Mi rammento → Storie da bar
Ieri ho promesso -oddio, più che altro ho annunciato- a un Beppe Tosco intortato dalla mia incosciente logorrea, che probabilmente mi ha risposto “lo leggerò solo per farmi star zitto -e vabbè, la serata di presentazione del suo libro “E’ finita la benzina” è stata divertentissima e interessante assai, checchè poco fequentata- la scrittura di un paio dei miei aneddoti da bar; il discorso, a metà della presentazione, complice l’autogestione data dalla diserzione di un assessore alla cultura (complimentoni, eh!, assessore, “ci sarò di sicuro”) che ha permesso di buttarla in caciara e lasciar andare a ruota libera il Tosco e, diciamocelo, di diventar molesti noi, ha svoltato sul personale. La comicità di Beppe è quella dell’immedesimazione, quindi, in quell’amabile convivio che ne ?enuto fuori sono uscite confessioni intime e imbarazzanti -Beppe, se leggi questo, sappi che in questo blog ce ne sono di peggiori, o migliori, secondo i punti di vista- e la spontaneit?ell’ “a me invece è successo…”.
Quindi, dopo le reciproche confidenze di astio tutto mascolino verso l’IKEA -non condivido invece quelle verso il Leroy-Merlin, visto che mezz’ora prima di partecipare alla presentazione (libreria “pezzi da otto”, campi bisenzio, messaggio promozionale, che quei ragazzi se lo meritano) avevo effettuato un blitz da tre minuti d’orologio al Leroy dei Gigli e avevo acquistato un seghetto da traforo oscillante senza por Grumvadslt in mezzo- abbiamo parlato d’ogni cosa.
Ma proprio d’ogni cosa. Dalle passioni personali, alle esperienze lavorative, ai .pdf per gli ebook, al plagio perpetrato reiteratamente di Luttazzi, alla genealogia degli elenchi di assurdit?consiglio di leggere la novella sesta della giornata decima del Decamerone, con protagonista fra’Cipolla, per avere il primo che io riesca a ricordare) alla base comune della comicità agli spot della renault 5 “più di un flirt” -e qui, se cercate su youtube con le chiavi giuste, avrete una sorpresa-.
Insomma: ho minacciato di mettere per iscritto i miei aneddoti da bar -che qualcuno di quelli da 12 e la “trilogia di mia madre” già ci sono- e io le mie minacce le mantengo.
La donna che sapeva quel che voleva
Alla macchina per il caffè:
“Buongiorno, signora”
Il buongiorno da parte dei clienti non usa quasi mai, quindi: “Cappuccinolungoscurolattefreddosenzaschiumanelbicchiere”
Ho necessitato di qualche lungo, imbarazzato, silenzioso secondo con lo sguardo fisso per realizzare che
1) effettivamente fosse un’ordinazione
2) che in realtà si trattava di un caffellatte scuro in vetro.
La mia domanda avrebbe dovuto essere “il cucchiaino in che lega lo vuole?” ma ho preferito soprassedere.
L’incauto
Al banco della pasticceria:
“Mi potrebbe dare una pasta con le mele?”
Io mi son visto a braghe calate, seduto nel bancone, a far contorsioni e contrazioni del gluteus maximus come se fossi una gru di quei giochi da luna park.
Mi è scattato il pazzo: “Io ci posso provare, però poi gliela voglio veder mangiare”.
Per fortuna era un cliente col quale eravamo in confidenza, e ha riso con me invece di denunciarmi.
L’Omo Vero
Allora (che è un modo per pigliar fiato quando parlo, ma qui è una trappola per la punteggiatura), una necessaria premessa: il nostro bar la mattina apriva alle cinque. Alle cinque. Quelle sono ore che la gente perbene, la gente normale, chiunque non costretto dall’Annona o da un turno di sorveglianza medica, tecnica o di pubblica sicurezza, nemmeno crede che esistano: “ma va’? le cinque? del pomeriggio? come, del mattino? ah, adesso ci sono anche le cinque del mattino? ma va’, mi prendi per il culo. Si, vabbè, adesso vado su google e se non è vero ti spacco la faccia”
Alle cinque del mattino la clientela era costituita da prime corse ATAF, edicolanti, medici del vicino ospedale, polizia e carabinieri, personaggi equivoci e, prima di tutti, l’Omo Vero.
L’Omo Vero era un “vecchio mal vissuto” di manzoniana memoria. Avrebbe potuto essere un modello per un dipinto di Caronte, se non avesse avuto un’apecar invece di una barca a remi.
Pi?una volta l’abbiam trovato ad aspettarci appoggiato al bandone, con l’apecar in moto “pet-pet-pet-pet-pet” nel silenzio della piazza.
Si entrava, si accendevano le luci, si faceva entrare.
Mia madre a smacchinare i primi caffè, mio padre a far panini nel retrobottega, io a coprire cassa e bancone.
Al mattino, con macchina non “a regime”, i primi caffè fanno schifo, dicono. Io, nonostante una mano fortunata per la preparazione di caff? cappuccini per conto terzi, del caffè non sono un gran cultore. Uso la caffeina per star sveglio, ma se è in pillole, endovena, o in un americanofreddomacchiatointazzagrande per me fa lo stesso, tant’è che mia madre usava i caffè “di apertura”, che normalmente vengon buttati via, per farmi un “doppio col latte” che mi consentisse di tenere gli occhi aperti.
Insomma, l’Omo Vero entra nel bar, e, come tutte le mattine alle 5:01 chiede, con la voce di uno che per anni ha fumato legno di pioppo e acetilene:
“Un panino con la soppressa e due bicchieri di vinsanto”
Si, alle cinque del mattino. Abbiamo sempre supposto che l’apecar fosse tenuto in moto per tenere al caldo il fegato lasciato nell’abitacolo, e che probabilmente bussava inascoltato al vetro chiedendo aiuto.
Io verso i bicchieri, mio padre porta il panino, mentre l’Omo Vero si bulla delle sue imprese notturne: “Lo vedi quel termosifone?” -indica tra la ferraglia di recupero che ha sul cassone, raccolta chiss?ove e che venderà chissà dove- “l’ho arzato da me!”
Mia madre svicola nel retro per aiutare mio padre, io resto nel bar. Visto che l’Omo Vero è l’unico cliente, mi defilo dietro la macchina del caffè, posto dal quale si vede senza esser visti tutto il bancone, pronto a scattare, e inizio a bere il caffè di cui sopra.
L’Omo Vero s’alza sulle braccia poggiate al bancone, si stende per vedermi e mi apostrofa, sempre con la voce di chi ha fatto per trent’anni i gargarismi con lo sverniciatore:
“O i’cche tu bevi? Il caffellattuccio?”
Io son basito, non ho davvero il tempo di rispondere.
“O chi te l’ha fatto? la mammina?” e, subito: “ma che sei un omo, te, che ti garban le bambine?”
Ora, qui ci sarebbe stato da litigare, seriamente, se l’Omo Vero non avesse aggiunto quello che io ritengo un capolavoro, che mi ha ammazzato ogni sentimento negativo e mi ha fatto togliere un cappello virtuale:
“IO, ALLA TUA ETA’, MI FACEVO LE SEGHE ANCHE COL TELEGIORNALE”.
Ero seriamente tentato d’offrigliela io, la colazione.
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Ah: visto che la gente continua a chiedermi cosa ho nella tracolla (“E qui cosa hai?” indicando uno dei moduli è un gesto che in dodici ore mi hanno ripetuto mia madre, un collega e Beppe Tosco), presto farò un post col contenuto illustrato di ogni tasca. Contenti? (no, che poi, quasi tutti mi pigliate per il culo perchè mi porto dietro “tutta quella roba”, salvo poi venirmi a piagnucolare “Hai mica uno spargibrugole del sei?” consci che, sì, ce l’ho o so come sostituirlo con quel che ho. Stronzi)

















