In Giappone non esistono rastrelli

Giappone!

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E in questi due giorni a Kanazawa ne abbiamo avuta la prova: i giardinieri, tutti rigorosamente col cappello di paglia conico, stanno in ginocchio a terra e raccolgono con serafica calma gli aghi di pino caduti a uno a uno, li mettono in una scodellina e poi vuotano quest’ultima in un cestone delle dimensioni di un barile.

Credevamo lo facessero solo in un giardinetto sul lungofiume -tra parentesi, un fiume bellissimo, lungo il quale abbiamo trovato anche le gru. E le ruspe, soprattutto-, ma, giunti al Kenrokuen Park, abbiamo visto che è un metodo di lavoro diffuso. Che lo facciano per la cernita o solo perchè sono statali, non ci è dato saperlo. Quartiere delle geishe (a-ha).
Vabbe’, non è che a Kanazawa abbiam visto solo i giardini; già il solo arrivarci ci ha riempiti di orgoglio e di vedute. Prima di tutto perchè siamo riusciti a prendere due Shinkansen in fila, con un cambio di soli nove minuti, ai lati opposti della stazione di Maibara, ma anche perchè, giunti a Kanazawa, ho costretto la Figlioluccia a sobbarcarsi un trasferimento a piedi con bagagli a strascico di quasi due kilometri, e lei ha telefonato al divorzista solo una volta.
La camera da letto, in confronto a quella di Tokyo, era un armadio a muro -c’eravamo abituati pessimamente-, ma, visto che l’abbiamo usata solo per dormire, ci siamo accontentati. Anche la Lan era assicurata da un modem CATV dell’81 che in portineria ci hanno consegnato su Un ninja del tempio in uno dei più riusciti travestimentirichiesta, di malavoglia e in una valigetta trasparente come in Mission Impossible. Ha funzionato, almeno, e i genitori, riunitisi per l’occasione a casa dei miei, ci hanno visti e inquisiti, con tanto di “ma mangiate? vi vediamo sciupati”.
Insomma, Kanazawa è carinina, abbiamo visto, nell’ordine: il quartiere delle geishe*, il tempio dei ninja -che in realtà poi si viene a sapere che coi ninja non c’ha nulla a che fare, il quartiere dei samurai**, i suddetti giardini e l’enorme mercato coperto nel quale siamo pure riusciti a scovare una bottega di kaiten-sushi dove, tanto per cambiare, eravamo gli unici occidentali da mesi,
Nel frattempo abbiamo incrociato il meglio e il peggio dei bottegai: una trentequalcosenne alla cassa, gentilissima, ma con un solo dente, storto, fuori dalla bocca, e nero, tant’è che a me è pure scappato un indelicatissimo “MA NOOO!” di sorpresa;La stazione di Kanazawa
un’altra tizia, a un altro piano dello stesso centro commerciale della precedente -faranno opportuna selezione assunzionale?- che aveva la voce tanto nasale e alta che non parlava di testa, ma direttamente col chackra della corona; una coppia di anziani accanto al tempio dei ninja che appena abbiamo messo piede nel negozio ci ha servito due tazze di ottimo the freddo, sulla fiducia, e, il più rimarchevole in quanto anomalissimo, uno STRONZO che, nonostante la Figlioluccia gli avesse chiesto più e più volte se nel riso che ci stava vendendo ci fosse o meno pesce, le ha risposto di no e le ha ammannito una vaschetta che abbiamo scoperto poi contenere più avannotti che chicchi di riso, e che è quindi piombata direttamente nel cestino della camera d’hotel.

Nel momento in cui vi scrivo, alle 19 del 30 settembre, quindi almeno due giorni fa per voi che leggete, siamo a Miyajima, in una camera tradizionale di un ryokan, tanto tradizionale che non c’è nemmeno l’altrimenti onnipresente LAN; è una stanza di sei tatami con un unico tavolinetto alto e relative sedie vicino alla finestra panoramica, A cena, una delle otto portategabinetto, vasca da bagno e lavandino in tre aree separate, con i futon ancora nell’armadio a muro -di cui mi sfugge il nome- e la stuoia in terra. Siamo in yukata e calzini col ditone in attesa della cena che ci verrà servita in camera, sul tavolinetto basso che abbiamo visto in mille cartoni animati; verso le dieci andremo poi a visitare i bagni termali dell’albergo.
L’isola stessa è una chicca, e ha valso completamente le quattro ore e rotti di spostamento, tra treno locale, shinkansen, metropolitana, traghetto e trascinamento valigie. Ci sono in giro, liberi come i gatti -con i quali si sono contesi pure i resti di un esperimento di assaggio-di-cibo-locale finito male-, cervi a non finire; scesi dal traghetto, accanto a quell’arco rosso immerso nell’acqua che avete visto in mille cartoline dal Giappone, vicino a quel tempio su palafitte che avete visto in mille Dal tempiodocumentari sul Giappone, c’era questo cervo che era tanto fermo che pareva impagliato. Gli abbiam fatto mille foto, prima di capire che l’isola ne è piena, che entrano nelle botteghe e che, diciamocelo, rompono pure un po’ i coglioni quando cercano di mangiarti la cartina dalle mani mentre cerchi, sotto la pioggerellina, di capire dove cavolo si trovi l’albergo. L’isola sarebbe ancora più bella se non fosse funestata di giorno dal maltempo e soprattutto, da orde di truzzini e squinziette urlanti; almeno non sono italici, ma autoctoni, e non mi vergogno per nulla, almeno qui.

Il giorno seguente, ore 20:45.
La cena di ieri è stata praticamente infinita: non so più quante portate la deliziosa (parole della Debora, che aggiunge “no, dico, è pure bellina!”) cameriera ci ha recato. Per me mille varianti di tofu, verdure e funghi, per la Figlioluccia mille varianti di pesce, verdure e funghi. Soprattutto funghi: ne avevamo in ogni sushi, in ognicontorno, in ogni frittura e pure nel bicchiere della zuppa di miso; io personalmente ho guardato con sospetto pure il contenuto della teiera.Bassa marea
Mentre, in yukata e ciantelle infradito andavamo a far foto al tempio di notte, e soprattutto a farci ridere dietro dagli autoctoni -il fatto che sia perfettamente accettabile andare in giro in quella maniera lo raccontano ai turisti, ma non se ne è visto uno, di loro. la gentilissima signorina Omoto stendeva i futon per la notte. Va da sè che abbiamo dormito come ciocchi, e che stamattina eravamo pimpanti e agguerriti. Svolti il tour al tempio e il necessario, e sottolineo necessario, shopping, ci siamo infilati in una okonomiyakeria e ci siam fatti ammannire un duo dei suddetti okonomiyaki vegetariani, anche se in tempi diversi, dato che la Figlioluccia mi ha promosso in questa occasione a porcellino d’india per gli esperimenti alimentari. Visto che io non morivo dopo i primi bocconi, ha provato pure lei, ha apprezzato, ha ordinato.
Nel pomeriggio il dramma: la stanza senza futon impedisce il pisolo post-prandiale. Abbiamo QUASI rimediato coi cuscini. La Figlioluccia si è lamentata che “così mi inarca tutta la schiena, sto scomodissima, non mi addormenterò mai”; si è messa pancia sotto e ha iniziato a russare finchè due cameriere, evidentemente la task force antipisolo, hanno bussato a venti minuti di distanza per portarci prima acqua e ghiaccio e poi the verde, entrambi non richiesti.
Rialzati, visita alla pagoda, al parco e nuove foto al torii fuori dal tempio, poi nuova cena, doppiamente vegetariana, nuovamente infinita, stavolta molto meno monotematica.
Mentre in televisione va la ricetta di uno che sembra preparare una frittata e poi serve il tutto senza cuocerlo, attendiamo la signorina per la preparazione della stanza per la notte e il successivo nostro gioco a tetris con gli acquisti da mettere in valigia. Abbiamo già preventivato di spedire lo spedibile -riviste, guide ormai non più utili, memorabilia e manga- ma lo stesso temiamo un sovrappeso all’aeroporto da far paura. Staremo a vedere…

* fasullo.
** fasullo pure quello. Avete presente San Marino? Ecco.

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2 Responses to “In Giappone non esistono rastrelli”

  1. simonetta Says:

    Entriamo nel business, fondiamo una società e glieli vendiamo noiiiiiiiiii, i rastrelli ai giapponesi
    h.

  2. Anna lafatina Says:

    Grazie… mi sembra quasi qausi di viaggiare con voi!!
    Beeelllo!! Mettete più foto però!

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