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Accadde che..., Tanta iNioranza In ritardo

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Posso dire “come al solito”, anche se un po’ me ne vergogno?

SalendoNon vi ho nemmeno detto che siamo stati a Londra. Solo un week-end lungo, per carità, ma abbastanza da divertirci, educarci, sfogarci.
Appena prima di partire, ancora in fila per l’imbarco, una lezione di vita.
Noi primi della fila non-priority, accanto all’hostess di terra che aspettava l’apertura del check. Accanto a noi, una dozzina di persone che avevan pagato di più per essere i primi a imbarcarsi e scegliere i posti. Dietro di noi un centinaio di persone, in educata fila o sedute sulle poltroncine d’attesa. All’orizzonte appare, armato di un mezzo sorrisino con cui passa in rassegna le code, un fighetto (un wannabe fighetto, per verità, uno di questi ultraquarantenni lampadati tutto l’anno, pantaloni bianchi e camicia sportiva aperta) che punta diritto all’hostess senza degnare di uno sguardo le poltroncine.
“Senta,” fa lui “visto che ho avuto un incidente e oltre al polso” mostra una fasciatura semirigida” ho dei fastidi al ginocchio e non posso stare in piedi, potrei salire per primo anche senza priority?”
La hostess, alla quala vorrei erigere un busto in bronzo nella sala imbarchi, ribatte “Scherza? Piuttosto, ha un certificato che attesti che può imbarcarsi dopo un incidente?”
Il tizio boccheggia, il mezzo sorrisino è tornato al metal detector. “Veramente no… è che…”
“No, guardi, io questa responsabilità non me la prendo. O lei mi esibisce un certificato, o non posso farla salire”
“Ma io non ce l’ho, non ci ho pensato, non lo sapevo” (“quando ho provato a fare il furbo per passar avanti a tutti” aggiungo io mentalmente)
“Facciamo così: lei va all’ufficio Ryanair qui sotto, se le danno il benestare io la faccio salire; altrimenti, mi spiace, ma i regolamenti parlano chiaro”.
E’ finita che siamo partiti in ritardo, visto che con ogni probabilità al tipo -mai più visto- han fatto sbarcare il bagaglio. Ma con quale soddisfazione!New Globe Theatre

Beh, poi a parte piccolissimi screzi col personale dell’hotel… la faccio breve: avevo chiesto col massimo della mia gentilezza che le uova strapazzate, al momento liquide, mi venissero cortesemente cotte un po’ di più. La cuoca, dell’est, ha finto di non capire per le prime due volte, borbottando stizzita chissà che in chissà quale lingua, poi una collega ha accettato di farci questo piacere, come se non fosse il loro mestiere. La prima cuoca è poi uscita della stanza, probabilmente andandosene finalmente affanculo e urlacchiando “This is english breakfast, not ‘international breakfast’” a nessuno in particolare. Al che il campanilista che è in me ha innalzato il tricolore e gli ha risposto in modo che sentisse bene “You DREAM of Italian breakfast!” La tipa, inglese, suduta accanto a noi ha commentato verso la Deb “They are not happy people”. Giura?<>Controluce

Però ce la siamo goduta, eh!, se ce la siamo goduta. Shopping furioso a Forbidden Planet -giuro, la mia dolce metà ha speso più di me- e in un negozio di modellismo dove abbiamo ottenuto un modello di Tardis immenso per due lire, e che la Deb ha promesso di dipingere personalmente, salvandolo dalle mie pennellate a casaccio.; una rappresentazione dell”How you like it” al New Globe theatre, dove, nonostante l’inglese aulico, abbiamo riso trascinati dal ritmo dei bravissimi attori; un tour sul London Eye, uno al binario 9 e 3/4, uno al museo di storia naturale e al British, uno al japan center, uno per Soho a caccia di lingerie (“Fiiico, nei negozi di intimo vendono le batterie” “E son tutte mezza torcia, pensa te”) con inaspettato acquisto di ombrelli e magliette con equalizzatore grafico -don’t ask-, l’immancabile Piccadilly, l’evitabilissimo Trocadero -eh, com’è peggiorato negli anni!-, e a un paio di pub vicino a Covent Garden che ci han lasciato sazi, ebbri e soddisfatti.Gusto di cattedrale moderna

Imbarco per il ritorno, interno dell’aeroporto. Deb: “Simone, ti sei perso due tipe spettacolari”
“Che han fatto?”
“Son passate davanti alla libreria e una ha detto all’altra: ‘qui son tutti libri, noi che entriamo a fare?’”
Per me e Deb è una bestemmia, sappiatelo. Possiamo calpestare le rispettive madri che si mettessero tra noi e una svendita di libri. Anche usati.
Ovviamente le stesse tipe ce le troviamo sedute davanti in aereo, una al corridoio e una al finestrino, per non aver nessuno seduto accanto, che parlottano allegramente di quanti cent’euro han speso di scarpe.
Però un tizio fa sedere la moglie nell’unico posto libero nella fila avanti a loro e attende che loro due smettano di parlottare. “E meno male,” penso io “adesso chiede a ’ste prepotenti di sedersi accanto per poter star almeno vicino alla moglie”.
Invece, una scena tra Ionesco, Fantozzi e il ragioner Linguetta: “Tu lavori in $Nomeazienda$, ti vedo sempre in mensa, non mi conosci, ti volevo solo salutare”. Una delle tipe è un pezzo grosso, si capirà poi.
Il tipo si pulisce la bocca da un tarzanello e si siede quattro file ancora indietro, agli antipodi della moglie, che ora suppongo sia sollevata.
Avvisi necessari e comodi riflessi
Nel frattempo un tizio sta pestando le nostre scatole di modelli con la sua valigia, nel tentativo di farla stare nella cappelliera sopra il nostro sedile invece che il suo. Ha già fatto una cosa che io non mi permetterei mai di fare, ha spostato valigie altrui per far star la propria, però quella vendemmia mi costringe a un “Oh, se magari la prendi un po’ più calma e cerchi un altro posto invece di schiacciare la roba mia mi fai un piacere”
“Eh, sto pigiando, scusa”
“Si, a me le mie scatole piacciono con quella forma, per cortesia pigia un po’ meno”
Il tipo assesta un po’ più delicatamente, borbotta uno “scusa, la prossima volta…” (ma quale prossima volta, coglione? spero di non incontrarti mai più se non il due novembre) e si siede. Passerà il volo con in testa un cappello più piccolo di quello di Magilla Gorilla, ma che evidentemente essendo comprato a Londra lo fa fico ed esente dal senso del ridicolo e dall’educazione di toglierselo al chiuso.
Appena partiamo, le simpaticissime davanti si siedono accanto lasciando il posto al corridoio libero. Si volteranno solo per chiedermi di abbassare l’aria condizionata che, casualmente, dal mio posto arriva sul loro, probabilmente spettinandole.

Insomma, vediamo d’esser chiari. Io e la Deb siamo molto distanti dall’essere perfetti. Però se nel mezzo di Piccadilly c’era uno che urlava, era italiano. Se c’era uno che provava a saltare la fila mentre mi sequestravano il Victorinox con cui voloevo dirottare The Eye, era italiano. Siamo burini, siamo convinti d’essere più belli, simpatici e furbi degli altri. E non è vero, soprattutto a Londra, dove un melting-pot secolare ha prodotto una folla che in metropolitana è silenziosa anche quando gli sopprimono la linea sotto i piedi -testimone io-, una folla in cui non trovi un uomo o una donna veramente brutto se non ti impegni o non visiti il museo di storia naturale, una folla in cui un tizio in un chiosco informazioni esce e attraversa la strada per farti vedere dove devi andare da un’angolazione migliore, visto che hai problemi a comprendere l’accento infame -cockney?- che ha.

Insomma, capiamoci: son contento d’essere italiano. Sarei più contento se meno miei connazionali pensassero d’esser la crema della crema della genetica e cultura mondiale, perchè quando si va all’estero si va per imparare, sempre e ovunque, e ci si deve andare con umiltà e rispetto.

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