I Giapponesi non sanno indicare
← Giappone!
O ti disegnano una mappa dettagliatissima con cenni geopolitici per giungere a un posto di là dalla strada, o tendono il braccio e lo muovono in ampi cerchi nella vaga direzione in cui devi andare dicendoti “the white building”, e di palazzi bianchi ce ne è solo uno, in vista.
8:45 del 28/9 Al momento in cui scrivo siamo sullo Shinkansen, diretti a Kanazawa. I due coglioni accanto a noi hanno chiuso le tende dei finestrini, e quindi è un volo cieco. Spero che muoiano tra atroci tormenti e non possano più leggere un manga in vita loro. In più, a quello dalla mia parte ho precluso qualsiasi evasione calando il tavolino e infilandomi le cuffie. Niente svuotamento vescica finchè non scendo, e muori, maledetto.
Dove eravamo rimasti? Avevo detto della serata nella birreria Asahi del quarantacinquesimo piano con vista panoramica? NO? Adesso lo sapete, e scommetto che ci invidiate. Anche perchè l’ascensore i quarantacinque piani li faceva in quindici secondi scarsi.
La prima visita ad Akihabara si era fregiata della visita a un ristorante di sushi, di quelli dove i cuochi e i camerieri urlano il buongiorno, le comande, i commenti e anche i pensieri sconci sulle clienti carine. Abbiamo mangiato in due con l’equivalente di sei euro bevande escluse. Vabbè che una birra costa quattro euro, ma è comunque un prezzo da signori, col pesce sfilettato davanti a te, una vasca da sfilettare che
nuota allegramente dietro il capocuoco. Tranquilli, son sempre vegetariano, è la Figlioluccia che mi ha rassicurato sull’eccelsa qualità del prodotto ittico, tant’è che abbiam pranzato o cenato da ’sti tizi -Shinzanmai, vicino al passaggio East-West alla stazione di Akihabara, sotto il Sega- altre tre volte, anche dovendo attraversare la città.
Il giorno dopo -si parla del 24-, dopo una nuova, più tranquilla visita al tempio di Asakusa, abbiam pranzato al mercato di Ueno. Residuo del mercato nero della guerra mondiale, si affolla sotto la ferrovia; zeppo di gente e merce, sembra di stare in Blade Runner. Io ho recuperato tre quarti di ananas infilati su uno stecchino da un tizio simpatico come uno sfregio a un bambino, la Deb ha provato un nuovo sushi; abbiam provato l’ebbrezza del the fatto al tavolo prendendo l’acqua bollente da un rubinetto posto direttamente tra un coperto e l’altro.
Di lì, la visita a Shibuya, della quale abbiamo approfittato per infilarci da Tokiu Hands e riempire una valigia di bento e accessori. Si, siamo dei pazzi, e allora? Vedeste che carini gli oshibori verdini per la Figlioluccia, il mio nuovo porta-onigiri e il suo bento termico!
Il 25 abbiamo visitato per quasi sei minuti Omotesando, troppo chic e fricchettoso per noi cresciuti a Mazinga e Video Girl Ai. Tappa obbligata il palazzo Hermes, interamente rivestito in vetrocemento da un cliente della Figlioluccia, mirabilmente decorato da sculture semoventi, incredibilmente bello e snob. Se il palazzo avesse avuto un naso, sotto ci sarebbe stata una puzza.
Siamo arrivati a Roppongi, abbiam fatto il solito giro “à la cassò” culminato nella visita al giardino di Roppongi Hills e alla statua del gigantesco ragno ooforo che lo domina.
Da lì, a Shibuya, per terminare il tour del giorno prima; la Deb è riuscita a mangiare un’ottima -dice lei- steak neozelandese cotta alla giapponese -dicono loro-, io una perfetta insalata mista e tanto, tanto riso, condito soprattutto da zaffate di aria condizionata diaccia sullo stomaco, unica assicurazione all’evacuazione quotidiana per i tokyoiti. E’ occorsa -si, mi serviva proprio- poi una nuova visita ad Akihabara, ai negozi di modellini e fumetti e elettronica, e soprattutto a Shinzanmai. Rinfrancati e rifocillati, siamo tornati in albergo passando però da una parte dello Shinjuku che non avevamo ancora esplorato: quella viva.
E che infatti abbiamo visitato tutto il giorno successivo, pranzando in un ristosushi con buttadentro che nemmeno a Pigalle, con tanto di menu italiano, caciaroni Alitalia all’interno, prezzo infimo e qualità ottima, tantè che quando la sera, ripassando lì davanti, la buttadentro ci ha rincorsi con il menu NON abbiamo finto di non vederla e siamo entrati; stavolta, come sempre invece da Shinzanmai, eravamo i soli occidentali, e i clienti non urlavano, il che ha aggiunto ulteriore lustro al cibo. Tra un pasto e l’altro, una rapida -mica tanto- visita al Wired Cafè della Shinjuku
Station, nel centro Lumine, ci ha assicurato l’aggiornamento wi-fi dei tassi di cambio sugli I-pod e degli stati di Facebook mentre ci pascevamo di lassi, torte e gelati.
Ieri la meta della giornata erano i cosplayer di Harajuku, ma in mattinata abbiamo esplorato lo Yoyogi Park e il suo tempio. Non so se è tutti i giorni così, ma essendo domenica mattina abbiamo incrociato un matrimonio dietro l’altro, con sposi e invitati bellissimi nell’abito tradizionale.
Ad Harajuku ’sti cosplayer non erano poi granchè. Tre wannabegnocca vestite di garza, un tizio in confronto al quale sono atletico pure io inguainato nella tuta giallonera di Kill Bill, e non so quanti “magari fossi un demone” dalle parrucche sponsorizzate dall’Anas.
Dopo la prenotazione dello shinkansen alla stazione di Shinjuku, abbiam fatto nuovamente rotta su Akihabara, dove in dieci minuti avevamo ritrovato -nel maelstrom che è quel quartiere- la macchina distributrice dei pupazzini dei quali si era innamorata mia madre durante una videochiamata Skype, e, ovviamente, Shinzanmai. Abbiamo brindato il nostro arrivederci a Tokyo con un ottimo sake caldo per me e un Suntory per la Figlioluccia, e siamo volati a far le valigie, che stamattina ho cominciato ad imparanoiare la malcapitata mogliettina mia ad un’ora improponibile con “e tu che ne sai quanto ci mettiamo a trovare la metro/la stazione/il binario?”. Siamo arrivati con un anticipo non modestissimo, che sconterò nei secoli a venire.
Soprattutto, e nonostante tutto, io ho pure la sensazione di non aver fatto qualcosa di fondamentale e vitale a Tokyo, come quando uscendo di casa torni a vedere se hai chiuso la porta o il gas. Se stanotte Tokyo salta in aria quando qualcuno tornando a casa accende la luce, sapete che è colpa mia.












settembre 28th, 2009 at 10:53
Che meraviglia!!!!
Voglio andarci anche iooooooo!
Comunque se Tokio fosse saltata in aria prima che la potessi visitare, non te l’avrei mai perdonato!
Sappilo!
settembre 30th, 2009 at 16:32
Sappilo anche da parte mia….
settembre 30th, 2009 at 19:19
occhio allo tsunami, figlioliiiiiiii!
ottobre 1st, 2009 at 11:01
Cara fam. Cicali,
ieri pomeriggio a zonzo per Firenze, Peter ed io ci siamo imbattuti in alcuni catelli pubblicitari, recavano la pubblicità dei Gigli e, a quanto pare, anche alla Debora, quando le piglia, “Giglia”. E’ stata una bella sorpresa….
Divertitevi sposini!!!
heidiepeter