Giorgio poggiò la spalla contro il tronco dell’albero, a non più di una quindicina di metri dalla finestra illuminata. Attraverso le sbarre di ferro tipiche di quel tipo di costruzione, vedeva una dozzina di persone a cena. Sembravano pericolosi quanto la riunione di un circolo filatelico, ma non era a lui che spettava quel tipo di giudizio. Si discostò appena dal fusto e in pochi secondi estese ed allargò le zampe telescopiche di un treppiedi fotografico in alluminio. Ne affondò di qualche millimetro i piedini gommati nel terriccio perché avessero una tenuta migliore, e agganciò, al posto di una macchina fotografica, un supporto girevole ad “U” simile a quello dei telescopi panoramici. In quest’ultimo innestò, a sua volta, il fucile che aveva tenuto in spalla. Azionò un piccolo interruttore e mise in funzione il mirino del fucile. Un raggio laser infrarosso, invisibile ad occhio nudo, era entrato in funzione. Collegò un cavetto dal fucile alla maschera e lo schermo davanti all’occhio destro ripetè l’immagine in toni di verde catturata dall’ottica del mirino. Mosse lentamente il fucile, e il punto altrimenti non percepibile del puntatore laser si spostò nella stanza da un volto all’altro senza che i convitati se ne accorgessero e lasciando invece una leggera scia evanescente nel piccolo monitor. Regolò la resistenza al movimento del cavalletto per stabilizzare il laser, anche se a quella distanza le vibrazioni sarebbero state ininfluenti e spostò, finalmente, il punto in mezzo alla fronte dell’uomo che in quel momento stava parlando.
“Dalla tua espressione direi che ci ho azzeccato. No, Bruno, questa non è telepatia, non ti ho letto nel pensiero. Ho solo seguito la catena dei tuoi pensieri per una dozzina di secondi, secondo i tuoi sguardi e movimenti. Non è difficile per me e non lo sarà per te fra qualche decina d’anni, quando avrai un po’di pratica. Ognuno di noi è in grado di, diciamo così, vedere gli schemi dietro agli eventi e ai comportamenti delle persone. Molti di noi sono psicologi affermati, esercitando la professione vent’anni alla volta, programmatori, investigatori, e anche architetti, ingegneri… ovunque ci siano dinamiche nascoste, noi abbiamo un vantaggio nello scoprirle ed eventualmente correggerle. Siamo stati “progettati” apposta. Si, progettati. Siamo stati schiavi destinati alla costruzione di opere immense. Abbiamo costruito piramidi in tutto il mondo per conto di Dio millenni prima di quando ritengano gli scienziati di oggi, abbiamo alzato la Torre di Babele e scavato l’Inferno, diffuso la stampa prima e Internet oggi, istruito Leonardo da Vinci in arti che suoi tempi erano state dimenticate, assistito Tesla e Einstein. No, non erano dei nostri, non ci siamo mai potuti permettere di arrivare tanto allo scoperto e, onestamente, non eravamo più avanti di loro nei loro campi. Ci permettiamo al massimo di suggerire qualche punto di vista teorico, qualche intuizione. Ormai il mondo ci ha raggiunti, e la nostra spinta agli umani è quella di un compagno di corsa che incita e, magari, indica qualche buca da evitare per non farsi male. A Leonardo avevamo insegnato la fotografia, molta chimica e anche quel po’ di elettrostatica che avevamo appreso nei millenni di schiavitù.”
Bruno era tanto perplesso da non riuscire nemmeno a decidere se protestare per le domande che gli venivano anticipate prima che riuscisse a formularle, o per le informazioni che i monologhi del Bolli gli fornivano e che contrastavano con quello che lui aveva sempre saputo, o creduto di sapere, e le mille altre domande che queste aprivano.
“Bruno,” riprese il Bolli, “so che non è facile seguire e comprendere quel che ti dico. Il quadro è così ampio e così antico che molti particolari sono offuscati dal tempo anche per noi. Il vederlo nel suo insieme è comunque difficile, soprattutto se te l’hanno sempre descritto in maniera diversa. Sopporta i miei monologhi sui dettagli…” Sbuffò, si passò una mano sulla fronte. “Va bene, aspetta. Vado avanti con la metafora. Questo quadro è la storia dell’umanità, ma a te, come al resto del mondo, hanno sempre tenuto coperte molte parti, hanno descritto in molti casi un personaggio per un altro. Noi invece c’eravamo quando è stato dipinto, o abbiamo parlato in prima persona coi molti pittori, e sappiamo molti dei veri significati. No, non sappiamo tutto nemmeno noi, l’umanità è più antica di quanto ci sia scritto nei libri di storia. Tutta la parte presumerica è sotto un velo, ed è la parte più importante, tanto che è comunque giunta ai giorni nostri sotto forma di mito. Sono esistiti Noè, Artù e Gilgamesh, abbiamo costruito e abbandonato Teotihuacan secoli prima che i vichinghi tornassero in America. Abbiamo città seppellite sotto i ghiacci polari da millenni… o almeno così ci dicono i nostri fratelli che hanno parlato con coloro che ci hanno vissuto. Eppure, noi siamo Satana e Prometeo, siamo vampiri e Illuminati, Templari e il Priorato di Sion… Ti faccio solo un esempio. Pensa al mito di Babele e quello di Icaro. Cosa hanno in comune?”
Bruno rispose immediatamente “Il desiderio di raggiungere il cielo, la rovinosa caduta come punizione”
“Esatto. Ovviamente la Torre di Babele non era progettata per raggiungere davvero la stratosfera, e Icaro non era un giovinetto con ali di cera. Pensiamo ci fosse una specie di piattaforma di lancio o forse anche di antenna, non abbiamo certezze. Sappiamo che altri dei ne impedirono la costruzione prima che fosse completa, l’abbatterono e impedirono che “i cieli fossero raggiunti”. Sappiamo per certo che la confusione delle lingue fu in realtà la privazione di alcuni poteri telepatici che avevamo e che però ci restano in maniera molto, molto blanda, soprattutto a livello empatico. E Icaro, schiantato a terra dal potere del sole, non si rialzò più.
Si, lo so, ti ho nominato già Dio, Satana e diversi dei. Purtroppo nei miti, e nel quadro, hanno ruoli confusi. A volte l’uno è dipinto con la faccia dell’altro, gli eventi sono mescolati, ma, beh, nei secoli ci siamo fatti un’idea piuttosto precisa anche di quello a cui non abbiamo assistito.” Si passò di nuovo la mano sulla fronte, poi se ne guardò perplesso il dorso.
Prima che Bruno o chiunque altro potesse intervenire nel discorso, Bolli guardò verso la finestra, focalizzò lo sguardo nell’oscurità e le fronde circostanti l’abitazione e disse “Ho un laser infrarosso puntato in fronte da qualche minuto. Se è un mirino, non so perchè non mi hanno già sparato”
(17 – continua)