Archive for the ‘Mi rammento’ Category

Feelings, Mi rammento, Sapevatelo! Tests

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Ho sentito in un Moebius -trasmissione di Radio24- di un esperimento sulla solitudine riportato in un saggio di tal Cacioppo.

Han preso diverse persone e han detto loro “Dobbiam fare un esperimento, e vi dovete dividere in squadre. Però le squadre non le facciamo noi, le farete voi sulla base delle simpatie. Frequentatevi, conoscetevi, che poi vi chiederemo.”
Dopo qualche tempo hanno convocato un soggetto alla volta e gli han fatto compilare un modulo nel quale doveva indicare chi gli era rimasto simpatico e con chi voleva dunque andare in squadra.

Alla convocazione successiva, sempre individuale, alla metà dei soggetti veniva detto “Beh, non sei simpatico a nessuno, nessuno ti ha segnalato, ma vabbè, fallo da solo, questo esperimento” e veniva posto davanti un vassoio con diversi biscotti al cioccolato con la richiesta di esprimere un giudizio sulla bontà di quest’ultimi.
All’altra metà dei soggetti veniva detto “Cavolo, sei simpatico a tutti, ma non possiamo fare squadre troppo grandi… ti chiediamo quindi di fare l’esperimento da solo” e veniva quindi posto lo stesso vassoio e la stessa richiesta.

Risultato?
A quelli convinti di essere antipatici occorrevano una media di nove biscotti al cioccolato, per decidere se eran buoni o no. A quelli convinti di esser simpatici non ne son serviti più di quattro.
Se ne è dedotto che la sensazione della solitudine insorge immediatamente, e che la gratificazione del mangiare di più, e soprattutto dolci, è un meccanismo conseguente.

E’ un cane che si morde la coda: ti senti inadeguato, mangi, ingrassi, ti incattivisci, ti senti ancora più inadeguato, mangi ancor di più…

Adesso sapete, come l’ho saputo io, come mai dall’adolescenza in poi sono stato sovrappeso, essendo partito dall’essere un bimbo magrissimo.

E vaffanculo pure a tutti i canoni estetici da anoressici di questo mondo.

Feelings, Mi rammento Troppo tardi

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Tre decenni fa, il Cicali era piccino. Ai tempi pure sottopeso, ma, si sa, le cose belle non durano.
I miei avevano una gastronomia che riforniva supermercati, mense e alimentari di cose tipo “insalata in bellavista”, “tronchetto di pathe”, “pollo in galantina”, “latte alla portoghese, “aspik in gelatina”, “uova a funghetto”, cose così, sul genere insalata russa sulla quale mio padre passava mezz’ore decorando con saccapoche ripiene di maionese e losanghe, tondini, anelli, cazzabubboli di peperone e verdura.
Tra i clienti che venivano a ritirare personalmente c’era Rolando, un omone -per me lo era, avevo cinqu’anni- taciturno ed educato, che per la sua correttezza e, diciamocelo, bontà sconfinante nell’ingenuità, si guadagnò simpatie ed affetto da tutti i lavoranti. C’ero anche io, spesso, in quel laboratorio, assieme al mi’fratello, e ricordo questo pover’uomo che mentre aspettava il completamento di un ordine ci portava in edicola o, spesso, veniva direttamente con un Topolino o un pacchetto di figurine. Ci voleva un bene dell’anima, suppongo anche perchè, single, figli suoi non ne aveva avuti. Ricordo la sua manona sulla spalla e un sorriso paterno.

Quando il laboratorio chiuse, ovviamente i contatti cessarono. Beh, diciamo che fu per educazione. Mia madre telefonò una volta, e Rolando le ricordò che lui le doveva ancora saldare gli ultimi ordini. Lei, per non sembrare in vena di solleciti, non richiamò più.

Troppi anni fa.

Un mesetto fa ho richiesto informazioni ai miei, per poter invitare al mio matrimonio questo vicenonno, visto che i nonni miei ormai non ci sono più.
“Gli farebbe piacere, pover’uomo, vi voleva tanto bene”
Cerco sul 1254.
“Abitava con la sorella, non è a nome suo, il telefono”
Niente.

Chiedo una ricerca anagrafica all’attrezzatissimo Mike.
“Ce ne sono due. Uno ha quarant’anni, l’altro purtroppo…”
Purtroppo, anni fa, pochi mesi dopo l’ultima telefonata di mia madre.

Maledetta pigrizia del “lo chiamo presto” che prima o poi prende tutti.
E’ sempre troppo tardi, se non è “adesso”.

Perchè sono solo le lezioni spiacevoli che ci vengono ripetute così spesso?

Accadde che..., Ce l'ho con..., Mi rammento Quando il gioco si fa duro…

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Una decina d’anni fa il sottoscritto si avventurava, armato -è il caso di dirlo- di un’armatura a scaglie in PVC da 3mm piegata a caldo e di due esperimenti di spada in lattice con anima in acetalica, visto che la vetroresina era di là da venire, verso Spondon, in Inghilterra.
Lì si teneva il Gathering, L’evento -notate la maiuscola- di Gioco di Ruolo dal Vivo più importante d’Europa e, credo, del mondo.
Un’esperienza, sia per il gioco che per il viaggio, unica, della quale ci troviamo a parlare ogni volta che ci troviamo intorno a una birra -o quasi- coi compagni d’avventura: la Mary, Rick, Lore, il mi’fratello. Come non citare gli attacchi puntuali all’ora di cena, “‘what’s your name?’ ‘NAME’ ‘where are you from?’ ‘NO’ ‘oh, thank you’”, i gendarmi francesi che spadacciavano per strada, i caffè allucinogeni?
La voglia di continuare a giocare ci fece aderire a una delle nascenti associazioni di Gioco di Ruolo dal Vivo ITALIAne, che però non citerò. Si dice il peccato e non il peccatore.
Molti di voi nemmeno sanno cos’è, il GRV, quindi spiegherollo, anche se dopo questo antefatto. Il Gioco di Ruolo consiste nell’interpretare un personaggio -nell’ambientazione fantasy qualcosa tipo mago, guerriero, ladro- e farlo reagire agli eventi proposti da un narratore in maniera coerente al suo ruolo, recitandone la personalità. Nel Gioco di Ruolo dal Vivo le azioni del personaggio non sono solo descritte, ma anche messe in pratica: ci si abbiglia e arma -armi inoffensive, per carità-, si recita, si agisce. Ma torniamo a noi.
Per qualche anno abbiam girato l’Italia, portando lo scompiglio in paeselli -ah!, Barga, cara a Chtulhu in quanto non euclidea come R’lyeh: in ogni punto sei contornato da salite, in qualsiasi direzione tu ti muova, sempre. soprattutto se hai venti chili di armatura addosso- e in brulli prati ai confini del mondo -Cottanello- seguendo le nostre mire politiche e urlando in battaglia il nome del dio che avevamo creato, per una serie di eventi qui troppo lunga a ricostruire, in Inghilterra: NAME, il dio dell’indipendenza.
Per un po’ sono state quasi rose e fiori. Nonostante una gestione, diciamo così, arrangiata, si giocava e ci si divertiva.
Poi, beh, nuova gestione, nuove regole.
Prima di tutto il gioco via IRC prima e via messaggistica poi. Tra una sessione e l’altra, se il tuo capogruppo non aveva un cazzo da fare e viveva online, stringeva e scioglieva alleanze, provocava offese mortali, cambiava il culto E TU NON NE SAPEVI NIENTE FINO ALLA SESSIONE SUCCESSIVA.
La disorganizzazione e il disinteresse ai giocatori non VIP. Io, da fabbro -PRIMO FABBRO PG dell’ambientazione, mica cacca- mi son trovato, dopo mesi (24) di “le facciamo o no queste regole per i fabbri? serve aiuto?”, un bellissimo tomo di regole per le Baronie. Come se ci fossero in giro più Baroni che fabbri. Mi son trovato inutile. E vabbè. Insieme vien fuori la storia che BISOGNA fare anche il PNG, servizio di “comparsa”. Prima potevi pagare e giocare tutto l’evento col tuo personaggio, oppure non pagare e giocare un nemico, un personaggio di contorno, deciso dal narratore.
No. Bisogna pagar tutti, e allora che si fa? Paghi, e all’evento fai ANCHE il PNG per un po’ del tuo tempo. Poco male, eh, se non per chi, diversamente impegnato durante parte della sessione di gioco con eventi di vita vera -che so, lavoro, studio, famiglia, quelle cazzate là-, avrebbe preferito giocare il proprio personaggio per tutto il tempo disponibile o per quelli che, scarsi di pecunia, venivano a giocare per l’amor del gioco.
Poi la gestione autarchica. Un consiglio che non tollera recriminazioni (“Simone, torni a giocare, prima o poi?” “Già. una sessione, dico qualcosa che non va bene al presidente, sei mesi di sospensione, una sessione, altri sei mesi…”) nemmeno dai giocatori più anziani ed esperti, accusati anche di far fronda perchè, a parte, cercavano un metodo per far funzionar meglio le cose.
I favoritismi. I bonus estetici d’armatura che si sono visti solo applicati ad armature prodotte da un negoziante affiliato.
Le astuzie*. L’affitto della sede legale pagato coi proventi degli eventi mi va pure bene, ma scindiamo la sede legale da una civile abitazione, ok?, che a me non va di contribuire a pagarti l’affitto di casa. E neppure uno stipendio a due-tre membri scelti, anche se con lo sgamotto “premio per l’evento sportivo” -già, che siamo diventati associazione sportiva, solo Name sa perchè, visto che le gare evidentemente le vincono sempre i soliti-.
Name -il dio che avrei douto conoscere meglio di chiunque altro, visto che era stato un’invenzione mia, della Mary e poi di Lore- era stato violentato, cambiato di ruolo e di credo, diventando tutto un’altra cosa da quello che il mio Nerocorvo “lentobraccio” Mangialupi degli Antelli era stato chiamato ad adorare.
Nel frattempo, io m’ero già rotto i coglioni. Avevo trovato la scherma medievale prima e quella rinascimentale poi, in modo da tenermi quel po’ di nobile arte che avevo intravisto. Avevo un lavoro vero al quale dedicarmi, e altri hobbies più soddisfacenti. Il fisico, seppur giovanilissimo, non era più quello del ventequalcosenne che aveva iniziato, e non si poteva più permettere giornate a correre in armatura sotto il sole.
Non avevo voglia di cambiare il mio stile di gioco dall’azione al sotterfugio.
Soprattutto, ero deluso da coloro che avevano iniziato con me, colla mia stessa ottica, e che adesso mi giustificano ogni cosa con “e vabbeh, dai, si gioca uguale, si cambia dall’interno” senza cambiare nulla da anni ormai. A uno di questi ho pure detto come la penso: i quattrini miei ’sta gente non li becca più. Se dovessi trovare il tempo e la verve -ecco, quella, soprattutto- per giocare di nuovo, mi rivolgerò a vecchi compagni emigrati verso altre associazioni, non certo a quella nella quale il mio personaggio era cresciuto tanto salvo poi non esser più nessuno da un momento all’altro: monete non più riconosciute (“eh, sei mancato un anno!”), esperienza di gioco inutile (“ora ogni fabbro può far tutto”), e, anche se una volta son stato accolto con “ah, ma tu sei Nerocorvo! avevo sentito parlare di te in Gilda Armorieri”, beh, non è più il mio posto, son rimasto indietro con troppe cose.
Neppure a quella la cui capa si è dispiaciuta di più per una giornata di gioco non ben pianificata che per il funerale di un amico comune, se è per quello. A scatola chiusa. Diciamo che è bastato.

Tutto questo pippone perchè, per la prima volta da anni, non invidio più gli amici che hanno passato una settimana ininterrotta di gioco, tra battaglie, incantesimi e falò. Birra e Amici, con la maiuscola, li posso trovare anche scevri da un sacco di gente che si sente grande solo quando… beh, Goethe disse “E’ felice e grande solo chi non ha bisogno di comandare per essere qualcuno”.

Birra, sidro o idromele, gente?

*Raccolte negli anni da diverse fonti. Non saranno esatte al 100%, ma c’è concordanza nelle testimonianze, e se fossi un finanziere una verifichina la farei, visto che l’atmosfera è quella.

Mi rammento A ciascuno il suo sport.

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Uff. Che poi dite che scrivo solo cose in cui faccio un’ottima figura.

Una decina d’anni fa, appena assunto, mi ritrovai con qualche mattina libera, visto che c’era un turno pomeridiano che iniziava alle 15.

Decisi, imprudentemente, di metterle a frutto con dell’attività sportiva: avrei imparato a pattinare a rotelle.
Comprai dei rollerblade, le necessarissime protezioni, e mi gettai una bella mattina su per il viale delle Cascine.

Dovete sapere che non era stato riasfaltato bene bene, ancora, e che in realtà era un suolo lunare pieno di crateri e breccino, ma tant’era, non contavo di prendere grandi velocità… e così feci. Non ne presi proprio.

Arrancavo, praticamente camminando, più lento che a piedi nudi, frenato dallo sforzo di stare in piedi e dalle ruote che si stavano via via squadrando, ma non mi disperavo, e proseguivo col mio “GRAAAAAAK…. GRAAAAAAK… GRAAAAAAK….”

Mi sorpassarono tre ragazzi in palese forca. Ero pronto a occhiatacce e sfottò, quindi quando, sorpassandomi a passo di crociera, uno dei tre mi guardò di traverso; sorrisi, e produssi la battuta di scusa che mi ero quasi preparato:

“Eh, da qualche parte bisogna pure cominciare!”Alla tua età?” Ecco, non so come renderla meglio, colla punteggiatura: non avevo finito di parlare io che mi aveva già chetato lui.

Incassai, tacqui, andai avanti.

“GRAAAAAAK…. GRAAAAAAK… GRAAAAAAK….”, sudavo come un maiale nero a luglio, ma DOVEVO farcela.

Venne il turno per sorpassarmi di mamma con bimbo in passeggino e tre-quattrenne al seguito. Giuro. Io “GRAAAAAAK…. GRAAAAAAK… GRAAAAAAK….” e loro mi sorpassano da destra, il bambino appiedato che mi guarda di sotto in su curioso e serio.

Sono stato pure grato alla madre quando ha detto “Via, non dar noia al tato…”
Un po’ meno quando, dopo una brevissima pausa, ha concluso “… non t’abbia a cascare addosso”

Ecco, capo basso, sono arrivato alla panchina più vicina e ho rimesso i pattini nello zaino.

Più tardi -mesi più tardi- ho pure imparato a filare, a girare, anche se non a piroettare -checchè una volta M abbia scambiato una mezza caduta piuttosto elaborata per una piroetta- abbastanza dignitosamente.

Però c’è voluta tutta la mia stizza, qualche caduta e un notevole sprezzo del ridicolo.

E adesso perculatemi pure, con storie di seienni campioni di tango figurato su pattini.

 

Mi rammento Magari. Un giorno.

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Visto che di quel che scrivo andate a ravanare le virgole -e ve ne sono grato- e mi viene richiesto spiegazione di un aneddoto, vado tosto a narrarlo.

Credo fosse il 1991, di già. So che era quasi estate, esisteva ancora Lo Scorpione, locale poi soppiantato dal Transilvania e poi abbandonato, e che era il mio ultimo o penultimo anno delle superiori. Forse l’anno preciso -potrebbe essere stato il 1990- andrebbe richiesto a Rick, che ai tempi stava da una settimana precisa colla Fia, che adesso ha sposato e che gli ha dato una prole adorabile.

Eravamo in cinque. Io, Leonardo -che ai tempi era soprannominato Ragno, Rick, Sampei e Fuffi. Non fate domande sui soprannomi di questi ultimi due. Vi basti sapere che uno pescava in maniera maniacale e l’altro aveva una folta e vaporosa capigliatura. L’ho rivisto qualche mese fa, in auto accanto a me, e ho pensato solo che c’è chi è invecchiato peggio di me.

Insomma, s’andava allo Scorpione succitato, per una birra tutti assieme. S’aveva, come è giusto a quell’età, ormoni come can da caccia, l’esperienza di un pulcino e i sogni di Bukowski.

Gli ultimi tre nominati erano qualche passo avanti, discutendo animatamente di ORCAD, mi pare, che ai tempi girava su 486 e sedici floppy e che per elaborare un tracciato ci metteva una notte; io e il Ragno invece, non so bene di che si chiacchierasse. So che s’era indietro e che io a un certo punto, incrociando una cavallona alta dieci centimetri più di me, lunghicrinita e bellassai, accompagnata da una controparte mora, salutai col mio solito “Cciaaooo” sognante ed ebete, che sottintende “sei la donna più bella che abbia mai visto!!!”*; sarò sincero, non era il primo saluto, quella sera, e avevo beccato solo occhiatacce e magari sbuffi di sdegno -non ero bello come sono ora**-, più spesso ero stato ignorato. Quindi, il mio cervellino realizzò una decina di passi per riconoscere il “Ciao” con marcato accento anglosassone che la tipa aveva restituito. S’era sotto la loggia del Porcellino, e io feci “Oh tutti, non m’ha mandato a quel paese, fermi, devo farmici mandare”. I tre più avanti non mi sentirono, il Ragno decise di assecondare i miei istinti masochistici.

Tornammo indietro, convinti comunque d’aver perso le due ragazze nella folla, e le ribeccammo ferme all’incrocio, sperse come due cuccioline dagli occhioni languidi***. Io esordisco con un “Hi!”. La fo breve, non riporto tutti i discorsi. Si sappia solo che dopo aver trovato per loro un tabaccaio, le invitammo a ber con noi. Apprendemmo che le figliolucce erano attese da delle amiche in un locale. Quale? Lo Scorpione, ovviamente. Eravamo fortunati. Le riaccompagnammo per la strada più breve al locale ed entrammo. Lì dentro, sotto il videoproiettore sul quale un Lupo Mannaro Americano a Londra si stava dolorosamente trasformando, le aspettavano altre tre amiche, una più carina dell’altra. “Cinque noi, cinque voi, v’ha mandato Iddio”, proruppi, fortunatamente in italiano.

Ci sedemmo vicino a loro, sulla stessa lunga panca in muratura, visto che ancora Rick e la cricca non erano arrivati. Apprendemmo pure che nessuna di loro parlava o capiva una parola d’Italiano, che erano inglesi e che erano in gita per l’Europa con la scuola. “Nessuna di voi capisce nulla d’italiano? davvero?” si assicurò il Ragno. “No”, fu l’unanime risposta.

Pertanto, quando i tre amici, che si erano accorti tardi della nostra assenza e ci erano venuti a cercare -ai tempi la cosa più diffusa e più vicina a un cellulare era un CB, detto anche baracchino, e grazie a Dio nessuno di noi ne aveva uno dietro- fecero la loro entrata nel locale che era la comune meta, il Ragno ebbe buon gioco a salire in piedi sulla panca piegato in avanti, fare larghi gesti d’invito con entrambe le braccia e urlare sorridente:

“RICCA, VIENI, C’E’ FICA PER TUTTI!!!”

Insomma, ci sedemmo alternati uno-una e cominciammo a chiacchierare -quasi tutti, il Rick era studente di francese, ah-ah!- fitto fitto con una mimma a testa. La “mia” era piccina e tenera, si chiamava Natalie, ed era appassionata di cinema e fotografia, quindi c’impastammo su Landis, Tom Savini, gli effetti speciali e tutta una selva di stronzate qualunque.

Alla fine, dovemmo accompagnarle sotto l’albergo. Fu lungo la strada che ci dissero “Venite a trovarci in camera, verso le due, quando gli insegnanti dormono?****”. “Certo!” risposi io, sbaciucchiando a stampo per la buonanotte Natalie.

Le guardammo entrare nell’hotel. Il Ragno, che aveva rimediato una slinguata da una che a quanto aveva capito era pregiudicata, soggiunse, romantico, “Gente, stasera si tromba la straniera”. Una ciacciata di poppe da parte di Sampei pareva suffragare detta ipotesi: l’inglesi sapevan quel che volevano. E chi eravamo noi, per negarglielo?

Rick, onesto e signorile: “Ragazzi, io sto con la Fia da una settimana, passo la mano”. Uno si basisce, ma rispetta e accresce la stima nel personaggio. Un po’ meno quando Fuffi aggiunge “Eh, io torno tardi da una settimana, non vorrei me’pa’ s’arrabbiasse”. “Se io son to’pa’ e so che non hai trombato una bionda d’un’eottanta per tornare a casa presto, non solo m’arrabbio, ma ti fo dormire in terrazza” risposi io.

La fo breve: non ci fu modo di convincere i tre a rimanere. Io e il Ragno, rimasti soli, ci guardammo basiti e scuotendo la testa, convenimmo che si poteva rischiare di tenere alto il buon nome del pene italiano. Convenimmo anche che “Come la danno a noi, l’hanno data in tutt’Europa. Sarà bene premunissi”.

Mezz’ora dopo -eh, se n’avanzava, di tempo!- s’era allo sportello notturno della Farmacia della Stazione, di fronte a un microfono e an pertugio blindato. “Si vorrebbe dei profilattici”, fo io, quando il commesso decide di rispondere al campanello. “pacco da venti, sessantamilalire*****” fa lui. Io fo il signore, cerco di portarlo a più miti consigli: “E per meno, cosa si può prendere?”. “L’aiddiesse” risponde lui, troncando la trattativa sul nascere.

Insomma, con dieci sanguinosamente cari preservativi a testa nella tasca, io e il Ragno si tornò sotto l’hotel delle inglesine.
Non finimmo di arrivare che il portiere ci chiuse la porta in faccia, a chiave, soggiungendo pure “eh, c’è gentaccia, in giro”.

Attendemmo, boh, almeno un’ora******, poi le mimme scesero*******. Le vedemmo di là da un vetro antiproiettile, a dieci metri nella hall, che ci guardavano fisso. Poi una puntò il dito su di noi, ne alzò due. Fece un giro in aria con uno, ne alzò cinque, mise la mano di taglio parallela al petto, la mosse verso l’alto ruotandola al polso, i gesti che la NATO ha iscritto nelle regole di ingaggio come “voi siete due, noi siam cinque, levatevi pure dalle scatole”.

Io feci lo splendido, sorrisi sboronissimo e smanacciai soddisfatto come a dire “eeeh, ma si basta, metteteci alla prova”. Le mimme furono irremovibili, pertanto io e il Ragno tornammo a casa più leggeri di trentamilalire a chiorba*****, e più pesanti di una mancata zifonatina anglofona.

Va da sè che due su tre dei declinanti sono stati oggetto, il giorno dopo, a scuola, di pesanti invettive e insinuazioni sulla loro mascolinità da parte mia e di tutti coloro che sono riuscito a informare.

E di quei dieci profilattici, credo ancora d’averne ancora uno o due da qualche parte, a futuro memento. Non so bene di cosa, ma faceva fico dire “memento”, no?

 

 

 

 

 

* ed è vero, sempre, almeno in quel momento.
** lo so, lo so, non commentate, era una battuta.
*** un accidente. eran due faine, sveglie, fredde e determinate. v’ho fregati. noi però siamo rimasti peggio.
**** ci sono diverse interpretazioni per questa domanda. Qualcuno vuole che fosse una modifica alla famosa Burla della Franchina, i più, visti gli eventi, ammettono la possibilità, anche se remota, che le mimme volessero essere intrattenute a base di Italiancheenchee.
***** si, un prezzo del genere.
****** tempo minimo per una Franchina come si deve.
******* la Franchina esclude però il presentarsi.

Accadde che..., Mi rammento, Plauso e lodi Buon compleanno!

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Vi aspettavate un post dal titolo “Ma anche no”, vero? Ciccia.

Oggi è il compleanno di Samantha Fox, l’idolo e il sogno della mia adolescenza. Bionda, tettona, inglese e sorridente; cantante passabile, oggetto di un paio dei miei pochissimi, anche ai tempi, sogni erotici, ed evito di citare il resto.

Suppongo pure d’averla incontrata in Kenya, prima di sapere chi fosse.

Ogni volta che la sento nominare, mi sento ringiovanire, e sì che ci s’ha un’età tutt’e due.

Auguri, va’, anche se m’hai demolito un mito col tuo outing, ma grazie lo stesso :)

 

Audio/Video, Mi rammento Ah, i bei tempi…

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Nexus, ho ritrovato quasi tutto l’archivio :)

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Accadde che..., Mi rammento Freddo

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E’ molto difficile che a me faccia freddo, e, soprattutto, che me ne lamenti

Anzi, quando qualcuno buba pe’ i’ freddo, sono solito dire “guarda che il freddo conserva, è il caldo che fa marcire”, ricordo che gli unici che non s’ammalan mai di raffreddore sono gli eschimesi, e che dal freddo ci si para, mentre dal caldo no

Non so come mai non m’abbia mai fatto tanto effetto, io ci scherzo su col discorso dello strato di grasso isolante, come i pinguini e le otarie, ma ne pativo poco anche quand’ero più magro.

Mi sono buttato nottetempo, con Riccardo che diceva “te sei tutto scollegato” in pozze di torrenti -adesso impraticabili per colpa della TAV che ha seccato e/o smerdato tutto-, unici coraggiosi io e la Stella, che azzeravamo col training autogeno, che ai tempi mi veniva nettamente meglio, anche quel poco di freddo che si sentiva. Che poi la Stella tremasse come una foglia, è un altro discorso. Sono passato indenne anche attraverso il passaggio dall’acqua termale a quella del fiume accanto, che Michele aveva definito “da ictus”.

Di certo, da magro e senza training, ho fatto il militare a Cuneo. Dodicesimo scaglione ‘93, il che vuol dire che mi son preso il fior fiore della neve di quella ridente* cittadina. Abbiam fatto corse e marce e un poligono nella neve, trasporti in camion aperti, e abbiam battuto a suon di cadenze un intero piazzale per il giuramento, che il gasolio dello spazzaneve costava, e noi eravamo gratis. Il giorno del giuramento la neve che avavamo compattato era ridotta una lastra di ghiaccio, come si sarebbero accorti i caporali istruttori che, avanti a tutti, ci portarono di corsa alle nostre postazioni, scivolando come al Palaghiaccio. Tutto il giuramento in piedi, sull’attenti, colla pioggia mista a nevischio che riempiva la falda del cappello da alpino, in modo da segnalare con uno scroscio chi abbassava lo sguardo. Avevamo tutti il pizzetto, cosa che fece consumare ai miei un rullino per fotografare chissà chi due file avanti, però non bastava per scaldarci la faccia. Ricordo che mia madre, libera di muoversi, ebbe lo stesso un principio di congelamento ai piedi. Noi, oltretutto, c’eravamo bagnati i guanti perchè non scivolassero le baionette quando le avremmo innestate.

Eppure sono sopravvissuto. Non un raffreddore, non un gelone, a malapena un “maremma maiala che diaccio”. Sono stato preso per il culo, ovviamente, ma allora mi rodeva altro, tipo l’esser stato appena mollato da una alla quale avevo espressamente richiesto “sei sicura di resistere alla lontananza? io parto militare, ci si vede una volta ogni due settimane se va bene”. Sono sopravvissuto a quello e ai campi, ma lì, vabbè, ero dentro uno shelter

Son sopravvissuto anche alle notti in Inghilterra, al Gathering, in tenda, rinvoltato pancia sotto in un sacco a pelo modello “mummia” col buco per la faccia portato dietro la testa. Lì si che me la vidi brutta… alle tre di notte, di punto in bianco mi sveglia la vescica urlando

“E ALLORA!!”

Giuro, per la prima e unica volta dai tre anni in poi, quella notte presi in seria considerazione l’idea di farmela addosso, per avere almeno qualche minuto di caldo. Poi optai per il correre alla frasca più vicina e tornare che ancora non s’eran dissolte le nuvolette di fiato dell’andata.

L’età sta chiedendo il suo tributo, ovviamente. E’ dal ‘93, dal militare, appunto, che porto, estate ed inverno, due paia di calzini, uno corto ed uno lungo, che tengono il piede alla temperatura ideale senza farlo sudare. Ecco, sto cominciando a non toglierli per andare a letto, unica concessione al freddo di Figline. Tengo il riscaldamento al minimo -cosa che impedisce quasi la fermentazione della birra che ho “messo su” due domeniche fa- e non ho messo su lo scaldasonno, però.

Ecco, quando mi chiedono quanti anni ho, per stupirsi -almeno è successo fino all’altro ieri- di quanto ben sia conservato, potrò addurre questa motivazione, oltre a “i grulli non si fanno problemi, niente rughe o capelli bianchi”: “sto in frigorifero”.

Assieme alle otarie e i pinguini.

 

 

 

 

 

*un cazzo

Feelings, Mi rammento Conferme

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Ripensavo ieri a una conversazione con mia madre, anni fa.

Io: “Mi vuoi bene?”

Lei, ridacchiando: “Beh, ormai mi sono affezionata. In fin dei conti si vuol bene anche ai cani, posso voler bene a te”

Sapete di chi è la colpa di tutto, ora. 

 

Follia, Mi rammento Metafonata

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Una bega odierna mi ha ricordato una delle tante perle che ho raccolto quando lavoravo al 12.

“Buongiorno”
“Buongiorno, ho un tasto del telefono che non funziona”
“Dovrebbe chiamare il servizio guasti, il 182″
“Appunto.”

Mi rammento Trittico materno

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Anche questo post è figlio di una promessa.

L’unica frase vera delle citazioni in “Info sul Cicali”, purtroppo e per fortuna, è l’ultima.

Prima figura

Io alla Stazione, telefono pubblico. Chiamo a casa. Risponde mia madre.

“Ciao, mamma, son Simone”

“Simone chi?”

 

Seconda figura

Io e mia madre in casa, da un pomeriggio. Io sul letto a leggere, mia madre in giro, affaccendata.

Squilla il telefono. Rispondo, è una mia amica. Ci inizio a parlare. Alza anche mia madre dal telefono in parallelo.

“Pronto?”, fa lei

“No, mamma, ci son già io”

“Che volevi?”

 

Terza figura

Mio fratello sta per tornare dall’Inghilterra con l’aereo, e s’è organizzato per tornare in taxi dall’aeroporto, nottetempo.

Io esco da non mi ricordo cosa, alla Fortezza. Chiamo a casa, non è più tardi delle 22.00.

“Mamma, sono io. Leonardo a che ora torna?”

“Verso le undici”

“Sono vicino, vado io a prenderlo, così risparmia qualcosa”

“Va bene, di certo gli fa piacere,” (qui avrei dovuto sospettare qualcosa, a ben pensarci. Chi conosce il mi’fratello capisce) “mi lasci il tuo numero di telefono?”

Io penso che non ce l’abbia a portata di mano, e gli detto il mio numero di cellulare, che, sapel sallet sapìtelo, è pure facilino e riconoscibile: “347-abcdabc”

“Perfetto,” fa lei “e chi gli dico che sei?”

 

Poi vi chiedete come mai son venuto su così.

Mi rammento La coinquilina

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Ecco, se no non lo racconto più, e faccio come la “trilogia di mia madre” (verrà anche quella) e me ne dimentico…

Allora.

Io, per motivi che non starò qui a rivangare, abito da solo da ormai due anni.

Il trasloco (QUASI finito, giuro!) è stato molto graduale, e son vissuto per un bel pezzo con scatoloni in ogni dove e i libri ammucchiati. Questi ultimi -il grosso del trasloco- ci sono ancora, in attesa di, toh!, stasera, che possa contattare e abbia di che pagare le scaffalature per riempire una nicchia nell’ingresso che sembra fatta apposta.

Voi immaginate come sia andare da solo in una casa nuova: non sei abituato agli spazi, alla dinamica delle temperature e dell’aria, e quindi scattano gli “ho visto qualcosa colla coda dell’occhio” o il “brivido di freddo immotivato”.

 

Fatto uno:

Un sabato mattina torno da una cena a Verona coi miei amici di Clarence. Mi butto sul letto dopo aver appena guardato il bailamme che regnava nel salotto-studio con un moto di “ma chi se ne strafrega del casino, rimetterò a posto, prima o poi”

Al momento del risveglio ripasso in salotto. Sul pavimento, nel centro geometrico della stanza, c’è un libro. Controllo la costola, che di sicuro si dev’esser sciupata, cadendo dallo scaffale più alto: nulla, sembra che sia stato solo poggiato, lì.

L’ipotesi “messo di proposito” è avvalorata dal fatto che se il libro fosse effettivamente caduto, sarebbe caduto ai piedi dello scaffale. E invece… controllo sul PC, è uno dei primi che ho riposto, e quindi avrebbe dovuto essere SOTTO diversi altri libri. Il titolo? “Pensieri oziosi di un ozioso”, di Jerome K. Jerome. Un messaggio alla mia nullafacenza? Forse.

Spiegazione razionale: il libro è caduto pari, e non era poi immobilizzato.  Nel titolo vedo un messaggio perchè ho dei sensi di colpa.

 

Fatto due:

Una notte mi sveglio. C’è qualcuno che si è appena seduto sul mio letto. Sono sdraiato sul lato, quasi in posizione fetale, e sento che qualcunA (si, “A”, non so perchè) è tra le mie ginocchia e il mio petto, seduta sul bordo del letto. Sento le lenzuola che “tirano”, e il materasso che si è inclinato.

Ho il braccio sotto la testa, steso, e la mano a un soffio dall’interruttore. Non ho il coraggio di accendere la luce, o di aprire gli occhi. Aspetto, raggelato e paralizzato. Più tardi il peso si solleva, e basta. Io resto immobile finchè non mi riaddormento.

Spiegazione razionale: un incubo, il più vivido e sinestetico abbia mai avuto.

 

Qualche giorno più tardi racconto il tutto a mia madre.

Lei: “Si fa benedire la casa, si manda via”

“Già, e se poi è la nonna?” (come se credessi al potere taumaturgico di acqua e sale schizzati da uno che magari ci crede pure meno di me*)

Mia nonna era sua madre, la donna che in fin dei conti mi ha allevato e ha passato con me tutta la mia infanzia. Nutriva per me e mio fratello un affetto spropositato, checchè non si facesse mai mancare severità e paternali. 

Attimi di silenzio

“Ci avevo pensato anche io”

“Di certo non mi vuole male, sennò invece del libro, apriva il gas”

 

Da allora, ci convivo. Si è fatta notare pochissimo, soprattutto nell’anno scorso.

Però sapevo che era rimasta, chiunque -ma proprio chiunque, parto delle mie fantasie paranoiche sotto tensione comprese- fosse.

E l’altr’ieri ne ho avuta una prova: il cestino che da sotto l’interruttore, a fianco della scrivania, passa sotto la stessa in mia assenza. No, non l’ho vuotato io o chi per me per poi metterlo nel posto sbagliato: pieno era e pieno è rimasto.

 

Ok, sono pazzo. Ora c’avete pure la confessione, eh? :/

 

 

 

 

*Prima di Pasqua il prete ha fatto il giro delle benedizioni. M’ha suonato al campanello di sabato mattina alle dieci. Ho aperto con solo i pantaloni della tuta e quello che doveva essere uno sguardo feroce. “Eh… ” mi fa timido e basito “io sarei il prete…”Si, proprio “sarei”. Anche con la forza della Fede, di fronte a un tozzo barbuto probabilmente incupito le sue certezze devono aver vacillato un po’.Mi sono astenuto da, nell’ordine:

“Non compro nulla”

“Mi dispiaaaaace”

“E io che credevo che quel colletto fosse una moda nuova!”

 e ho sorriso in un pacato “No, grazie, non mi interessa. Buona giornata”

Il pretino è andato via cogli occhi bassi e sussurrando qualcosa di saluto o scusa o maledizione alla mia ascendenza e discendenza per sette generazioni in su e in giù. Non ce lo vedo proprio a fare un esorcismo col rito romano, ecco.

 

 

Mi rammento, Recensioni 300

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Signori, sembro troppo sborone se dico che quel film m’ha fatto tornare benissimo in mente quel che provavo al Gathering quando stavo in prima fila collo scudo e aspettavo che la fazione opposta ci si venisse a schiantare addosso? E che la tattica ”alza lo scudo, picchiali da sotto” m’ha fatto venire un deja-vu grosso come una casa di me che urlo al resto della prima fila ”al tre, segategli le gambe!”?

Voglio tornare a farmi del male in armatura….

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Mi rammento, Tanta iNioranza Definizioni colorite (o forse no)

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“Andavo più in bianco del riso dell’ospedale”

 

Mi rammento Mi rammento

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Il mi’nonno ha fatto la guerra. Catturato in Albania, venne tenuto prigioniero a Rodi dai Tedeschi.

Tanta fame, tant’è che rischiavano la vita per procurarsi qualcosa da mangiare.

Raccontava che avevano trovato delle casse, nel magazzino, con dentro i paracadute, allora fatti di seta.

Un po’ alla volta, questi paracadute, avvolti attorno alla vita e sotto i vestiti, erano stati portati fuori dal campo e venduti agli abitanti dell’isola in cambio di cibo che andasse ad integrare la magra dieta.

Raccontava che durante un’adunata, i tedeschi avevano nominato il magazzino, e in particolare quelle casse. Sapeva che sarebbe morto di lì a poco, fucilato per il furto, visto che avrebbe dovuto consegnarsi e rispondere con pochi altri per eviatre rappresaglie su tutti gli altri. Furono chiamati dei volontari . Credo sospettasse un giocio psicologico, e comunque si presentò.

Gli fecero prendere le casse, e, senza aprirle, gettare in mare, che il materiale in esse contenuto non avesse a cadere in mano agli Alleati, che stavano arrivando.

E’ grazie alla mancata apertura di quelle casse che il mi’nonno, che per non partire aveva simulato un’itterizia riempiendosi di noci, ahimè troppo tardi, visto che era divventato giallo ormai sulla nave, è riuscito a tornare a casa.

E’ un’altra, però, la storia che merita d’essere raccontata oggi; anche se è precedente a quella sopra di qualche mese, la tensione, la paura e, soprattutto la fame, non erano certo minori.

I prigionieri coltivavano e, diciamocelo, rubavano, qualche ortaggio, nottetempo, fuori dal campo.

Ovviamente, “nottetempo”  era rigorosamente proibito fare alcunchè, fuori dalle baracche, non c’eran cazzi, una pallottola ti levava la voglia d’uscire per sempre.

Il mi’nonno e un paio d’altri stava tornando al campo con un mazzetto di carote, quando alla luce della luna gli si erano parate davanti un’uniforme e la canna di una pistola.

Qualche battito di cuore, e il tedesco disse solo “Rauss!” facendosi da parte; fece finta di non averli visti, li lasciò tornare al campo.

Il mi’nonno, che io, imbecille, ho sempre ascoltato troppo poco finchè non è stato troppo tardi, a questo punto del racconto aggiungeva: “perchè c’era il bono e il pocobono anche tra di loro”.

Accadde che..., Ce l'ho con..., Mi rammento Panino cursed +1

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Venni a conoscenza -o meglio, presi coscienza- dell’esistenza della ‘maledizione dell’ultima fetta’ ormai una ventina d’anni fa, durante una partita di AD&D. S’era a casa della Paola, e la su’mamma c’aveva ammannito, come, santa donna, faceva ogni volta che s’andava a giocare a casa sua, un’ottima torta di mele.

Abbiamo fatto sparire praticamente prima che il piatto toccasse il tavolo le prime cinque fette, una a testa, poi la velocità di assimilazione è andata a decrescere fino all’asintoto sull’ultima.

Il Pierattini punta il dito su quest’ultima e dice “Cursed+1″.

Nessuno l’ha toccata, checchè l’abbiamo tutti guardata malissimo -o benissimo, secondo i punti di vista-, per circa due ore; poi io, che ne avevo francamente le palle piene -e il mi’ladro stava già morendo malissimo, tanto- l’ho teleportata direttamente nel rumine.

La psicologia dell’ultima fetta (o dell’ultimo biscotto, cioccolatino, manciata di patatine o quant’altro) è semplice: “Se io piglio l’ultimo, l’ho finiti io, e quindi anche se è l’unico che ho preso sembra abbia approfittato”.
Sembra che siccome s’è finita l’opera si sia mangiato tutto noi, alla facciaccia degli altri. In trentacinque anni ho visto tanti di quei piatti e vassoi con UNA fetta di salame, UN salatino, UN biscotto, UNA tartina, o bottiglie con UN dito di Coca o vino che questa mia teoria ormai non teme smentita statistica. E’ un tabù da eccesso di educazione, tutto qua.

Infatti ai tempi mi puntarono addosso delle occhiate silenti e di condanna (1d4 danno da punta, ignorano le armature) che solo il tempo, la reiterata e pubblica spiegazione di detta psicologia, nonchè innumerevoli altre ultime fette, hanno poi lenito.

Però, adesso ome fo a spiegare ai miei colleghi che in otto hanno lasciato una fetta di pane alle noci, un’unghiata di stracchino e due dita di lambrusco di quanto da me portato per festeggiare “alla rustica” il mi’compleanno -di rucola n’ho comprata un’amazzonia-, che attraverso tutto questo ci son passato da nemmeno maggiorenne, e non c’ho punta voglia di ricominciare?

Mi rammento, Recensioni Amarcord

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Ho trovato, spulciando, questo scambio di post avvenuto su un vecchio forum.   

Mentre intanto gli altri sbavazzavano sulla Deb, io e Amido vaneggiavamo.

Se avete il  gusto del surreale….


Cos’è la tavola optometrica? Si mangia?
Deb


   

dipende dal supporto su cui è stampata. ne ho commercializzata una nel ‘76 su cialda con lettere in cioccolato.
confezioni da uno.   

ma non andavano, e quando nel ‘77 la mia ditta fu acquisita dall’allora Alemagna ne fu cessata la produzione (e si dettero a quella degli abbassalingua di zucchero e audiometri in marzapane)
 Sardauker


   

Gentile Sig. SardaukerCon la presente mi pregio chiedere l’invio della Vs. migliore offerta per una fornitura di 10 (dieci) oscilloscopi in pasta di mandorle.
Segue numero di fax.
Distinti saluti.

Dott. Ing. Amido


  

Spett. Dott Amido   

mi duole informarla, che a causa di un disguido, il catalogo (edibile, in “ostia”) relativo all’anno commerciale in corso non le è evidentemente pervenuto.
mi dolgo altresì di informarla che la produzione e distribuzione dell’OscilloGhiotto è terminata con la validità della precedente edizione del succitato catalogo.
Restano in catalogo gli altri articoli precedentemente ordinati,
quali
sfigmomanometri in torroncino (“pressottini”)
lacci emostatici di liquerizia (nelle misure 35-50-80 cm) (“fermavoglia”)
e, nell’ambito medico-diagnostico da laboratorio
elettrocardiografo pan di spagna e crema chantilly (“pulsazioni di gola”)
lettino radiografico funzionante in chewingum (“X-Bubble”)

a vostra completa disposizione,

Sardauker, P.I.


   

Gent.mo Sig. Sardauker
con riferimento alla sua ultima pregiatissima, sono qui a chiederle la disponibilità ad inviare il ctalogo da lei citato con le relative quotazioni in euro onde poter permettere al responsabile del Ns. Uff. Acquisti di contattarla in merito alla fornitura delle apparecchiature da Lei descritte.
Distinti saluti   

Dott. Ing. Amido