Archive for the ‘Giappone!’ Category

Giappone! Ma com’è il Giappone?

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“Come l’hai trovato? In due settimane devi averne visto un bel po’”
“La gente com’è?”
“E mangiare? tutto pesce e riso, eh?”
“Ma dev’esser tutto frenetico”
“Eh, la vita lì è cara”
“Ma hanno solo città a quella maniera?”
“Dovevi essere tutto nel tuo centro, dev’essere elettronica anche i panini”
“Ma le donne? tutte uguali piccine e scure?”

ma il meglio:

“Ma tu li leggi i Manga?”
“Si”
“In italiano o in giapponese?”
“Beh, in italiano”
“No, perchè ci sono anche in giapponese, sai”

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Giappone! E’ bello tornare a casa…

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e sentire il suono di piedini che ti corrono incontro contenti, dopo essere rimasti ad aspettarti, che tu sia tornato. Il brutto è quando quella verdura devi buttarla via.

Eh… cosa ci resterà di questo viaggiodinozze in Giappone, a parte duemilasedici foto, due valige che in aeroporto eran entrambe in sovrappeso di tre kg perchè zipillate di regalini e bentosità, e un jet-lag che mi ha fatto scambiare il giorno per la notte come ai lattanti?

Tanti ricordi.
Tipo l’aria condizionata sempre a palla, ovunque. In albergo noi la spengevamo quando uscivamo, e le cameriere ai piani la riaccendevano al massimo mentre sistemavano la stanza. Un pomeriggio una l’ha settata tanto forte che non è arrivata alla porta prima di morire assiderata.
-Il fumo, proibito all’aperto ma consentito in alcuni locali, tant’è che entrando al McDonald -santo protettore, lui e la tazza occidentale, del corpo sciolto in terra straniera costellata esclusivamente di cessi alla giapponese grandi come portacenere- si veniva accolti da un muro di nebbia come alla barriera di Milano. Per strada, disegnate a terra, invece, ci sono “smoking area” di un metro quadro in cui si installano anche quattro fumatori.
L’assenza di cura ortodontiche. Ho visto cose che nemmeno vi immaginate, tipo una bimba con due chiostre di denti, come uno squalo. E non era il peggio.
-Le piogge improponibili. Siamo arrivati a Miyajima che quando sono entrato nel ryokan avevo i capelli alla Valentino e le cartine putrefatte in tasca per via di un’acquerugiola fine. All’arrivo a Kyoto, invece, veniva un’acqua che intanto il Buon Signore era al bar a bullarsene con gli amici. Per foruna, è cessata dopo una dozzina d’ore, lasciandoci liberi di visitare il castello dello Shogun (“Antichissimo, ha quasi trecentottant’anni” “Signora, la porto a Pompei?”), il Padiglione Dorato e più templi di quanto umanamente sopportabile, prontamente bilanciati da incursioni nei quartieri delle geishe e negli shopping arcades.
-I mezzi di trasporto. Puntuali al picosecondo, pulitissimi, silenziosi, coi controllori che facevano più inchini che passi. Siamo pure orgogliosi di non esserci mai persi mai, nè in metropolitana nè a piedi, e nemmeno durante l’ultimo trasferimento taxi-treno-bus-aereo. Abbiamo pure avuto l’inquietante coincidenza di due inglesi che erano nella nostra stessa carrozza -e sì che abbiamo prenotato all’ultimo momento- sia da Kanazawa ad Hiroshima che da Hiroshima a Kyoto, in giorni diversi e nonostante noi nel primo viaggio si proseguisse in locale.
-La tradizione affiancata alla modernità. Abbiam visto un’arciera vestita come in Rumic World, pantaloni ed arco lungo, in metropolitana, e all’uscita da quest’ultima, qualcosa come duecento persone di ogni età e sesso in piedi col NintendoDS, impegnati in una sfida collettiva in rete sotto il Sega Palace.

Uffa, più scrivo e più sogno di ripartire subito, ed aprire un ristorante dove , contrariamente all’uso locale, fare la carbonara senza gamberi o ricotta. O anche curare un giardino, ago di pino su ago di pino, fa lo stesso.

DEEEEEB?

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Follia, Giappone! Viaggio di nozze in Giappone, citazioni sparse

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“Da quando le giapponesi hanno le tette?” “Da quando le possono comprare”

“Di cos’è fatto quel pennello?” “Di morto”

“Adesso che hai cambiato i soldi, devi cercare per forza un modo per liberartene il più in fretta possibile?”

“Fico, lui, è vestito come la sua ragazza. Ah, no, aspetta, è un uomo pure l’altro, complimentoni”

“Dove saresti, se non avessi me?” “A Cuba! :-P ” “Buon per te, io sarei in Giamaica!”

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Giappone! “Din Don” “Chi è?” “Ninja!”

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“C’è da firmare?”
“Condanna a morte, signora”
“Uff, salga. Terzo piano, senza ascensore”

Ecco, il post precedente è stato copincollato e pubblicato a Kyoto, il giorno dopo averlo terminato. Selezioniamo le foto e scriviamo qualcosa di nuovo, e vi facciamo sapere, eh? :)

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Giappone! In Giappone non esistono rastrelli

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E in questi due giorni a Kanazawa ne abbiamo avuta la prova: i giardinieri, tutti rigorosamente col cappello di paglia conico, stanno in ginocchio a terra e raccolgono con serafica calma gli aghi di pino caduti a uno a uno, li mettono in una scodellina e poi vuotano quest’ultima in un cestone delle dimensioni di un barile.

Credevamo lo facessero solo in un giardinetto sul lungofiume -tra parentesi, un fiume bellissimo, lungo il quale abbiamo trovato anche le gru. E le ruspe, soprattutto-, ma, giunti al Kenrokuen Park, abbiamo visto che è un metodo di lavoro diffuso. Che lo facciano per la cernita o solo perchè sono statali, non ci è dato saperlo. Quartiere delle geishe (a-ha).
Vabbe’, non è che a Kanazawa abbiam visto solo i giardini; già il solo arrivarci ci ha riempiti di orgoglio e di vedute. Prima di tutto perchè siamo riusciti a prendere due Shinkansen in fila, con un cambio di soli nove minuti, ai lati opposti della stazione di Maibara, ma anche perchè, giunti a Kanazawa, ho costretto la Figlioluccia a sobbarcarsi un trasferimento a piedi con bagagli a strascico di quasi due kilometri, e lei ha telefonato al divorzista solo una volta.
La camera da letto, in confronto a quella di Tokyo, era un armadio a muro -c’eravamo abituati pessimamente-, ma, visto che l’abbiamo usata solo per dormire, ci siamo accontentati. Anche la Lan era assicurata da un modem CATV dell’81 che in portineria ci hanno consegnato su Un ninja del tempio in uno dei più riusciti travestimentirichiesta, di malavoglia e in una valigetta trasparente come in Mission Impossible. Ha funzionato, almeno, e i genitori, riunitisi per l’occasione a casa dei miei, ci hanno visti e inquisiti, con tanto di “ma mangiate? vi vediamo sciupati”.
Insomma, Kanazawa è carinina, abbiamo visto, nell’ordine: il quartiere delle geishe*, il tempio dei ninja -che in realtà poi si viene a sapere che coi ninja non c’ha nulla a che fare, il quartiere dei samurai**, i suddetti giardini e l’enorme mercato coperto nel quale siamo pure riusciti a scovare una bottega di kaiten-sushi dove, tanto per cambiare, eravamo gli unici occidentali da mesi,
Nel frattempo abbiamo incrociato il meglio e il peggio dei bottegai: una trentequalcosenne alla cassa, gentilissima, ma con un solo dente, storto, fuori dalla bocca, e nero, tant’è che a me è pure scappato un indelicatissimo “MA NOOO!” di sorpresa;La stazione di Kanazawa
un’altra tizia, a un altro piano dello stesso centro commerciale della precedente -faranno opportuna selezione assunzionale?- che aveva la voce tanto nasale e alta che non parlava di testa, ma direttamente col chackra della corona; una coppia di anziani accanto al tempio dei ninja che appena abbiamo messo piede nel negozio ci ha servito due tazze di ottimo the freddo, sulla fiducia, e, il più rimarchevole in quanto anomalissimo, uno STRONZO che, nonostante la Figlioluccia gli avesse chiesto più e più volte se nel riso che ci stava vendendo ci fosse o meno pesce, le ha risposto di no e le ha ammannito una vaschetta che abbiamo scoperto poi contenere più avannotti che chicchi di riso, e che è quindi piombata direttamente nel cestino della camera d’hotel.

Nel momento in cui vi scrivo, alle 19 del 30 settembre, quindi almeno due giorni fa per voi che leggete, siamo a Miyajima, in una camera tradizionale di un ryokan, tanto tradizionale che non c’è nemmeno l’altrimenti onnipresente LAN; è una stanza di sei tatami con un unico tavolinetto alto e relative sedie vicino alla finestra panoramica, A cena, una delle otto portategabinetto, vasca da bagno e lavandino in tre aree separate, con i futon ancora nell’armadio a muro -di cui mi sfugge il nome- e la stuoia in terra. Siamo in yukata e calzini col ditone in attesa della cena che ci verrà servita in camera, sul tavolinetto basso che abbiamo visto in mille cartoni animati; verso le dieci andremo poi a visitare i bagni termali dell’albergo.
L’isola stessa è una chicca, e ha valso completamente le quattro ore e rotti di spostamento, tra treno locale, shinkansen, metropolitana, traghetto e trascinamento valigie. Ci sono in giro, liberi come i gatti -con i quali si sono contesi pure i resti di un esperimento di assaggio-di-cibo-locale finito male-, cervi a non finire; scesi dal traghetto, accanto a quell’arco rosso immerso nell’acqua che avete visto in mille cartoline dal Giappone, vicino a quel tempio su palafitte che avete visto in mille Dal tempiodocumentari sul Giappone, c’era questo cervo che era tanto fermo che pareva impagliato. Gli abbiam fatto mille foto, prima di capire che l’isola ne è piena, che entrano nelle botteghe e che, diciamocelo, rompono pure un po’ i coglioni quando cercano di mangiarti la cartina dalle mani mentre cerchi, sotto la pioggerellina, di capire dove cavolo si trovi l’albergo. L’isola sarebbe ancora più bella se non fosse funestata di giorno dal maltempo e soprattutto, da orde di truzzini e squinziette urlanti; almeno non sono italici, ma autoctoni, e non mi vergogno per nulla, almeno qui.

Il giorno seguente, ore 20:45.
La cena di ieri è stata praticamente infinita: non so più quante portate la deliziosa (parole della Debora, che aggiunge “no, dico, è pure bellina!”) cameriera ci ha recato. Per me mille varianti di tofu, verdure e funghi, per la Figlioluccia mille varianti di pesce, verdure e funghi. Soprattutto funghi: ne avevamo in ogni sushi, in ognicontorno, in ogni frittura e pure nel bicchiere della zuppa di miso; io personalmente ho guardato con sospetto pure il contenuto della teiera.Bassa marea
Mentre, in yukata e ciantelle infradito andavamo a far foto al tempio di notte, e soprattutto a farci ridere dietro dagli autoctoni -il fatto che sia perfettamente accettabile andare in giro in quella maniera lo raccontano ai turisti, ma non se ne è visto uno, di loro. la gentilissima signorina Omoto stendeva i futon per la notte. Va da sè che abbiamo dormito come ciocchi, e che stamattina eravamo pimpanti e agguerriti. Svolti il tour al tempio e il necessario, e sottolineo necessario, shopping, ci siamo infilati in una okonomiyakeria e ci siam fatti ammannire un duo dei suddetti okonomiyaki vegetariani, anche se in tempi diversi, dato che la Figlioluccia mi ha promosso in questa occasione a porcellino d’india per gli esperimenti alimentari. Visto che io non morivo dopo i primi bocconi, ha provato pure lei, ha apprezzato, ha ordinato.
Nel pomeriggio il dramma: la stanza senza futon impedisce il pisolo post-prandiale. Abbiamo QUASI rimediato coi cuscini. La Figlioluccia si è lamentata che “così mi inarca tutta la schiena, sto scomodissima, non mi addormenterò mai”; si è messa pancia sotto e ha iniziato a russare finchè due cameriere, evidentemente la task force antipisolo, hanno bussato a venti minuti di distanza per portarci prima acqua e ghiaccio e poi the verde, entrambi non richiesti.
Rialzati, visita alla pagoda, al parco e nuove foto al torii fuori dal tempio, poi nuova cena, doppiamente vegetariana, nuovamente infinita, stavolta molto meno monotematica.
Mentre in televisione va la ricetta di uno che sembra preparare una frittata e poi serve il tutto senza cuocerlo, attendiamo la signorina per la preparazione della stanza per la notte e il successivo nostro gioco a tetris con gli acquisti da mettere in valigia. Abbiamo già preventivato di spedire lo spedibile -riviste, guide ormai non più utili, memorabilia e manga- ma lo stesso temiamo un sovrappeso all’aeroporto da far paura. Staremo a vedere…

* fasullo.
** fasullo pure quello. Avete presente San Marino? Ecco.

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Giappone! I Giapponesi non sanno indicare

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Birreria Asahi, 45° piano Keio HotelO ti disegnano una mappa dettagliatissima con cenni geopolitici per giungere a un posto di là dalla strada, o tendono il braccio e lo muovono in ampi cerchi nella vaga direzione in cui devi andare dicendoti “the white building”, e di palazzi bianchi ce ne è solo uno, in vista.

8:45 del 28/9 Al momento in cui scrivo siamo sullo Shinkansen, diretti a Kanazawa. I due coglioni accanto a noi hanno chiuso le tende dei finestrini, e quindi è un volo cieco. Spero che muoiano tra atroci tormenti e non possano più leggere un manga in vita loro. In più, a quello dalla mia parte ho precluso qualsiasi evasione calando il tavolino e infilandomi le cuffie. Niente svuotamento vescica finchè non scendo, e muori, maledetto.
Sushi!Dove eravamo rimasti? Avevo detto della serata nella birreria Asahi del quarantacinquesimo piano con vista panoramica? NO? Adesso lo sapete, e scommetto che ci invidiate. Anche perchè l’ascensore i quarantacinque piani li faceva in quindici secondi scarsi.
La prima visita ad Akihabara si era fregiata della visita a un ristorante di sushi, di quelli dove i cuochi e i camerieri urlano il buongiorno, le comande, i commenti e anche i pensieri sconci sulle clienti carine. Abbiamo mangiato in due con l’equivalente di sei euro bevande escluse. Vabbè che una birra costa quattro euro, ma è comunque un prezzo da signori, col pesce sfilettato davanti a te, una vasca da sfilettare che Uenonuota allegramente dietro il capocuoco. Tranquilli, son sempre vegetariano, è la Figlioluccia che mi ha rassicurato sull’eccelsa qualità del prodotto ittico, tant’è che abbiam pranzato o cenato da ’sti tizi -Shinzanmai, vicino al passaggio East-West alla stazione di Akihabara, sotto il Sega- altre tre volte, anche dovendo attraversare la città.
Il giorno dopo -si parla del 24-, dopo una nuova, più tranquilla visita al tempio di Asakusa, abbiam pranzato al mercato di Ueno. Residuo del mercato nero della guerra mondiale, si affolla sotto la ferrovia; zeppo di gente e merce, sembra di stare in Blade Runner. Io ho recuperato tre quarti di ananas infilati su uno stecchino da un tizio simpatico come uno sfregio a un bambino, la Deb ha provato un nuovo sushi; abbiam provato l’ebbrezza del the fatto al tavolo prendendo l’acqua bollente da un rubinetto posto direttamente tra un coperto e l’altro.Ultraman, Toei Museum
Di lì, la visita a Shibuya, della quale abbiamo approfittato per infilarci da Tokiu Hands e riempire una valigia di bento e accessori. Si, siamo dei pazzi, e allora? Vedeste che carini gli oshibori verdini per la Figlioluccia, il mio nuovo porta-onigiri e il suo bento termico!
Palazzo HermesIl 25 abbiamo visitato per quasi sei minuti Omotesando, troppo chic e fricchettoso per noi cresciuti a Mazinga e Video Girl Ai. Tappa obbligata il palazzo Hermes, interamente rivestito in vetrocemento da un cliente della Figlioluccia, mirabilmente decorato da sculture semoventi, incredibilmente bello e snob. Se il palazzo avesse avuto un naso, sotto ci sarebbe stata una puzza.
Siamo arrivati a Roppongi, abbiam fatto il solito giro “à la cassò” culminato nella visita al giardino di Roppongi Hills e alla statua del gigantesco ragno ooforo che lo domina.
Mamma ragnoDa lì, a Shibuya, per terminare il tour del giorno prima; la Deb è riuscita a mangiare un’ottima -dice lei- steak neozelandese cotta alla giapponese -dicono loro-, io una perfetta insalata mista e tanto, tanto riso, condito soprattutto da zaffate di aria condizionata diaccia sullo stomaco, unica assicurazione all’evacuazione quotidiana per i tokyoiti. E’ occorsa -si, mi serviva proprio- poi una nuova visita ad Akihabara, ai negozi di modellini e fumetti e elettronica, e soprattutto a Shinzanmai. Rinfrancati e rifocillati, siamo tornati in albergo passando però da una parte dello Shinjuku che non avevamo ancora esplorato: quella viva.
YoyogiE che infatti abbiamo visitato tutto il giorno successivo, pranzando in un ristosushi con buttadentro che nemmeno a Pigalle, con tanto di menu italiano, caciaroni Alitalia all’interno, prezzo infimo e qualità ottima, tantè che quando la sera, ripassando lì davanti, la buttadentro ci ha rincorsi con il menu NON abbiamo finto di non vederla e siamo entrati; stavolta, come sempre invece da Shinzanmai, eravamo i soli occidentali, e i clienti non urlavano, il che ha aggiunto ulteriore lustro al cibo. Tra un pasto e l’altro, una rapida -mica tanto- visita al Wired Cafè della Shinjuku HarajukuStation, nel centro Lumine, ci ha assicurato l’aggiornamento wi-fi dei tassi di cambio sugli I-pod e degli stati di Facebook mentre ci pascevamo di lassi, torte e gelati.Matrimonio al tempio
Ieri la meta della giornata erano i cosplayer di Harajuku, ma in mattinata abbiamo esplorato lo Yoyogi Park e il suo tempio. Non so se è tutti i giorni così, ma essendo domenica mattina abbiamo incrociato un matrimonio dietro l’altro, con sposi e invitati bellissimi nell’abito tradizionale.wannabegnocche
Ad Harajuku ’sti cosplayer non erano poi granchè. Tre wannabegnocca vestite di garza, un tizio in confronto al quale sono atletico pure io inguainato nella tuta giallonera di Kill Bill, e non so quanti “magari fossi un demone” dalle parrucche sponsorizzate dall’Anas.fossi figo...
Dopo la prenotazione dello shinkansen alla stazione di Shinjuku, abbiam fatto nuovamente rotta su Akihabara, dove in dieci minuti avevamo ritrovato -nel maelstrom che è quel quartiere- la macchina distributrice dei pupazzini dei quali si era innamorata mia madre durante una videochiamata Skype, e, ovviamente, Shinzanmai. Abbiamo brindato il nostro arrivederci a Tokyo con un ottimo sake caldo per me e un Suntory per la Figlioluccia, e siamo volati a far le valigie, che stamattina ho cominciato ad imparanoiare la malcapitata mogliettina mia ad un’ora improponibile con “e tu che ne sai quanto ci mettiamo a trovare la metro/la stazione/il binario?”. Siamo arrivati con un anticipo non modestissimo, che sconterò nei secoli a venire.
Soprattutto, e nonostante tutto, io ho pure la sensazione di non aver fatto qualcosa di fondamentale e vitale a Tokyo, come quando uscendo di casa torni a vedere se hai chiuso la porta o il gas. Se stanotte Tokyo salta in aria quando qualcuno tornando a casa accende la luce, sapete che è colpa mia.

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Giappone! I Giapponesi sono una razza superiore di pazzi completi

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E il bagnoschiuma dell’hotel -e conseguentemente il sottoscritto- ha lo stesso odore di quei giocattoli di gomma/plastica (i braccioli, le ciambelle, i cuscini da spiaggia) che usavamo da piccoli, quindi ogni volta che faccio la doccia è Marina di Cecina, anno 1979.
Bene, dati questi due fatti di basilare importanza per capire come me la sto vivendo qua, andiamo a riassumere i giorni passati.

Siamo partiti il 21 mattina, con sul gobbo meno di quattro ore di sonno. Giustamente, il Gazzeri, con lo stesso aereo nostro, ha dormito due ore di più, visto che non è apprensivo come me e soprattutto conosce meglio di me i tempi di imbarco. Io invece ho costretto la Figlioluccia (MIA MOGLIE!) ad una levata antelucana.
Sotto l'hotelNo, non siamo andati in viaggio di nozze in tre: è che Antonio, viaggiatore per professione, aveva per combinazione lo stesso nostro volo fino a Zurigo. Lui in business, la Deb a tre file di distanza, io dieci indietro, alla faccia della precisione della Swissair; la compagnia si è però fatta perdonare quando, venutici a chiedere se eravamo volontari per un pernotto a Zurigo per alleggerire un volo pesantemente overbooked, alla vista delle foto del matrimonio santamente masterizzateci e trasferiteci dal prode Antonio, ha cambiato i nostri posti (e quelli di sei ignari giappini a cascata) per il volo a Tokyo.
Siamo così finiti nei primi posti dopo la business, primi a esser serviti, con televisore nel bracciolo, più spazio per le gambe, accanto a una vecchietta scatarrante sotto la mascherina sterile -sui piedi della quale vecchietta poi ho bolsamente versato un litro di caffè rovente-, ma soprattutto ACCANTO.

Tokyo Tower. Dall'alto.Siamo giunti a Tokyo-Narita con sulla schiena un jet-lag che chiedeva informazioni ai passanti per conto suo. Un’ora e mezzo di autobus -e qui apro un inciso: ci hanno chiesto “com’è uscire dall’aeroporto e trovarsi a Tokyo”. Sono sessantasei kilometri, da Narita a Tokyo; è come chiedere a uno che sbarca a Livorno com’è stato trovarsi vicino agli Uffizi- e via, al Keio Plaza Hotel.
Ovviamente, il check-in non si poteva fare subito; abbiamo approfittato delle TRE ore da aspettare per un giro di Shinjuku. Vi dico subito che evidentemente ci siamo persi, visto che le bellezze di Shinjuku le abbiamo trovate solo oggi, a cinque giorni di distanza.

Palazzo dell'ImperatoreIn camera, abbiamo smontato le valigie, montato il portatile, chiamato i Cicali vecchi via Skype per un saluto -dopo aver insegnato loro come usare Skype, posso insegnare al granito a nuotare- e siamo crollati.

AsakusaIl 22 c’è stata la visita guidata: con una guida dal nome di un manga soft-porno e una mandria di indiani più caciaroni dell’italiano medio, abbiam visitato la Torre di Tokyo, la piazza del palazzo dell’Imperatore, il tempio di Asakusa e una marchetta a un rivenditore di perle.
AkihabaraAppena finito il tour, siamo tornati per conto nostro ad Akihabara, per la quale eravamo transitati durante uno degli spostamenti, e nella quale ho già avviato le pratiche per richiedere la residenza. Non vi dico nulla, a parte tre parole: tecnologia, pachinko, cosplay.
A proposito di Pachinko:

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Registrato di straforo, fingendo di scrivere un sms mentre mi si inchinavano davanti sei persone e mi indicavano una macchina e una poltroncina l’una. E intorno miliardi di palline d’acciaio che ruzzolavano. Roba da diventar grulli.
Abbiam cenato con l’equivalente di dodici euro in due, compresi sette euro di birre, e il resto
SUSHI!

Il giorno dopo… beh, lo recupero con calma :)

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