Racconti → 16
Il coltello affond nella carne, segandola con i minuscoli denti e facendone uscire i succhi di cottura.
Ovviamente o quasi, il piatto principale era fiorentina molto poco cotta, la migliore che Bruno avesse mai mangiata. Si chiese se il segreto di tanta bont fosse lo spesso vassoio di pietra ancora calda sul quale erano state servite.
S’era fatto un silenzio quasi sacrale, a malapena rotto dal rumore delle posate e della masticazione, e il lungo tavolo di legno e la luce data solo dalle peraltro numerose candele sparse per la stanza contribuivano a creare l’atmosfera di un refettorio di una qualche comunit religiosa.
Bruno se la stava godendo, ormai. Inutile insistere nel farsi spiegare tutto e subito. Era stato invitato a una cena, dopotutto, e tanto valeva mangiare. Di certo molti dei presenti, se non tutti, avevano gi fatto le stesse domande che aveva fatto lui, avevano avuto le stesse risposte ed erano stato altrettanto confusi. Certo, se Bruno aveva intuito il giusto, qualcuno di loro poteva averlo fatto secoli prima in una lingua ormai dimenticata, ma il risultato non cambiava: non era pi gente abituata a fare le cose in fretta se non in caso di emergenza, e la loro efficienza nell’occasione dell’incidente d’auto la diceva lunga sulle loro reali capacit organizzative e risorse in certe situazioni. L’incalzare il Bolli, o chiunque altro, affinch gli raccontasse in pochi minuti magari millenni di avvenimenti, beh, era solo sciocco.
Sorseggi il vino rosso che era stato gi disposto in dei decanter quando avevano fatto il loro ingresso nella sala. Le bottiglie vuote poggiate vicino ai decanter, scure e impolverate, non avevano etichetta. Bruno non prov nemmeno ad immaginare o dedurre se e quanto quel vino potesse essere invecchiato; le bottiglie non rivelavano abbastanza, e come sommelier o intenditore lui non andava lontano.
Questa era gente che aveva tutto il tempo del mondo e se lo godeva. “Beh,” si disse “anche io, no?”, anche se il pensare a se stesso come un membro di quella societ, un membro elettivo, per di pi, ancora gli risultava innaturale. Per anni era stato un altro, banale, con un qualcosa che richiedeva tante attenzioni come una malattia richiede cure, tanto da risultare pi un fastidio che un vantaggio… e poi scopriva di essere non malato, non banale, ma qualcosa di strano, migliore, per certi versi superiore. Temeva che se non avesse affrontato la vicenda in modo distaccato, avrebbe cominciato a ritenersi un essere superiore, membro di una razza eletta, magari un predestinato, un Magneto dei poveri. Per fortuna il riferimento a Hitler fatto dal Bolli poco prima aveva toccato le corde giuste, e aveva messo in allerta il senso etico e morale di Bruno sul pericolo dell’autoesaltazione. Bruno si chiese se c’era mai niente di casuale in ci che quella gente, la sua gente, faceva. La risposta venne subito: ovviamente no. Non poteva esserci. Avevano avuto tutto il tempo per fare tutte le prove ed errori, ed imparare a far tutto nel miglior modo possibile.
Continu a sezionare diligentemente la fonte di ferro che aveva nel piatto. Il pepe nero sopra non ci sarebbe stato male, e dei fagioli a fianco avrebbero fatto una gran figura, ma la bistecca era squisita di per s, ed era una fonte molto pi gradevole di quegli alimenti e anche della crusca, del frumento o di milza o fegato, che aveva imparato essere pi ricchi di quel metallo.
“Non solo una questione di quantit, Bruno,” puntualizz il Bolli, “ma anche del tipo di ferro presente, e di assimilabilit. Ci sono anche un altro paio di elementi significativi. Niente di necessario, ma quando c’ meglio”
“Immaginavo” rispose Bruno ripensando al malconcio, pi volte fotocopiato e praticamente imparato a memoria, foglio datogli dal Bolli con la dieta da seguire, ormai vent’anni prima “visto anche quel che mi ha detto ai tempi. Grazie”
Aveva quasi ricominciato a mangiare quando realizz quel che era appena successo, e sgran gli occhi all’indirizzo del Bolli che faceva fatica a non allargare un sorriso divertito.
-16 – continua. presto, stavolta-












