Visto che di quel che scrivo andate a ravanare le virgole -e ve ne sono grato- e mi viene richiesto spiegazione di un aneddoto, vado tosto a narrarlo.
Credo fosse il 1991, di già. So che era quasi estate, esisteva ancora Lo Scorpione, locale poi soppiantato dal Transilvania e poi abbandonato, e che era il mio ultimo o penultimo anno delle superiori. Forse l’anno preciso -potrebbe essere stato il 1990- andrebbe richiesto a Rick, che ai tempi stava da una settimana precisa colla Fia, che adesso ha sposato e che gli ha dato una prole adorabile.
Eravamo in cinque. Io, Leonardo -che ai tempi era soprannominato Ragno, Rick, Sampei e Fuffi. Non fate domande sui soprannomi di questi ultimi due. Vi basti sapere che uno pescava in maniera maniacale e l’altro aveva una folta e vaporosa capigliatura. L’ho rivisto qualche mese fa, in auto accanto a me, e ho pensato solo che c’è chi è invecchiato peggio di me.
Insomma, s’andava allo Scorpione succitato, per una birra tutti assieme. S’aveva, come è giusto a quell’età, ormoni come can da caccia, l’esperienza di un pulcino e i sogni di Bukowski.
Gli ultimi tre nominati erano qualche passo avanti, discutendo animatamente di ORCAD, mi pare, che ai tempi girava su 486 e sedici floppy e che per elaborare un tracciato ci metteva una notte; io e il Ragno invece, non so bene di che si chiacchierasse. So che s’era indietro e che io a un certo punto, incrociando una cavallona alta dieci centimetri più di me, lunghicrinita e bellassai, accompagnata da una controparte mora, salutai col mio solito “Cciaaooo” sognante ed ebete, che sottintende “sei la donna più bella che abbia mai visto!!!”*; sarò sincero, non era il primo saluto, quella sera, e avevo beccato solo occhiatacce e magari sbuffi di sdegno -non ero bello come sono ora**-, più spesso ero stato ignorato. Quindi, il mio cervellino realizzò una decina di passi per riconoscere il “Ciao” con marcato accento anglosassone che la tipa aveva restituito. S’era sotto la loggia del Porcellino, e io feci “Oh tutti, non m’ha mandato a quel paese, fermi, devo farmici mandare”. I tre più avanti non mi sentirono, il Ragno decise di assecondare i miei istinti masochistici.
Tornammo indietro, convinti comunque d’aver perso le due ragazze nella folla, e le ribeccammo ferme all’incrocio, sperse come due cuccioline dagli occhioni languidi***. Io esordisco con un “Hi!”. La fo breve, non riporto tutti i discorsi. Si sappia solo che dopo aver trovato per loro un tabaccaio, le invitammo a ber con noi. Apprendemmo che le figliolucce erano attese da delle amiche in un locale. Quale? Lo Scorpione, ovviamente. Eravamo fortunati. Le riaccompagnammo per la strada più breve al locale ed entrammo. Lì dentro, sotto il videoproiettore sul quale un Lupo Mannaro Americano a Londra si stava dolorosamente trasformando, le aspettavano altre tre amiche, una più carina dell’altra. “Cinque noi, cinque voi, v’ha mandato Iddio”, proruppi, fortunatamente in italiano.
Ci sedemmo vicino a loro, sulla stessa lunga panca in muratura, visto che ancora Rick e la cricca non erano arrivati. Apprendemmo pure che nessuna di loro parlava o capiva una parola d’Italiano, che erano inglesi e che erano in gita per l’Europa con la scuola. “Nessuna di voi capisce nulla d’italiano? davvero?” si assicurò il Ragno. “No”, fu l’unanime risposta.
Pertanto, quando i tre amici, che si erano accorti tardi della nostra assenza e ci erano venuti a cercare -ai tempi la cosa più diffusa e più vicina a un cellulare era un CB, detto anche baracchino, e grazie a Dio nessuno di noi ne aveva uno dietro- fecero la loro entrata nel locale che era la comune meta, il Ragno ebbe buon gioco a salire in piedi sulla panca piegato in avanti, fare larghi gesti d’invito con entrambe le braccia e urlare sorridente:
“RICCA, VIENI, C’E’ FICA PER TUTTI!!!”
Insomma, ci sedemmo alternati uno-una e cominciammo a chiacchierare -quasi tutti, il Rick era studente di francese, ah-ah!- fitto fitto con una mimma a testa. La “mia” era piccina e tenera, si chiamava Natalie, ed era appassionata di cinema e fotografia, quindi c’impastammo su Landis, Tom Savini, gli effetti speciali e tutta una selva di stronzate qualunque.
Alla fine, dovemmo accompagnarle sotto l’albergo. Fu lungo la strada che ci dissero “Venite a trovarci in camera, verso le due, quando gli insegnanti dormono?****”. “Certo!” risposi io, sbaciucchiando a stampo per la buonanotte Natalie.
Le guardammo entrare nell’hotel. Il Ragno, che aveva rimediato una slinguata da una che a quanto aveva capito era pregiudicata, soggiunse, romantico, “Gente, stasera si tromba la straniera”. Una ciacciata di poppe da parte di Sampei pareva suffragare detta ipotesi: l’inglesi sapevan quel che volevano. E chi eravamo noi, per negarglielo?
Rick, onesto e signorile: “Ragazzi, io sto con la Fia da una settimana, passo la mano”. Uno si basisce, ma rispetta e accresce la stima nel personaggio. Un po’ meno quando Fuffi aggiunge “Eh, io torno tardi da una settimana, non vorrei me’pa’ s’arrabbiasse”. “Se io son to’pa’ e so che non hai trombato una bionda d’un’eottanta per tornare a casa presto, non solo m’arrabbio, ma ti fo dormire in terrazza” risposi io.
La fo breve: non ci fu modo di convincere i tre a rimanere. Io e il Ragno, rimasti soli, ci guardammo basiti e scuotendo la testa, convenimmo che si poteva rischiare di tenere alto il buon nome del pene italiano. Convenimmo anche che “Come la danno a noi, l’hanno data in tutt’Europa. Sarà bene premunissi”.
Mezz’ora dopo -eh, se n’avanzava, di tempo!- s’era allo sportello notturno della Farmacia della Stazione, di fronte a un microfono e an pertugio blindato. “Si vorrebbe dei profilattici”, fo io, quando il commesso decide di rispondere al campanello. “pacco da venti, sessantamilalire*****” fa lui. Io fo il signore, cerco di portarlo a più miti consigli: “E per meno, cosa si può prendere?”. “L’aiddiesse” risponde lui, troncando la trattativa sul nascere.
Insomma, con dieci sanguinosamente cari preservativi a testa nella tasca, io e il Ragno si tornò sotto l’hotel delle inglesine.
Non finimmo di arrivare che il portiere ci chiuse la porta in faccia, a chiave, soggiungendo pure “eh, c’è gentaccia, in giro”.
Attendemmo, boh, almeno un’ora******, poi le mimme scesero*******. Le vedemmo di là da un vetro antiproiettile, a dieci metri nella hall, che ci guardavano fisso. Poi una puntò il dito su di noi, ne alzò due. Fece un giro in aria con uno, ne alzò cinque, mise la mano di taglio parallela al petto, la mosse verso l’alto ruotandola al polso, i gesti che la NATO ha iscritto nelle regole di ingaggio come “voi siete due, noi siam cinque, levatevi pure dalle scatole”.
Io feci lo splendido, sorrisi sboronissimo e smanacciai soddisfatto come a dire “eeeh, ma si basta, metteteci alla prova”. Le mimme furono irremovibili, pertanto io e il Ragno tornammo a casa più leggeri di trentamilalire a chiorba*****, e più pesanti di una mancata zifonatina anglofona.
Va da sè che due su tre dei declinanti sono stati oggetto, il giorno dopo, a scuola, di pesanti invettive e insinuazioni sulla loro mascolinità da parte mia e di tutti coloro che sono riuscito a informare.
E di quei dieci profilattici, credo ancora d’averne ancora uno o due da qualche parte, a futuro memento. Non so bene di cosa, ma faceva fico dire “memento”, no?
* ed è vero, sempre, almeno in quel momento.
** lo so, lo so, non commentate, era una battuta.
*** un accidente. eran due faine, sveglie, fredde e determinate. v’ho fregati. noi però siamo rimasti peggio.
**** ci sono diverse interpretazioni per questa domanda. Qualcuno vuole che fosse una modifica alla famosa Burla della Franchina, i più, visti gli eventi, ammettono la possibilità, anche se remota, che le mimme volessero essere intrattenute a base di Italiancheenchee.
***** si, un prezzo del genere.
****** tempo minimo per una Franchina come si deve.
******* la Franchina esclude però il presentarsi.
Share on Facebook