23.03 di venerd. Parto. Un ticketless e due codici, un palmare con i dati di viaggio e diverse ore di telefilm, un litro d’acqua, fazzolettini, la mia borsa geek, due libri. Un cellulare che si scaricher ben presto, nonostante alla partenza sembrasse carico.
Ad Arezzo uso i codici per stampare i biglietti che mi porteranno da Arezzo a Verona, da l a Brescia, da Brescia a Bergamo. Ho scelto l’Arezzo-Verona perch dura sei ore, e magari riesco a dormire e ad arrivare non troppo presto a Bergamo.
Appena entro nello scompartimento assegnatomi, il pianista smette di suonare, l’oste di versare whisky, le sciantose si fermano con un piede sulla prima sedia disponibile. Vengo fissato e analizzato. Me ne frego, e mi siedo abbracciato allo zaino.
Tento inutilmente di dormire. Il caldo -tengon tutto serrato- e la puzza di piedi mi cacciano.
Mi siedo sullo strapuntino nel corridoio e finisco Palahniuk. Dormicolo pure un po’, finch una folle mi sale addosso per chiudere tutti i finestrini del corridoio dicendo “Fa freddo”. Io le rispondo “Nel caso, l c’ il mio posto. Non chiuder tutto, che a malapena fresco, chiuditi nello scompartimento”. A Bologna si alza un ragazzo con la faccia da ingeNiere da uno scompartimento in cui tengono la luce accesa e porta e finestrino semiaperti. Prendo il suo posto, leggo una ventina di minuti giusto per pudore e dormo benino fino a Modena, dove sale un tizio che occupa il posto liberatosi accanto a me e quello accanto ancora, resta a piedi nudi a stropiccia la faccia contro un sedile. Io, che ho schifo a metterci il sedere e la nuca, rimango basito. Ma dormo lo stesso a sprazzi fino quasi a Verona.
Di l a Bergamo, poca storia. A Bergamo vengo depistato tre volte da una fermata del bus all’altra, visto che gli autisti stessi non sanno dove stanno andando e non sono in grado di dare informazioni certe ai turisti. Temo che l’ospedale che sto cercando sia un ospedale militare, a questo punto.
Scendo a Mozzo e inizio a inerpicarmi su per una collina, tra le ville. In una villa pi grande delle altre, seduta su una panchina, mi aspetta sorridente attraverso la recinzione Ilaria. E’ quella la sorpresa di cui mi parlava via mail: il trovarla seduta invece che a letto.
Ilaria la ragazza che ha avuto l’incidente assieme a Giacomo. Ha subto la frattura di tre vertebre, e avrebbe dovuto tornare in piedi solo a ottobre. E invece.
Quando mi abbraccia, senza una parola, come fa lei, ho dei seri problemi. Ha un busto che le va dalle anche alla nuca e poi alla fronte, dove una fascia le da un’aria alla Bjorn Borg, e i capelli tirati su la fanno sembrare un ananas. Non so dove metter le mani, e quando poi le metto una mano alla vita quasi la sbilancio. “Ma quanto sei dimagrita?” E’ alta quanto me, e pesa nemmeno quarantacinque chili. “Eh, sono pure ingrassata, prima avevo la dieta frullata”.
Agguanta il deambulatore, e contenta e ancora incredula che ci sia davvero mi porta a fare un giro del centro di riabilitazione. La palestra, la fisioterapia. Il busto le tiene in linea il torso colla testa, quindi non si volta e non si china. Le cammino un passo avanti, cos mi vede, anche.
Vedo macchine e cartelli che mi spezzano il cuore solo perch esistono: “Vedi, quella serve a chi ancora non riesce a stare in piedi da solo”, dice lei indicandomi una specie di inginocchiatoio imbottito, con contrappesi e alloggiamenti per i piedi. Non so a cosa serva, e credo che mi farebbe male saperlo.
Andando verso la sua stanza saluta mille infermieri e mille pazienti, tutti per nome. “Vedi, lui caduto dalla moto, cammina da una settimana e gi se ne va”; “Lui ha la mia et e gi infermiere”; “Lui un furbo: le braccia le muove meglio di me, ma quando c’ l’infermiera carina si lascia imboccare”.
Passiamo in una stanza dove una donna, dal letto, sembra guardare di sottecchi verso la porta. Le mani sono contratte, il volto triste, gli occhi semichiusi, la testa oscilla un po’ e le labbra sembrano recitare qualcosa come se lei stesse debolmente negando qualcosa, un dolore, un dispiacere. “Salve” faccio io. Ilaria invece entra, le prende la mano e basta, zitta, la guarda fissa. Non so, nemmeno un minuto, ma a me sembra un’eternit, quando capisco che la donna l ma non c’. Ilaria si stacca, mi fa vedere un pannello di sughero dietro le mie spalle. Ci sono attaccate le foto di una bellissima donna al mare, nell’acqua fino al ginocchio in costume intero, la stessa che partecipa a una gara in bicicletta, e la scritta “prenditi il tempo che vuoi, ti rivogliamo cos”. Ilaria mi dice solo “Sposata, una figlia di diciassette anni, una caduta in bicicletta”.
Un’altra stanza. Una donna coi pantaloncini, coi quali le calze antitrombosi sembrano costituire una specie di tut. Lei parla a fatica, le hanno tolto da poco l’intubazione da tracheotomia. Caduta in casa, tre mesi di coma, ha ricominciato a parlare da poco.
E poi Ilaria mi racconta mille cose. Della carenza di invidie e rancori. Di come tutti facciano il tifo per tutti, l dentro, dove quello che di peggio c’ il vittimismo. Di come abbia imparato a essere contenta di come sta, anche nel dolore.
Le ore passano in fretta e lentamente assieme, come se fossi ubriaco. Sono pi stanco in testa, nel cuore, che addosso. La sofferenza e i sorrisi assieme mi hanno prostrato pi del viaggio.
Strappo a Ilaria la promessa che una delle sue prime trasferte sar a Firenze, che lei dice mancarle tanto. La abbraccio -ho quasi imparato a farlo- e mentre mi allontano vedo che aspetta che sparisca senza muoversi dall’ingresso della clinica. Saluto con la mano.
Poi, beh, il McDonald col cesso pi sporco del mondo e i commessi pi gentili, il viaggio di ritorno dove, convinto di avere un’ora per un cambio, a Milano sono sceso dal treno per Bergamo e salito sul treno per Santa Maria Novella con un minuto di scarto, cazzeggiando nel frattempo per la stazione. I tre telefilm visti dal palmare sull’eurostar grazie alla mia borsa geek e alla presa sotto il tavolino del treno medesimo. Le tre quindici-sedicenni salite a Bologna, che, convinte che con le cuffie non sentissi, si sono fatte ingannare dalla mia faccia da poker e hanno raccontato cose da far arrossire un camallo. La skater in SMN che ha fatto il biglietto arrivando alla self-service e andandosene a rotelle, e ha dimostrato che si pu essere aggraziati anche da emo -non si direbbe- e con la faccia devastata da non so quante caccole di metallo.
E alle 23.57, pi sei minuti a piedi, a casa mia. Abluzioni e letto, fino a stamani a mezzogiorno. E poi di nuovo a letto nel pomeriggio, ancora stanco e devastato. Che non il viaggio, dove vai, che ti cambia, checch ne dicano poeti e registi.