alza lasciando il piatto a metà -io stesso, distrattomi, mi son fatto fregare dalla cameriera ansiosa di farci sgomberare di sotto il naso delle patatine in comproprietà con la Figlioluccia e lentamente piluccate; troppo lentamente, evientemente, per gli standard del locale- e la cameriera mi si sdraia nuovamente sulla schiena per espropriarlo. “Non so se ha…” dico, ma il “finito” mi resta in bocca, troncato da un “Lo so io, se qualcuno me lo passa”. Io non le batto il piatto in faccia, scioccamente, e mi limito ad allungarglielo.
Fine cena. I due distillati, così listati: “Tarak” e “digestivo”, a due prezzi diversi. Io prendo il Tarak, la Figlioluccia il digestivo. Ci vengono ammanniti due bicchieri identici per forma e contenuto. “Io avevo chiesto un digestivo”, azzarda la Figlioluccia. “E’ il Tarak” risponde il proprietario/cameriere, aprendo mille interrogativi sulla differenza di lista e di prezzo e una sola risposta: ci pigliano per il culo.
Scoprire che in realtà è sambuca non ci stupisce oltre.
Si arriva a pagare. Ventiquattro euro a testa, già diviso per tutti, bevande comprese, in culo al proposto menù fisso. Chiediamo che ci venga diviso per tutti meno la festeggiata. Non state a fare conti: ventiquattro euro e ottanta, alla faccia della matematica. La nuova domanda è “quanto ci avevano provato a fregare alla prima richiesta?”
Usciamo con un “mai più e mai poi”, almeno per quanto riguarda me e la figlioluccia, visto che la prossima volta che vorrò i falafel potrò andare a mangiarli in mille altri posti in cui verremo trattati parecchio meglio sia umanamente che economicamente.
Usciamo anche con una maggior chiarezza sugli scenari di politica internazionale. Se il Libano viene periodicamente bombardato, non è per questioni etniche. E’ che qualcuno è meno transigente di noi sulla gestione di un nuovo ristorante.

*Lo cito esplicitamente, nel caso ci voleste andare.**
** Ovviamente sto scherzando.

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