March 27, 2008

15

La notte era calda, e l’essersi messo un mefisto certo non l’aiutava a stare meglio. Le placche di kevlar che gli aveva applicato e che lo facevano sembrare una via di mezzo tra un predator, un nero teschio dalle suture mal saldate e uno degli Immortali di “300″ davano il colpo finale, impedendo quasi del tutto la traspirazione.
Eppure, non poteva toglierselo, se non voleva essere correre il rischio di essere visto attraverso le finestre o una telecamera. Le celle di Peltier su ogni placca del viso e dell’armatura, che prima di venire modificata era un banale completo leggero da motocross, impedivano che il suo calore corporeo si alzasse sopra quello ambientale. Era invisibile all’occhio nudo e ai rilevatori di calore. Per quello aveva scelto quella notte, affinchè la differenza tra il suo calore e quello circostante fosse meno elevata possibile, in modo da contenere il lavoro delle celle e il calore intrappolato sotto la tuta da un sistema di raffreddamento autocostruito che comprendeva, tra l’altro, quello di una scheda grafica per pc e delle mattonelle di ghiaccio sintetico per campeggio.
Era riuscito, con gli avanzi di un videofonino altrimenti irrecuperabile, a realizzare una via di mezzo tra un intensificatore luminoso e un visore a infrarossi, e l’aveva applicato all’occhio destro della maschera.
Era stato piú difficile trovare la distanza giusta dall’occhio e costruire con metallo e resina un supporto stabile che non facesse trapelare la luce dello schermo, che tutto il lavoro di sagomatura e applicazione delle placche di kevlar. Ovviamente, una volta trovato qualcuno che rivendesse le fibre e la resina necessarie, Schmidt. Per la realizzazione aveva solo ricoperto colla fibra gli opportuni punti del completo da moto e di una normalissima maschera, e aveva versato la resina. Aveva poi diviso la maschera in diversi pezzi -zigomi, mento, fronte, guance- per poter mantenere un minimo di flessibilità.
Il peso del pacco batterie e delle mattonelle di ghiaccio necessarie al funzionamento del sistema di raffreddamento era distribuito sulla schiena, grazie allo zainetto che conteneva il resto dell’equipaggiamento, e quindi non gli impacciava in alcun modo i movimenti nella boscaglia.
Giorgio avanzava lentamente, un quarto di passo per volta, in modo da poter sia scovare eventuali trappole che minimizzare la possibilita’ di essere rilevato da un sensore di movimento. Non sapeva a cosa andava incontro, e aveva cercato di pensare a come lui stesso avrebbe protetto il suo obbiettivo. All’aperto, sensori di movimento troppo sensibili o fotocellule, a rischio di falsi allarmi per via dagli animali, visto che era zona quantomeno da cinghiali, erano controindicati. Era più probabile che avrebbe incontrato recinzioni o telecamere con sorveglianza umana, ed era per quello che aveva mirato anche alla difesa passiva, quando aveva stilato i disegni di quell’armatura.
I soldi non erano stati un problema, Leonardo glielo aveva detto subito, che l’unico accorgimento da seguire era la riservatezza. Era solo per quella che aveva preferito l’autocostruzione, ed era solo per quello, probabilmente, che Leonardo aveva scelto lui per quella missione: perchè era in grado di costruire da solo quanto gli fosse servito, senza lasciare in nessun posto, fisico o virtuale, tracce di acquisti sospetti.
Giorgio era portato per il problem-solving, come dicevano gli anglofoni aziendali. In azienda si era fatto notare per quello, per riuscire sempre a trovare la soluzione più semplice e conveniente per qualsiasi problema. Riusciva a ricordare le competenze e anche gli interessi extralavorativi di ogni tecnico o impiegato, e sapeva sempre a chi rivolgersi per un aiuto nella soluzione di qualsiasi problema gli venisse proposto.
Quindi, quando Leonardo l’aveva chiamato nel suo ufficio, si aspettava di dover risolvere un guasto alla rete, al PC o a chissà che cosa. Invece, con poche parole questi lo aveva messo al corrente di quello che già sospettava: c’era una cospirazione in atto, per prendere il dominio mondial, e toccava a pochi elementi dalle qualità particolari impedire che la parte sbagliata vincesse. I nemici tramavano nell’ombra, si nascondevano tra gli altri. Da millenni, diceva Leonardo. Poco meno che demoni, erano devianti genetici e mentali. Erano malati di irsutismo, porfiria, paranoia e malattie mentali varie, erano convinti di essere superiori al resto del genere umano. Il problema era che, per “difendersi” da una eventuale estinzione ad opera degli “umani invidiosi”, troppo spesso attaccavano per primi. Nei secoli avevano sparso epidemie, scatenato guerre, eresie e persecuzioni religiose.

Adesso toccava a loro due, grazie a Leonardo che ne aveva scoperto le mire e i luoghi di riunione, trovare un modo di fermarne i piani più sanguinari. Lui avrebbe aspettato, con uno scanner cellulare poggiato sul cruscotto, e un analizzatore di protocollo e uno telefonico in parallelo al doppino telefonico, accanto all’armadio ripartilinea, aperto per l’occasione e lasciato accostato con solo il cavetto tra i battenti, a meno di un chilometro a valle. Giorgio aveva trovato i piani per un apparecchio in grado di inserire su una linea telefonica valori di impedenza e capacità tali da simulare lo sgancio della cornetta. Il telefono non trillava, ma il microfono veniva attivato. Ne aveva appreso l’esistenza in un romanzo, aveva trovato gli schemi per le specifiche statunitensi, aveva adattato i valori, l’aveva provato al proprio ripartilinea, verso il proprio telefono; aveva identificato i contatti relativi tra le centinaia chiamando il numero di casa e passando un tester in cerca della tensione di chiamata. Ovviamente, il tutto nottetempo, parcheggiando un’auto col portapacchi ingombro davanti all’armadio per nascondersi dagli sguardi di passanti meno che distratti. Purtroppo, lo stesso sistema non aveva funzionato per il telefono della villa alla quale si stava avvicinando srasera. Avevano identificato i contatti con una telefonata a vuoto due settimane prima, ma il sistema di ascolto non funzionava: o i devianti avevano protetto in qualche modo le loro linee, o quello che riproduceva i valori di impedenza e capacità di un impianto telefonico era in realtà qualcos’altro. Giorgio non aveva avuto modo di sperimentare anche il sistema di discriminare un modem o un sistem adsl. Pertanto, avrebbero studiato in seguito quello che passava su quella linea, una volta terminato quel blitz. Un passo alla volta.

Un passo alla volta. Anzi, meno. Mezzo, un quarto di passo. Prese come meta la fievole luce che filtrava attaverso le imposte di una finestra, sistemò meglio il fucile di precisione a tracolla, e continuò ad avanzare.

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December 6, 2007

14b

-Ecco, adesso lo so-, disse Bruno, rassegnato -tutto questo, non so come, é solo un  colossale scherzo alle mie spalle. Ma come, prima mi dite che mi viene rivelato un briciolo alla volta perché altrimenti non potrei crdere, e poi viene fuori che siamo creature del male, in lotta da millenni contro Dio, e io dovrei accettarlo senza problemi? Solo una cosa voglio sapere: perché a me? Se non fosse per il fatto che effettivamente SO che il mio sangue, o forse tutto il mio corpo, é speciale, crederei a una truffa per spingermi a fare chissá che.-
-E invece no, Bruno- stavolta toccó al Bolli -niente truffa, niente sette di assassini che ti convincono di essere un superuomo investito di una missione divina. E no, non siamo nemmeno creature del male. Peró davvero lottiamo contro Dio, o quello che comunque tu riterresti tale, na non siamo noi che attacchiamo. Noi ci limitiamo a difenderci. Siamo i suoi figli dei primi giorni, i discendenti di coloro che aveva posto nel giardino dell’Eden e poi cacciato, condannati ad imbastardire tra i ‘figli dell’uomo’ da Caino in poi. Siamo un pericolo per lui e per il mondo creato per servirlo ed adorarlo, e dobbiamo essere sterminati. Se combattere per la propria sopravvivenza é essere ‘creature del male’, allora lo siamo.-
Bruno era a dir poco ammutolito, quasi tanto quanto il Bolli pareva seccato. Balbettó: -Non volevo essere offensivo, non intendevo in quel senso…-
-Nessun problema- sorrise l’altro -basta che tu stesso non ti senta mai nemmeno per un istante dalla parte del Male, con la maiuscola. Se il Demonio esiste, in diversi millenni ancora no l’abbiamo incontrato; invece Dio cerca di sterminarci fin troppo spesso-
-Sono ateo dalla prima Comunione in poi, credo, ma mi pare di ricordare che Dio fosse onnipotente e onnisciente. Come mai non siete… siamo… estinti, se é davvero lui che ci minaccia?-
-Per fortuna ha dalla sua dodicimila anni di miti, piú che una effettiva onnipotenza.  E poi sta invecchiando, passa la maggior parte del suo tempo ad archiviare e a raccogliere le forze. Non incendia piú roveti, non ha piú la forza di far credere a due eserciti che il sole abbia invertito il suo corso nel cielo. Si deve limitare a dare piccoli colpi a piccole pietre che possano causare grandi frane. Rende estremamente persuasivi un pittore austriaco e un maestro di scuola italiano, cambiamenti minimi delle aree del cervello dedicate al linguaggio, e il mondo scende in guerra. Suggerisce a un altro ometto l’idea della razza pura, e inizia una sperimentazione su cavie umane che se fosse andata avanti avrebbe portato in poco tempo a mezzi definitivi per sterminarci, per eradicare i nostri geni e la nostra cultura. Non che scegliendo di sterminare il ceppo etnico nel quale siamo piu’ numerosi non ci abbia dato un duro colpo, ma con l’Inquisizione aveva fatto di meglio, anche se aveva fatto più fatica. Adesso può agire in misura ancora piú ridotta sul piano fisico, peró il mondo è diventato a sua volta molto più piccolo, Dio non ha perso il suo vantaggio.-
-Continuo a non capire un accidente. Mi mancano gli antefatti, temo. E che la Seconda Guerra Mondiale sia stata combattuta per uccidere… beh, me, è un bel boccone da buttar giù.-
-Infatti, Bruno.- intervenne Pietro -Adesso ceniamo, però. Proseguiremo dopo.-
 

(14b-continua)

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October 13, 2007

14

E silenzio.

Il tizio davanti a lui lo guardava con l’espressione di chi ha già parlato abbastanza, ma con gli occhi divertiti di chi fa una battuta tra iniziati.

Non un fiato, da nessuno, per diversi secondi.

-Va bene, basta- disse Bruno - Mi arrendo. Accidenti a me se vi faccio qualsiasi altra domanda e continuo a fare la figura del… del… cretino, ecco. O le cose me le spiegate, visto che io qui sono DAVVERO l’ultimo arrivato, oppure posso anche andare a casa davanti a SuperQuark, che di sicuro mi diverto e ci capisco di più. E il Bolli che mi dice le cose un po’ per volta, e voi che mi parlate di, cosa sono, feste celtiche?, e date per scontato che io sappia… sono stanco, davvero. Il Bolli mi ha detto che oggi, qui, avrei avuto diverse risposte. Io chi ho creduto, e sono qui. Ho fatto male?

Pietro? Pietro. Pietro alzò appena un sopracciglio e l’angolo della bocca corrispondente in quello che doveva essere il tentativo di un sorriso compassato. Un tentativo fallito.

-Tranquillo, Bruno, le avrai. Supponevo che tu avessi immaginato di più, e credevo che stasera avresti avuto più conferme che risposte. Mi sbagliavo. -

Attese che Bruno allentasse l’espressione risoluta, poi riprese: -Cominciamo dalla fine: Farvardin è l’inizio dell’anno persiano. Quella celtica è Eostar. Il 21 marzo del calendario che si osserva oggi corrisponde all’equinozio di Primavera, ovverosia l’inizio della vittoria della luce sul buio, del giorno sulla notte, e così via. Noi lo festeggiamo da prima che assumesse i suoi nomi. La tua prossima domanda è “NOI chi?”, vero?-

Bruno annuì. -E certo!-

- Noi, punto. Non abbiamo un altro nome. Siamo esseri umani. Lascia perdere il fatto che nei secoli siamo stati cacciati e scacciati dai nostri simili, che abbiano inventato miti e leggende e girato film su di noi… Siamo esseri umani. Viviamo di più, siamo più forti, magari utilizziamo meglio la nostra mente, ma siamo esseri umani. Non siamo vampiri, lupi mannari, o quant’altro, altrimenti ci saremmo estinti da molto tempo.

- Ma le staminali nel sangue… il ferro…

- Ecco si, il distinguo è quello. Siamo esseri umani, ma siamo diversi, è innegabile. Funzioniamo meglio. E per quello spaventiamo coloro che possono fare un po’ meno. Ma non è colpa nostra.

Bruno annuì, ancora. Filava. Ma…

- Non mi state dicendo tutto, lo stesso.

- No. Infatti. Tutto assieme sarebbe troppo da assimilare. Per quanto tu sia di mente aperta, non crederesti a tutto. Lo facciamo per te. Però fidati: tutto quello che hai saputo sinora è vero: la longevità, la rigenerazione, la Lotta, il ferro…

Bruno lo interruppe -Quale lotta?

Pietro guardò il Bolli con aria interrogativa.

Questi disse solo: - L’ho lasciato vivere tranquillo finchè ho potuto. Alla prima avvisaglia, l’avrei avvertito.

Bruno raggelò. Una Lotta nella quale una parte era costituita da esseri immortali e nella quale poteva essere coinvolto anche lui. Aveva ragione Pietro, col suo “un po’ alla volta”: già faceva fatica ad accettarlo.

Pietro sospirò, rassegnato. - Va bene, rilassati pure. C’è una battaglia in atto da millenni, ma ormai sono diversi anni che non siamo più attaccati.-

- Una battaglia contro chi?

Pietro esitò un attimo. - Beh, tu lo chiameresti Dio.

 

 

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March 25, 2007

13, finalmente (retroattivo di qualche giorno, però)

Non aveva chiesto come doveva vestirsi. Si diede mentalmente del pollo, due volte, una per essersene dimenticato, e una perché se ne preoccupava. Cavolo, se fosse stato necessario il frac il Bolli gli avrebbe detto qualcosa. Gli passó brevemente per la testa l’immagine di sua madre che, anni prima, aveva letteralmente scaraventato via un romanzo rosa, e alle sue domande sul perché l’avesse fatto, aveva risposto “Dio bonino, a questa gli hanno telefonato che il marito ha avuto un incidente, e ci sono tre pagine su come si prepara e si trucca per andare in ospedale. Ma ti pare? Io c’andavo nuda e di corsa. Non è un romanzo, é il catalogo di Armani”. Ecco, per un momento aveva sentito anche la voce della madre che gli diceva “Se é tanto importante, anche se ci vai nudo quel che importa è che tu vada”.
Sopra gli abituali camicia e pantaloni jeans infilò il solito giubbotto da motociclista anche se ormai la stagione s’era fatta, complice l’inverno mai arrivato davvero, troppo calda per un capo cosí pesante. Aveva tolto il paragola e l’imbottitura per poterlo portare ancora qualche settimana, per nulla scoraggiato dal fatto che non aveva mai posseduto una moto. Il giubbotto era stato acquistato solo per via del basso costo, dello spessore del tessuto e delle protezioni su spalle e gomiti. Gli dava sicurezza, in un periodo così agitato della sua vita non sapeva cosa aspettarsi.
Ecco, sua madre avrebbe detto che era diventato il catalogo della Dainese.
Scrollò le spalle a quell’appunto proveniente dalla sua stessa mente e uscì di casa. Dopo poco era all’ospedale, davanti al centro trasfusionale, che risiedeva in una struttura staccata dal gruppo ospedaliero principale. Il Bolli lo aspettava appoggiato contro una cinquecento bianca striata e macchiata di ruggine come son macchiati dalla tigna e dalle cicatrici i vecchi gatti di strada. Adesso che sapeva che esistevano dei “Loro”(o dei “Noi”), doveva desumere che farne parte non conferiva ricchezza o, quantomeno, che non veniva ostentata, anzi.
Il Bolli attese che lui accostasse e scendesse, e gli si fece incontro per stringergli la mano e dirgli, a metà tra la constatazione e la domanda “Mi segui, si va con due macchine”.
Si inerpicarono per una mezz’oretta su per la collina di Fiesole prima e su quelle retrostanti poi, fino a una stradina che il navigatore GPS di Bruno non riportava, e che costrinse la sua auto a rallentare per evitare di sbattere il fondo sul bordo di una buca ad ogni giro di ruota. Il Bolli, che aveva affrontato lo sterrato con più sicurezza e velocità, rallentò di conseguenza. Quando la strada continuando a salire li portò in mezzo a un bosco, Bruno cominciò a preoccuparsi, poi ricordò che era stato incosciente e ferito nelle Loro mani per un bel pezzo, e che se avessero voluto fargli del male, sarebbe stato quello il momento più adatto.
In cima alla collina e nel più fitto del bosco, come nelle fiabe, restava, all’ombra degli alberi più alti, una costruzione a due piani dall’architettura e dall’aspetto vetusti. Parcheggiate attorno, tra le altre, nella ghiaia bianca che circondava la casa, c’erano diverse centinaia di migliaia di euro sotto forma di automobili di lusso: Bruno non fece fatica a distinguere un Hummer, e si chiese come fossero potute arrivare fin  lì attraverso lo sterrato un paio di auto sportive.
Parcheggiò la sua auto a pettine tra la cinquecento del Bolli e una Punto, dove non sarebbe spiccata come una papera tra i cigni, e seguì il medico verso un portone in legno che portava su ognuno dei due battenti un picchiotto a forma di anello in bocca a un leone. Vicino a terra, come non ne aveva più viste da quando era piccolo, era confitta nel muro una staffa di metallo  per pulire le scarpe dal fango.
“Quant’anni ha, questa costruzione?”
“Le fondamenta otto o novecento, ma ci sono parti che ne hanno solo quattrocento; il tetto è del secolo scorso” rispose tranquillamente il Bolli.
Bruno non ebbe il tempo di polemizzare su quel noncurante “solo” che il Bolli aveva già alzato e riabbassato uno degli anelli di ottone.
La porta si aprì. Bruno ebbe un sussulto quande riconobbe, fasciata in una tuta da ginnastica, la Gelida.
Cercò di ricordarsene il nome, che s’era ripromesso di tenere a mente, ma il Bolli lo precedette con un “Sabrina, ti ricordi di Bruno, vero?”. E come avrebbe potuto essere diversamente, visto che lo aveva accudito per giorni?
Lei diede due baci sulle guance al medico e strinse la mano a Bruno: “Si, certo, il nostro nuovo acquisto. Entrate”
Nel salone dopo il piccolo vestibolo odorante di terra e tabacco c’era quella che pareva un piccolo ricevimento in piedi.
La dozzina di persone “speciali” che il Bolli gli aveva preventivato era tutta lì, evidentemente, adesso voltata verso di lui. “Salve a tutti, io sono Bruno” disse imbarazzatissimo, “ma voi certamente lo sapete già”:
Qualcuno rispose alzando la mano come aveva fatto lui, un paio annuirono, qualche altro gli si fece incontro per stringergli la mano. Il Bolli lo presentò formalmente a coloro che si erano avvicinati, quattro in tutto, due uomini e due donne apparentemente di mezza età, abbronzati e vigorosi. Poteva aspettarsi qualcos’altro, da chi probabilmente era tenuto in vita da centinaia d’anni da un metabolismo superefficiente?
Nessuno dei presenti era vestito formalmente. Non c’era nemmeno una cravatta, in vista, né gioielli sfarzosi.
Era tanto attento a cogliere i particolari, distratto in cerca di segnali di pericolo o comunque rivelatori, che non si sarebbe ricordato il nome di nessuno di quelli che gli erano stati presentati. Non sapeva se era un male.
Gli si fecero pian piano intorno tutti, in cerchio, il Bolli a destra e Sabrina a sinistra, tutti sorridenti, tranquilli, a dir poco sereni e rasserenanti.
“Come doveva essere la famiglia Manson”, pensò tra sé.
Il primo uomo che gli si era fatto incontro gli rivolse la parola allargando ancor più il sorriso. Bruno si sentì nel ruolo del bambino scemo ma gioviale che il paese prende bonariamente in giro.
“Bruno” gli chiese l’uomo (Pietro?) “Tu sai perché sei qui oggi, vero? Sai che giorno è?”
Ma perché continuavano a fargli domande invece di dargli risposte? “No” rispose lui forse un po’ più bruscamente di quel che voleva “Non so nulla”
“Domani è il primo giorno di Farvardin, e stasera è pure luna nuova. Domani iniziano tante cose”

(13-continua)

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January 27, 2007

12

-Stasera.

-Stasera a che ora?

-Vieni verso le sette al centro trasfusionale. Io smonto dal lavoro, tu sei di strada, poi si va insieme.

-Alle sette, allora.

-A dopo.

Bruno premette il pulsante rosso che chiudeva la conversazione. Tornò a sedersi in poltrona, poichè si era alzato per passeggiare nervosamente non appena aveva visto il numero del Bolli sul display e aveva risposto.
“Stasera”, pensò di nuovo.
Aveva paura di una gran delusione. Temeva d’esser stato incastrato in uno scherzo, in una truffa o in raggiro di chissà quale tipo e a che fine.

Aveva gli stessi dubbi di qualche settimana prima, lo stesso misto di diffidenza e deja-vu che aveva provato quando la “gelida” aveva fatto netrare il dottor Bolli nella sua stanza.

Poche cose l’avevano stupito come vedere quella faccia familiare, scoprire che il direttore del laboratorio di analisi del suo ospedale, l’uomo che l’aveva messo in contatto con una società della quale lui ancora non sospettava l’effetiva estensione nè l’effettiva influenza era anche il medico che l’aveva in cura dopo l’incidente d’auto e il ricovero in quella che aveva tutta l’aria di essere una clinica di lusso.

Eppure, se l’era in qualche modo aspettato. Sapeva che non viveva in una situazione normale, che c’era qualcosa di fuori posto e fuori procedura, e il Bolli era stata una presenza costante per, quantomeno, coprire le stranezze che da qualche anno gli condivano la vita.

“Eccoci qua” gli aveva detto allegramente entrando, con quella voce appena impastata che all’inizio aveva fatto credere a Bruno che il dottore fosse un po’ fuori di testa, un allegro buontempone sotto l’effeto dell’alcool o semplicemente avesse deciso di metterlo al corrente di qualcosa che era tanto assurdo e ridicolo da non poter essere espresso in maniera coerente. Si mise a sedere nellaa poltoncina bianca davanti al letto. Bruno, seppure con con il busto rialzato dai cuscini, aveva gli occhi appena più in alto di quelli del medico.
“Cos’è che ho nel sangue, dottore?” aveva chiesto Bruno senza por tempo in mezzo.

Il Bolli aveva stirato quel suo sorriso sottile e strano. “Almeno hai capito perchè sei qui”

“Si” Bruno si era allungato verso il bicchiere e la brocca, e aveva bevuto anche per prendere tempo, oltre che per dare sollievo alla gola secca e dolorante. “Ho avuto un incidente. Avrei dovuto farmi molto, molto male. Invece sto bene in maniera imbarazzante. Troppo bene per poter essere ricoverato in un ospedale qualsiasi”

“Bravo, però. Si, funziona così: appena il nome di qualcuno di noi viene raccolto da i sistemi informatici di ambulanze, ospedali, cliniche, forze dell’ordine, veniamo dirottati, se ancora in vita, verso uno dei nostri centri. Per Firenze e dintorni, questa è la struttura, io sono il primario, la Sabrina che hai visto e un altro paio sono le infermiere. Se abbiamo bisogno di specialisti, vengono da altri ospedali e cliniche, fanno quel che devono fare e tornano alle loro attività nel massimo riserbo.”

Bruno aveva appuntato mentalmente il nome della Gelida. “Noi? nostro?”

“Stai facendo le domande giuste, Bruno. Immagino che, come a tutti noi, t’abbiano girato in testa per un bel po’”

Bruno aveva bevuto di nuovo, a piccoli sorsi. Non aveva voluto ripetere la domanda. Aveva fissato Bolli da sopra il bicchiere.

“Cosa sai del fegato?”, aveva chiesto il Bolli, a sorpresa.

Bruno era rimasto spiazzato. “Forse due chili. Si trapianta bene. Ricresce fino al volume originario se ne resta almeno un terzo. Serve come deposito di sangue, per la disgestione, da filtro per il sangue e non so che altro.”

“Quasi. Bravo Bruno. Arriva a TRE chili, e ne basta un po’ meno di un quarto per rigenerarlo, poichè le sue cellule si comportano come cellule staminali. Inoltre, funge da deposito anche per il ferro e il rame, un paio di vitamine e il glucosio. Converte l’ammoniaca ematica in urea, sintetizza la bile, il glucosio, il colesterolo, e in utero anche i globuli rossi.”
Aveva fatto una pausa. “Ti suona familiare qualcosa?”

Bruno rispose subito: “Il ferro e la rigenerazione”

“Esatto. In me, in te, e poco più di una decina di persone in tutta Firenze, le cellule staminali del fegato non sono obbligate a diventare cellule epatiche. Vengono rilasciate nel sangue, e intervengono dove ce ne è bisogno. Ricostruiscono, guariscono, riparano. Il perchè noi le abbiamo è un fatto puramente genetico. Ognuno dei nostri cromosomi presenta dei telomeri particolarmente lunghi. Sai cosa sono?”

Bruno aveva scosso la testa. “Proprio no”

“Diciamo che sono i ‘braccetti’ delle X dei cromosomi. Tu sai che i cromosomi hanno in sè le istruzioni genetiche per riprodurre e mandare avanti i nostri organismi, come in microscopici e complicatissimi manuali d’istruzioni del corpo umano, si?”

“Si”

“Bene, i telomeri sono “pagine aggiuntive” Ogni volta che una cellula si riproduce, questi manuali vengono copiati. Ci sono però degli errori, ed ecco allora che la cellula comincia a fare la cosa sbagliata, o semplicemente non funziona.”

“Cancro?” la parola era sembrata avere le spine, nella gola di Bruno.
“Anche semplicemente vecchiaia” aveva sorriso il Bolli “ecco, nei telomeri ci sono ripetizioni di alcuni pezzi dei manuali, in modo che gli errori vengono corretti. Fin qui mi segui?”

“Si, per ora si”

“In queste pagine aggiuntive ci sono anche un paio di “errata corrige” e procedure aggiuntive, per portare avanti l’analogia coi manuali. Procedure che ci rendono un po’ migliori, che ci avvantaggiano un po’, tra le quali le cellule staminali epatiche”

” ‘Un po'’ quanto?”

“il quanto dipende dalla genetica. Sono tutti geni recessivi, sappilo, Bruno. Però la continua correzione degli errori ci allunga la vita, e il fatto che abbiamo nel sangue cellule staminali totipotenti ci rende in grado di affrontare diversi guai. Tu, Bruno, devi avere un DNA molto fortunato, visto che hai sempre avuto un numero molto elevato di staminali in circolo, e stai invecchiando molto lentamente, da quando hai raggiunto la maturità”

Sdraiato sul letto, forzato ad una attenta scelta ed economia delle parole dal male alle corde vocali, Bruno era rimasto in un maelstrom di pensieri. Era a metà tra la sospensione dell’incredulità e la diffidenza totale. Non sapeva quanto credere alle parole del Bolli. Non riusciva a concedersi di essere l’incarnazione di un sogno hitleriano. Certo, tante cose tornavano al loro posto… il lento invecchiamento, le ferite che guarivano in tempi brevissimi….
“Tutto qua?” Ecco. Di tutte le cose stupide da dire, quella era la più stupida. Ovvio che non era tutto lì, ma non sapeva cosa dire, tante erano le domande che gli si affollavano in testa.

“Guarda, avrei scommesso che mi avresti chiesto del ferro” si era stupito il medico, allargando il sorriso.

“Anche”

“Il tuo organismo ha bisogno, per funzionare al meglio, di quantità più alte di ferro rispetto al normale. Lo usa per arricchire il sangue, per migliorare diverse sintesi, addirittura per rinforzare la struttura ossea e migliorare la conduttività nervosa. Per quello te ne ho raccomandato una dieta ricca: senza ferro, sei solo normale.”

“Solo?”

“Beh, Bruno, diciamocelo: sei la Ferrari degli esseri umani. Senza ferro, sarebbe come mandarti avanti a spinta invece che a benzina ad alto numero di ottani. Lo sai che aspettativa di vita hai, così ad occhio, basandomi su quel che traspare dalle analisi del sangue e non dal profilo genetico, che non abbiamo mai fatto?”

“No.” Per un solo, singolo, irreale istante, Bruno aveva avuto la certezza che il Bolli gli avrebbe riso in faccia e gli avrebbe detto qualcosa tipo ‘un mese, per di più febbraio’. Invece…

“Dieci, quindici, forse venti volte una vita normale. E non dico ‘ottant’anni’: dico quasi centocinquanta, come sarebbe in regimi e ambienti salubri e controllati .

Bruno aveva moltiplicato mentalmente. Aveva temuto anche d’aver messo uno zero di troppo, sulle prime, o d’aver sbagliato qualche tabellina.
“da… da millecinquecento a tremila anni?”. Non ci credeva. Era troppo. Punto, basta, era tra il ridicolo e l’inquietante.

“Salvo incidenti molto, molto gravi o malattie nuove, ovviamente” aveva annuito il Bolli “sei longevo, non immortale. E anche se invecchierai lentamente, gli ultimi secoli saranno paragonabili a una vecchiaia normale”

Bruno aveva serrato le labbra, fissato il soffitto, scosso la testa, incredulo.

“Non ci credi, vero?” aveva ridacchiato il medico “Va bene. Quanti anni ho io, secondo te?”

Bruno non aveva risposto. A che pro farsi stupire con una cifra incredibile, quale che fosse, ammesso che fosse vera? Anche se il fatto che “loro”, chiunque fossero, avevano trattato la questione della sua carta d’identità con una facilità estrema, probabilmente portatata dall’esperienza, era un punto in più a favore della veridicità della storia.

Chiese, invece: “Non mi sta raccontando tutto, vero?”

“Ovvio che no”

“Va bene, quando?”

“Presto. Devo presentarti delle persone, e spiegarti molto di più. Adesso riposa, che ancora ne hai bisogno. Ti chiamo io”

Con quella frase che di solito è un diplomatico “addio, pollo” se ne era andato dalla stanza, e non s’era fatto risentire fino a quella sera.

Cos’aveva di speciale proprio quella sera?

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October 25, 2006

11

Bianco.
Era passato dal sonno alla veglia come una lampadina che si accende, e la prima impressione che ebbe fu la difficoltá meccanica nell’aprire gli occhi, le palpebre incollate dagli umori del lungo sonno.
La seconda impressione fu, appunto, il bianco del soffitto. E delle pareti. E del letto.  Come nella vecchia battuta, capí di essere in ospedale, e richiuse gli occhi, abbagliato tanto dalla rivelazione quanto dalla luce. Solo allora ricordó il fulmine. Comprese che l’auto doveva quantomeno essere finita fuori strada, senza controllo, visto che non ricordava d’aver accostato. O forse l’aveva fatto prima di cedere al buio, e non lo ricordava. Sete, ecco cosa aveva, la bocca tanto secca che non la sentiva nemmeno impastata. Quanto aveva dormito? O, meglio, quanto era stato senza conoscenza? Riaprí gli occhi, lentamente, e si guardó le braccia poggiate sopra le coperte, mettendole a fuoco a fatica. A parte un  cerotto per tener fermo l’ago di una flebo, nessun segno. O non s’era fatto niente dopo il blackout, o aveva dormito a lungo. Mosse il braccio libero dal tubo per toccarsi il volto, e notó intanto che era senza orologio. Toccó le guance, la fronte. Niente bende, la barba corta. O lo avevano rasato da poco, o aveva dormito poco. Non credeva che gli infermieri che si prendono cura degli incoscienti si premurassero di lasciare un corto pizzo sul mento dei lungodegenti, e si rassicuró: era stato “spento per sovraccarico” al massimo due, tre giorni. E se non aveva ferite, doveva in qualche modo aver evitato uno scontro, o un fuori strada; anche il fulmine non doveva averlo preso in pieno, oppure la famosa Gabbia di Faraday -ah, quanto era nerd a ricordarsi cose del genere!- ne aveva sminuito gli effetti. Inspiró forte, preparandosi a mettersi seduto sul letto, cosa che fece senza disagi. Si giró intorno. Stanza singola, tutti gli arredi immacolati, alle pareti dipinti di rilassanti panorami agresti, non dozzinali, in cornici bianche, persino le tende alle finestre erano di una qualche stoffa e non veneziane o tende verticali. Tutto urlava a pieni polmoni “clinica privata”. Urlava anche “costoso”, cosa che lo preoccupó quasi quanto -mosse le gambe, si diede un pizzicotto al pene, riscontró che tutto era perfettamente sensibile e presumibilmente efficiente- il dubbio di aver riportato danni seri. No. Se non c’era arrivato da solo, chiedendo “ricoveratemi nella suite panoramica”, cosa di cui dubitava, il costo non era un suo problema.
Non era nemmeno strano che non ci fosse nessuno al suo capezzale, visto che uno di quei macchinari che nei film fanno bip-bip al solo scopo di annunciare con un fischio prolungato quando il protagonista muore era attaccato, silente ma pulsante di lucette, con una coppia di elettrodi adesivi al suo collo. Si sentì il mostro di Frankestein, per uno scherzoso secondo (”A.B. Qualcosa”-”Sedadavo”), e mentre provava ad imitarlo scoprí con leggero dolore che la gola secchissima gli impediva di ruggire.
Era l’ora di vedere qualcuno, allora.
Appeso alla testata del letto trovó senza nemmeno cercarlo il pulsante per chiamare l’infermiera o il medico di guardia. Lo premette brevemente.
Nemmeno dieci secondi (”Si, clinica privata”, si disse con rassegnazione) e la porta si aprí e una infermiera fece il suo ingresso con un “Buongiorno. Qualcosa da bere, suppongo. Succo di frutta? Acqua?” Non aveva nemmeno provato a sorridere, carina e distaccata, ma si era premurata di alzargli i cuscini dietro la testa mentre domandava. Bruno rispose uno stentato e rauco “acqua, grazie” degno di Zio Tibia mentre la carinaegelida gli mostrava con l’esempio diretto quale pulsante del telecomando alzava lo schienale del letto. “Quanto…?” provó a inquisire lo sballottato Bruno mentre la gelidaecarina usciva interrompendolo “Non so, signore, sono montata stamattina. Vado a prenderle l’acqua e controllo la cartella”.
La Gelida fu di ritorno in pochi secondi (e che, l’aveva dietro la porta, la brocca?) dicendo “Domenica pomeriggio. Oggi é martedí.” versó un mezzo bicchiere d’acqua in un bicchiere sfaccettato che, tra Bruno e la finestra, diede in mille riflessi e barbagli “beva piano. Si bagni le labbra, prima. Io intanto chiamo il dottore, che le toglierá quei dubbi che le leggo negli occhi”. Bruno stava in realtá stringendo le palpebre per la luce alle spalle della Gelida, ma l’inizio di sorriso che le lesse sulle labbra lo spinse ad annuire e a ricambiare il sorriso. Gelida, e carina, come da prima impressione.
(11-continua)

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October 22, 2006

10 (dovevo aspettare un week-end piovoso, no?)

LAMPO!
Bruno fermò la serie mentale di “machimel’hafattfaremachimel’hafattofare” per iniziare a contare: “uno… due… tr-” Fu interrotto dal tuono. Tre chilometri di distanza, se ricordava bene la formula imparata qualche decennio prima sul Manuale delle Giovani Marmotte.
Era l’unico modo, quello di distrarsi, per evitare di maledirsi per essere uscito con un tempo del genere.
Sembrava che il tempo, dopo un sabato di tempesta, si fosse appena appena rimesso, e Bruno s’era arrischiato ad andare a Firenze, e nella fattispecie all’IKEA, contando sul fatto che quando piove nessuno ha voglia di uscire. Sapeva di essere strano, nell’essere infastidito dalla folla; non era certo che esistesse la demofobia, ma avrebbe accettato con rassegnazione di esserne affetto. Aveva però solo quello, come unico giorno libero per una visita di “ricognizione” per una libreria da acquistare.
Aveva così dribblato tutti quelli che facevano passeggio e struscio, guardando solo con minimo interesse i mobili esposti, si era fatto un preventivo, aveva approfittato del momentaneo calo di presenze dell’ora di pranzo per investire qualcuno dei suoi buoni pasto in una quantità industriale di polpette, aveva raccolto al volo delle bacchette per quando cucinava giapponese e un set di bicchierini da grappa, e, pagati questi ultimi, era volato via verso casa. Adesso, tra Firenze e Campi Bisenzio c’era solo lui.
Oddio, volato. Aveva fatto in tempo a raggiungere la rotonda verso Campi che Chiunquesialassù aveva innestato il “risciacquo energico” della megalavatrice che era il mondo, e Bruno aveva dovuto rllentare, dato che i tergicristalli non riuscivano a tenere il passo delle onde che gli si formavano sul parabrezza.
Qualche coglione di programmatore radiofonico era riuscito a ripescare, tanto improbabilmente quanto malappropriatamente, “Azzurro”. “Bella canzone, eh!”, pensò Bruno, “solo, idiota seduto in un ufficio, non credi che gli ascoltatori si sentano presi per il culo?”
LAMPO!
“uno… du-” Il tuono fu corto e possente. Meno d’un chilometro, probabilmente, visto che aveva contato forse troppo veloce. Con altrettanta probabilità, il centro della perturbazione si stava avvicinando. Infatti, Bruno dovette rallentare ancora, visto che la pioggia era ancora aumentata in furia e intensità “Ma questo è un uragano” disse tra sè. Meno male che tutti dicevano che l’auto è una gabbia di Faraday quasi perfetta, quindi isola da fulmini e scariche i suoi occupanti.
Il lampo e il tuono lo fecero sussultare, contemporanei e vicinissimi, nel padule accanto alla strada. Il tridente rovescito della scarica elettrica gli rimase per qualche secondo sulla retina, e poco mancò che lo scatto nervoso che aveva fatto per la sorpresa si comunicasse al volante e lo mandasse fuori strada.
La prese in ridere, a quel punto. Alzò gli occhi verso il cielo grigio e scuro e pesante come quei piombini da pesca che suo padre gli aveva una volta regalati quando lui aveva poco più di cinque anni, e scherni “Oh, Capo, hai sbagliato mira, io sono un pelo più a sini…” Il colpo fu spaventoso. Lo zittì all’istante, con negli occhi l’immagine delle proprie mani ricoperte di scintille come da parassiti vermiformi, e nel petto l’oppressione dei muscoli paralizzati dalla scarica. Poi, tutto divenne buio.
Miracolosamente il fulmine non fece esplodere il serbatoio dell’auto, ma si limitò a incendiare i fumi della benzina che spararono via il tappo e il coperchio in una vampa degna di un lanciafiamme.
I copertoni, a dispetto del presupposto essere isolanti, si fusero coll’asfalto quasi istantaneamente, e lo stesso fecero tra sè le parti mobili dei freni e del differenziale. L’auto iniziò un testacoda che Bruno, afflosciato sul sedile come una bambola di stracci, le mani ancora contratte sul volante, non aveva più il potere di contrastare.
Uno degli alberi che costeggiavano la strada fermò la corsa della vettura prima che questa volasse nel fosso sottostante. La fiancata dal lato del passeggero era distrutta, e l’auto fumò per qualche secondo, prima che la pioggia abbattesse anche i fumi, da diversi punti.
Fece in tempo a freddarsi qualsiasi focolaio e lamiera arroventata, prima che qualcuno passasse e notasse il corpo di Bruno al posto di guida e la larga macchia di sangue che l’impatto del cranio aveva allargato sul finestrino rimasto intatto.

 

 

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September 7, 2006

9 - (with a little help from my friends)

Il Padrone gli aveva fatto vedere, appena luminescente nel buio della sua camera, una specie di riproduzione tridimensionale del locale e di dove avrebbe trovato i bidoni. Finse peró di vagare per il magazzino leggendo etichette e prendendo appunti come se fosse un controllo qualsiasi. Poi, appena a portata d’occhio, indicó al magazziniere il pallet ricoperto da un telo di nylon la cui trasparenza era seriamente minata da uno strato di polvere. Sotto la plastica si intravedevano sei o sette bidoni blu, appoggiati al muro di cemento appena imbiancato.

“E quelli?” chiese con lo stesso tono con cui l’aveva chiesto ormai una dozzina di volte al magazziniere e al responsabile di laboratorio che l’accompagnavano. Il primo dovette alzare un lembo del telo, leggere un numero referenziale e confrontarlo col database su un palmare prima di rispondere con un nome probabilmente piú lungo della molecola che rappresentava: “Dianil-deidro-noracetilfenalina; é un lotto di undici anni fa”

“E scade quando? con tutta quella polvere sopra, non sembra molto usata; quanto ci durerá questa scorta? e, soprattutto, quanto ci é costato produrla per poi lasciarla qui?”

Prima che il magazziniere si chinasse di nuovo a leggere sul palmare, il biochimico intervenne: “Praticamente non ha scadenza. E’ stata una scoperta del compianto professore, e il brevetto é nostro, e quindi il costo di produzione é minimo”

“Meglio cosí” si rallegró Leonardo “adesso vorrei sapere a cosa serve”

“É nata come un blando fluidificante del sangue e antitrombotico, ma é un eccellente anticoagulante. Doveva essere usato anche come antiinfiammatorio ad uso locale”

“E come mai questi bidoni sono morti qui?”

“Fu riscontrato a posteriori un effetto adrenergico, seppur blando, non compatibile con le cardiopatie per cui doveva era stato progettato”

Leonardo dovette richiamare le nozioni acquisite recentemente: “É un eccitante?”

“Blando” ripeté il biochimico

“Ottimo” sorrise Leonardo “undici anni fa non c’erano né energy drinks né stimolanti sessuali. Ci sono controindicazioni a miscelarlo al nostro Erectil, alle bevande della linea sportiva? e giá che ci siamo, all’eparina di vacutainer e sacche ematiche, come anticoagulante?”

“Non si usa piú l’eparina. Citrato di sodio, ad esempio” sorrise il biochimico

“Devo trovarmi dei testi piú aggiornati; per fortuna le sacche non le vendevo io. Ripeto, ci sono controindicazioni?”

“Dovremo fare dei test, ma non credo ci siano interazioni”

“Fateli. Ah, visto che produciamo adrenalina per primo soccorso: che effetto avrebbe ‘tagliare’ anche quella con la di-amil-ani… cavolo, chiamiamolo damianina, come me, eh, cosí vi ricordate tutti di che si parla… diminuirebbe l’effetto, vero?”

“Si, credo, sempre a meno di interazioni. Vanno fatti i test”

“Quanto prima, mi raccomando. Voglio che questi bidoni spariscano al piú presto. Son soldi fermi, vediamo di usarli in maniera costruttiva” aggiunse mentre si voltava per andare in ufficio, salutando a malapena con un “a dopo”.

Mentre saliva le scale, la porta tagliafuoco gli si chiuse dietro spinta dalla forte molla. Il biochimico attese di sentirla sbattere prima di soffiare a mezze labbra “Damianina, uso costruttivo… stronzo arrogante, nemmeno l’avesse inventata lui!”

Il magazziniere intuí piú il tono che le sentire la parole, e comunque annuí.

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August 27, 2006

8

Paolo prese la parola alzandosi in piedi e quindi chinandosi lentamente fino a poggiare le nocche sul piano nero e lucido. I soci sottostettero in silenzio alla carrellata che il suo sguardo a metà tra il severo e il compiaciuto effettuò su di loro.

“Signori, grazie per essere intervenuti. Per me é la prima occasione utile per ringraziare molti di voi per la partecipazione al funerale del professore mio padre e, soprattutto, al dolore della mia famiglia. Io e mia madre ve ne siamo grati.

Il motivo di questa riunione è facilmente intuibile, ovverosia il passaggio del testimone alla guida dell’azienda. Nonostante mio padre abbia lasciato esplicite direttive affinché la direzione seguisse la quota di maggioranza del capitale, sappiamo tutti che non sarà facile adempiere in pieno le sue aspettive. Mio padre era, inutile sottolinearlo, il cuore commerciale, scientifico e umano di tutti noi. Non sarebbe possibile sostituirlo degnamente nemmeno in uno dei tre campi, figurarsi in tutti.

Mio padre però ha sempre saputo sfruttare le circostanze, utilizzare al meglio i mezzi a disposizione, indipendentemente dalle convenzioni e dai preconcetti. Cosí spero di riuscire a fare io, facendomi affiancare nel ruolo che il professore mi ha riservato da un elemento eccezionale.”

La delusione sulle facce dei presenti era evidente. Avevano capito che nessun tipo di avanzamento nell’azienda era stato riservato a loro o ai rispettivi sottoposti; avevano almeno avuto l’umiltà di non pensare a sè stessi come “eccezionali”

Paolo riprese a parlare:

“Leonardo Damiani, nonostante la relativamente bassa anzianità, è stato a mio parere l’elemento più prezioso nello scorso anno. La sua lungimiranza, i suoi rapporti colla grande clientela, ci hanno consentito di indirizzare la produzione sempre nella direzione giusta; ha saputo cogliere le tendenze al volo, e sfruttarle. Ci ha fatto vendere e, sopratutto, risparmiare su spese di gestione magazzino, rese, invenduti, più lui di tutti gli altri messi assieme.

Mio padre avrebbe saputo cogliere questa occasione, se negli ultimi tempi avesse potuto seguire l’azienda come faceva di solito. Avrebbe premiato Damiani per le sue capacità, e con lui avrebbe premiato l’azienda. Da questo momento Damiani, come sono certo avrebbe voluto mio padre, è responsabile alla produzione e alle vendite e, vi stupirò, ho ritenuto opportuno non farlo partecipare a questa riunione in quanto impegnato nello studio per poter presto avere voce in capitolo anche nel settore della ricerca e dei processi. E, soprattutto, per godermi la sua espressione di persona e in santa pace quando gli comunicherò la notizia.

Potrete congratularvi con lui personalmente appena l’avrò fatto. Aspettatevi grandi cose da quell’uomo.”

 

Nel suo ufficio, Leonardo seppe della sua promozione dalla sommessa risata proveniente dallo spiraglio verso la stanzetta dell’archivio. Chiese conferma a Quello del Buio: “Ce l’ho fatta, vero?” senza alzare gli occhi dal .pdf sullo schermo. Non occorreva risposta.

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June 6, 2006

7 - tanta attesa per così poco

Fuori dal pub, tardi, con gli amici coetanei che dimostavano cinque anni meno di lui, Bruno provava a spiegarsi.
“Sono grullo” diceva, come sempre quando gli chiedevano come facesse a mantenersi giovanile: “Siete mai stati in un manicomio, avete mai conosciuto dei matti? Ce ne è forse uno che dimostri la sua età? Sono le preoccupazioni, le cose serie, che ci invecchiano. Io son grullo, non mi preoccupo di nulla, quindi non invecchio, non ho rughe o capelli bianchi per le preoccupazioni… casomai per gli stravizi: reggo bene l’alcool, sono i conti che mi fregano”
Era, stasera, la “parte alcolica” -tre allievi, lui compreso- della compagnia del karate. In giornata c’era stato uno stage, uno dei tanti degli ultmi anni, da parte di un maestro da un’altra scuola affiliata. Nulla di che, piú che altro storia dello stile da lui insegnato, però era l’occasione per finire una sera di piú nel solito pub di bassissimo ordine e altissimi prezzi che se non fosse stato situato nelle immediate vicinanze della palestra non li avrebbe visti piú dopo la prima visita.
Invece, anche stasera, appena usciti dal locale, erano di nuovo a lamentarsi, l’Altoni, il Nadi e lui.
“Hai ragione anche te”, rincarò il primo “Dio bono, ogni volta lo giuro e ogni volta ci ricasco… quattro euro per tre patatine non me li ripigliano.”
“Piú il coperto, anche se stemperato su un minimo personale di tre birre. Schifoschifoschifo”
Questo sabato sera gli stessi discorsi di ogni martedì e giovedì. Una costante nelle amicizie: ci si trova a parlare degli stssi argomenti, e ogni volta si riesce a trovare  qualcosa di nuovo. E l’Altoni e il Nadi dividevano un’amicizia di vecchia data, da prima del Karate.
Bruno era stanco. Cavolo, se lo era. Era il piú massiccio nel gruppo degli altrimenti longilinei e nervosi karateka, e aveva avuto il fiatone, come al suo solito, già dopo il terzo giro di riscaldamento. Il portare in giro i suoi cento e rotti kg -nessuno avrebbe detto che avesse, come diceva scherzando lui, “la densità di una nana bianca”-, unito alla sua leggera anemia, lo metteva presto in debito d’ossigeno.
Avrebbe potuto scegliere piú fruttuosamente altri sport o attività fisiche, meno aerobiche, ma semplicemente non sarebbero stati quel che cercava, non nel suo stile di vita e modo di sentire. Vedere dal di dentro il proprio corpo che eseguiva quasi automaticamente i kata, tanto piú precisamente quanto piú lui era estraniato, e combattere  lasciando alla parte piú automatica e primordiale del cervello, quella in comune coi rettili, e alla memoria muscolare il compito di parare e contrattaccare, lo riempiva di una pace interiore che Bruno riteneva molto prossima all’Illuminazione, allo zen. Credeva quantomeno possibile che un giorno di questi, pur non diventando un karateka eccellente, sarebbe giunto al Satori o a quella cosa che in occidente viene chiamata Trasfigurazione.
Era fondamentalmente ateo, ma credeva nell’infinto potere della mente umana adeguatamente disciplinata e diretta.
“Mimmi, io vo”, disse, con un tono teatralmente stanco.
“Ci si vede martedì, vengo via anche io” convenne il Nadi
Si divisero, quindi, lui da una parte verso la sua auto, parcheggiata lungo la Pistoiese, e i due dall’altra, verso due scooter quasi gemelli che partirono insieme come quelli di una pattuglia di vigili urbani.
Non aveva percorso nemmeno cento metri quando sentì lo squittìo. O almeno lì per lì gli sembrò proprio quello, uno squittìò.
Veniva dal cortile dietro uno dei mille capannoni lungo la stada, illuminato ma defilato, raggiungibile solo attraverso uno stretto vialetto carrabile, e destinato di giorno a parcheggio per operai e clienti delle ditte -elettronica, pelletteria, accessori e minuterie- che costituivano il raccordo tra il centro commerciale e  la periferia operaia tra Firenze e Pistoia.
A terra un paio di buste di plastica smosse appena dal vento e innumerevoli mozziconi di sigaretta.
Si avventurò in quella direzione. S’aspettava di trovare un cucciolo, un animale ferito, non certo quello che vide appena dietro l’angolo, in fondo al vialetto.
Tre figure si muovevano sopra una pila di scatole di cartone schiacciate, e quella che aveva emesso quel verso da animale in trappola pareva averne ben donde: era una donna, che si contorceva sotto le altre due sagome, la bocca schiacciata da una mano che pareva volerle strappare la faccia, gli occhi a mandorla, spalancati, la testa tirata rabbiosamente indietro per i capelli dall’altra mano di uno dei due aggressori. Cosa stesse facendo l’altro fu chiaro anche nella frazione di secondo che passò tra l’aver svoltato l’angolo quasi sbattendo addosso al terzetto e l’istintiva reazione di Bruno, che sferrò un poderoso calcio in quelle natiche a malapena coperte dai pantaloni allentati. Un nuovo gemito della donna, lo sguardo carico di sorpresa e determinazione dell’aggressore che la teneva ferma, lo sbuffo di dolore del violentatore  e il pensiero di Bruno “Chi me l’ha fatto fare?” giunsero assieme, contemporanei e sinestetici.
Bruno rimase lì, dandosi mentalmente del cretino per essersi andato a mettere nei guai, ma determinato a rimanerci fino a che la donna non fosse stata fuori pericolo, senza fare altro che assumere automaticamente e inconsciamente la posizione di guardia.
L’uomo che aveva ricevuto il calcio, un orientale, quasi certamente un cinese, anch’egli, si alzò da sopra la donna su cui era caduto quando il calcio l’aveva sbilanciato, con le mani già a chiudere il bottone dei pantaloni prima ancora d’aver finito di girarsi.
“Lasciatela andare” si sentì dire Bruno; era come stare seduti al cinema e vedere una lunga sequenza in soggettiva. Sembrava l’inizio di “Strange days”. Di nuovo, il suo cervello da rettile aveva preso il controllo, facendolo parlare come in un western e pilotando il suo corpo in una posizione di minimo bersaglio, quasi di tre quarti, il ginocchio destro avanzato.
“Fatticazzi tuoi” rispose quello che continuava ad arreggere la donna, peraltro con molta meno fatica, visto che anche questa stava lottando piú debolmente, presa dagli eventi. Aveva detto “fatticazzi”, tutto attaccato, come fosse una nuova parola, una voce gergale per “guai, impicci”.
Il film nella testa di Bruno parve rallentare quando, senza preavviso, Pantaloni lo scalciò al ginocchio avanzato. Aveva preso male tempi e distanze, e mezzo passo indietro di Bruno, strisciato sulla graniglia polverosa del cortile, mandò a vuoto l’attacco. Bruno non contrattaccò, cercando fino all’ultimo di evitare uno scontro. Pantaloni interpretò l’esitazione come paura, e l’alzarsi di un angolo delle labbra strette anticipò di una frazione di secondo il suo avventarsi, entrambi i pugni tesi in un uno-due che Bruno in gran parte parò e deviò, e marginalmente prese sul braccio sinistro, sulla parte alta del muscolo. Il doppio colpo gli mandò una bella scossa elettrica fino alla mascella. Prima di accorgersene, di pianificare, l’altro suo braccio era già scattato, affondando le nocche di un hiraken verso il collo dell’aggressore. Questi prontamente protesse la gola abbassando il mento. Bruno sentì l’umido, attutito scricchiolìo dei denti allentati sotto il labbro schiacciato. Un po’ piú goffamente, colpì col piatto dell’altro pugno alla tempia mentre portava il corpo indietro. Il tipo barcollò, entrambe le mani alla bocca, dove qualche goccia di sangue già iniziava a colare.
L’altro cinese era già pronto, appena fuori dal campo visivo di Bruno, che era stato distratto dallo scambio di colpi, e appena fuori dalla sua portata.
Aveva il braccio sinistro steso in avanti, il palmo aperto verso l’italiano: “Aspetta, aspetta!” disse avanzando.
Bruno non concesse al trucco che una frazione infinitesimale di secondo: della mano destra, stesa lungo il corpo, non vedeva il pollice coperto dal palmo come quello di un prestidigitatore.
Il cinese percepì l’occhiata, per qunato fugace, e vide lo stratagemma scoperto. Torse rapidissimo il busto, usando il braccio avanzato come contrappeso come nella giostra del saracino per portare piú velocemente in avanti e verso l’alto  la mano destra e il taglierino giallo fluorescente che conteneva, la lama quasi completamente estratta. Se Bruno non avesse scartato col busto all’indietro, avrebbe avuto la faccia aperta dal mento al naso, o la gola tagliata. Sentì anche l’odore di plastica e solvente di mano e taglierino, quando questi gli spostarono l’aria senza toccarlo a pochi millimetri dal viso. Sbilanciato all’indietro, Bruno continuò il movimento con un calcio al basso ventre. Lo strabuzzare degli occhi e la perdita di coordinazione del cinese furono un premio per Bruno, e gli consentirono di recuperare un assetto stabile e caricare un destro poderoso al volto dell’avversario.
Prima di acorgersene, eral’unico in piedi.
La donna si copriva il seno, metà sdraiata e metà suduta sulle scatole, il volto ancora arrossato. Si ricompose senza alzare gli occhi e se ne andò passandogli accanto, degnando i due doloranti a terra solo di un calcio alle costole del primo aggressore e Bruno nemmeno di quello. Bruno ansimava piú per la tensione che per lo sforzo fisico, fissando alternativamente i due a terra, i quali si limitarono a restituire sguardi carichi di odio ma non fecero alcun tentativo di alzarsi. Bruno  iniziò a retrocedere lungo lo stesso percorso da cui era venuto, senza perderli d’occhio.
Sentiva il sangue scorrergli lungo la mano sinistra e un vago pulsare all’avambraccio, ma non li guardò. In fin dei conti, quello col trincetto doveva averlo toccato. Non si stupì del mancato dolore: sapeva che appena l’adrenalina si fosse diluita sarebbero arrivati il dolore del taglio, quello dei colpi al braccio e forse anche di un paio di leggere contratture per i movimenti bruschi ai quali, nonostante tutto l’allenamento, non era abituato. Gi si aspettava una ramanzina dal maestro se e quando fosse venuto a sapere dello scontro: “La battaglia è l’ultima soluzione”. Già, vallo a dire alla donna.
Cominciò a correre appena sulla strada, raggiunse l’auto e mise in moto, notando ma non curandosi delle gocce di sangue che posò sul volante e sul ginocchio mentre si sedeva e partiva. I due aggressori, con suo sollievo, non spuntarono dal vialetto. Non aveva forza e lucidità per proseguire la lotta, e sapeva che gli conveniva lasciare il campo quando vinceva, adesso che la donna era in salvo. Forse.
Al primo semaforo si tirò su la manica della camicia, sfrangiata, adesso lo vedeva,  da un taglio corto e umido ad un palmo dal polso. La camicia era nera, come ne portava al suo solito, e il sangue si distingueva solo per il riflesso scabro che dava alla stoffa sotto le luci gialle del Ponte all’Indiano.
Il taglio era corto e non profondo, e c’era quasi da stupirsi che avesse  versato tutto quel sangue. Bruno allungò la mano destra verso il pacchetto di fazzolettini umidificati che teneva sempre nella tasca scorrevole sotto il sedile del passeggero. Riflettendo su quanta fortuna aveva avuto per mantenere sani tutti i tendini, e continuando a gocciolare sempre piú lentamente solo sui tappetini, ne usò una lunga striscia per fasciarsi la ferita. Sperò che bastasse, non aveva proprio la voglia e lo stomaco di raccontare ad un pronto soccorso come si era fatto quel taglio o, peggio, inventare un incidente domestico, mentre gli mettevano dei punti. Guidò teso fino a casa, abituandosi lentamente al pulsare ritmico del taglio, e facendo attenzione a che il sangue non imbevesse troppo l’improvvisata fasciatura.
Si spogliò con cura della camicia, sul lavandino del bagno. Lavò via il sangue rappreso spruzzandolo abbondantemente con acqua ossigenata, e rasserenandosi di vedere che la cicatrice aveva già chiuso il taglio. Non ci sarebbe stato bisogno di punti, alla fine: era una di quelle ferite che si chiudevano da sole. Meditò qualche secondo se buttare la camicia nel sacco della spazzatura o nel cesto dei panni sporchi, poi la passò sotto il rubinetto dell’acqua calda e tolse il grosso della macchia di sangue. Avrebbe ricucito da solo il taglio nella stoffa, o almeno ci avrebbe provato prima di portare a quella santa donna di sua madre la camicia lavata. Cercò sui pantaloni le gocce che erano cadute mentre teneva le mani sul volante, e sciacquò anche quelle. Sapeva che ormai di andare a letto non se ne sarebbe parlato per almeno un’ora, carico e nervoso com’era, e usò quel tempo per prepararsi il cambio di vestiti per l’indomani, cucinarsi una fettina di carne appena spaventata sulla piastra, e decidere molto controvoglia di non denunciare l’accaduto alle forze dell’ordine. A che pro? Non avrebbe saputo fornire un identikit decente dei due, nè della donna. Sapeva poi che la comunità cinese regolava da sola i propri affari, nel bene e nel male, e che sarebbe stato molto difficile far denunciare alla donna i duei assalitori, se già non l’aveva fatto. Non era sereno per nulla. Quella sera aveva fatto la parte del vendicatore solitario come nei peggiori clichees, e non ne era nè fiero nè contento, soprattutto visto che il combattimento era finito in una fuga, soprattutto perchè non sapeva che fine avrebbe fatto l’aggredita,  soprattutto perchè il suo corpo, quella ferita subito richiusa, gli avevano ricordato che il suo corpo non era normale.

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June 5, 2006

Racconti nella rete -spot di autopropaganda inutile-

Caishor e Passaggio

Se vi va, leggete, criticate, commentate, considerate aperta la staglione di caccia agli anacoluti.

Più che altro li ho sottoposti perchè l’avevo promesso alla qui adiacente Elena Torre, non ho velleità di pubblicazione.

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April 15, 2006

6 -esplicito-

“Scommetti?”, aveva riso con l’amico, meno di un quarto  d’ora prima, e adesso le due ragazzine stavano facendo loro un pompino a testa. Non era il suo record personale, dieci minuti per accordare le aure, checchè facilitato dalla  quantità spropositata di alcool che le due avevano in corpo e che aveva portato ben piú d’una sfumatura d’eccitazione sessuale pura, animalesca, nelle aure d’entrambe. Era chiaro che le due erano fuori casa per farsi scopare da qualcuno e usavano l’alibi dell’alcool per coprire il senso di colpa e l’autocompassione che avevano quando erano uscite.
Il difficile era stato accordare l’aura di Paolo con quella della “sua tipa” solo “pompando” lei con parole e linguaggio del corpo verso di lui; sospettava d’aver raggiunto un risultato così immediato perchè ormai l’aura del suo compagno di danni in giro per la Toscana gli era familiare come la propria.  S’erano fatto un nome, in azienda: “i tromba”, visti i racconti che, ad arte, Paolo si lasciava sfuggire quasi ogni lunedì.
“VINTO!” disse, a voce fin troppo alta anche per farsi sentire sopra la musica, dal cesso accanto al suo, Paolo. Sentì tirare l’acqua: la ragazzina doveva aver sputato. E già gli era andata bene che non gli aveva vomitato acido e alcool sul cazzo. Solo perchè era un pelo più carina dell’altra, due occhioni limpidi e chiari, un sorriso luminoso e una “erre” arrotata che la poteva far attribuire origini francesi, Paolo l’aveva puntata subito. Leonardo invece aveva preferito la lenta, pulsante animalità dell’altra, che stava godendosi quel che stava facendo quasi quanto lui. Quando Paolo aveva finito, lui non era nemmeno vicino a venire, e lei ancora stava “ingranando”, godendosi il ritmo ed eccitandosi. Accosciata, quasi subito aveva cacciato la mano libera tra le gambe, sotto la gonna, e aveva cominciato a stropicciarsi il sesso da sopra le calze.
“Aspettami fuori, che io ‘vengo’ tra un po’” comunicò Leonardo a quello con cui  fingeva di essere amico.
La ragazzina -Leonardo ne ignorava il nome, come ignorava o aveva dimenticato quello della maggior parte delle tipe che gli avevano ciucciato l’uccello- fece un sussulto, ridendo a metà della fiacca battuta, e intensificò il ritmo sussultorio della testa e dardeggiante della lingua.
Leonardo pensava ad altro, per godersi un orgasmo squassante il piú tardi possibile. Sapeva che la tipa poteva durare ancora un bel po’, prima di stufarsi o stancarsi.
Lavoro. Cercò di pensare agli interminabili colloqui con gli  acquirenti, durante i quali questi si illudevano di poter contrattare invece di essere portati come bambini bendati verso gli acquisti e le condizioni che Leonardo aveva  scelto prima ancora di entrare in sala riunioni. Serviva troppo tempo per i suoi gusti, per convincere “davvero” i clienti che “loro” avevano scelto, che “loro” avevano vinto, che “loro” avevano fatto un buon affare alle spalle di quel ragazzino troppo giovane per poter essere il miglior venditore di una ditta così grande e famosa, e che certamente sarebbe stato cazziato a dovere non appena avesse presentato all’ufficio contabilità le bozze di contratto. Il ‘ragazzino’ una volta, oltre a fottere un cliente in maniera metaforica facendolo firmare per una commessa di cui non aveva bisogno, gli aveva fottuto fuor di metafora anche la moglie e collega, sotto gli occhi, mentre questo si spugnettava guardandoli.
OK, nemmeno lavoro. L’infanzia e l’adolescenza. Da solo.
I suoi problemi di relazione con i coetanei. I genitori assenti, troppo impegnati in una botteguccia familiare durante il giorno, e troppo stanchi la sera, per un “come stai?”, per un dialogo degno di tal nome. Le umiliazioni, gli sfottò e le risse coi compagni di scuola prima e l’isolamento poi. Le lacrime al buio, finchè finalmente Quello Nel Buio non era  divenuto l’unico compagno e interlocutore.
Cominciò a pompare col bacino, chiavando la faccia della troietta. L’aura di lei divenne di un lusinghiero rosso e arancio e scintille e sbuffi di nero, e si avviticchiò alla sua come accadeva prima di un orgasmo. Leonardo attese che le scintille si intensificassero e diventassero lampi sempre piú frequenti prima di venirle in gola mentre lei godeva per conto suo. Sapeva che lei avrebbe continuato, calda e ansimante, a pompare e ingoiare, finchè lampi e scintille e aura non fossero tornati normali, e così fece. Con un ultimo colpo di lingua al frenulo del pene semieretto, alzò lo sguardo verso di lui e chiese “Ti è piaciuto?”, come se non fosse stato ovvio.
“No, ho finto l’orgasmo” scherzò Leonardo “Giuda, se sei brava!”, aggiunse. Era vero. “Vieni a casa mia, dopo, vero?” Le chiese fissandola negli occhi mentre la alzava tenendola delicatamente sotto il mento. Lei si limitò ad annuire. Era un dato di fatto che sarebbe venuta a farsi scopare nella aua tana, non c’era da dubitarne nemmeno lontanamente.
Uscirono dal gabinetto a qualche secondo di distanza, e attraversarono il locale per raggiungere gli altri due comodamente spaparanzati sui divanetti.
“Come cavolo fai, ogni volta?” gli chiese Paolo, sottovoce,  la mano sinistra affondata nella generosa scollatura della sua ragazzetta.
“Fascino.” si vantò Leonardo “e la tua sfiducia sarà adesso punita adeguatamente” si voltò verso le ragazze, gioioso e affabile “Bimbe, che bevete? stasera offre Paolo, senza limiti, tanto lui i soldi ce li ha”.
Era vero fino ad un certo punto. Paolo era, si, il figlio del padrone dell’azienda, ma era solo il suo diretto superiore alle vendite, due o tre gradini a sua volta sotto il padre.  Questi, all’antica, aveva voluto fargli fare qualche anno di gavetta prima di lasciargli l’azienda.
Leonardo lo frequentava non a caso. Sapeva che presto Paolo sarebbe stato a capo dell’azienda, e avrebbe riservato al suo “amico” un ruolo molto importante accanto a lui. Gliel’aveva predetto il Padrone all’indomani della domanda di assunzione. Faceva tutto parte del Progetto. A cosa servisse un’azienda di forniture mediche Leonardo non lo sapeva, e non gli importava.

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February 7, 2006

5

 

C’è voluto un po’. Spero che non ne rimaniate delusi (anche se già sento Rick che mi esorta: “Trama! Trama!”)

 

Sabato, di nuovo. Il giorno piú indaffarato della settimana.

Bruno controllò il calendario prima di uscire, per vedere a quale centro estetico toccasse questa settimana, anche se a memoria già sapeva che quella era la settimana nove. Caraibi, Esselunga del Gignoro e farmacia interna, magari non in quest’ordine.

Si passò una mano sull’avambraccio. Maledetta ipertricosi, pensò mentre entrava in auto.

-be-BEEP, fece l’antifurto della Tigra come protestando per esser stato disattivato-

Il suo metabolismo funzionava troppo bene per queste seccature, e non abbastanza da evitargli di mantenere una pancetta appena accennata ma lo stesso antiestetica.

E già il pensiero “pancetta” gli fece venire fame. Ingoiò una pastiglia di Ferro-grad, che tanto ormai era ora, e la buttò giú con un sorso dell’integratore salino che teneva sempre in auto.

C’erano dei bei difetti, in quella situazione che nei romanzi e nei film pareva tanto invidiabile, che anzi Bruno stesso aveva invidiato finchè non aveva saputo con cosa realmente aveva a che fare.

Ricordava il giorno. La riconsegna delle analisi del sangue che aveva fatto per indagare sulla spossatezza che lo attanagliava. Aveva sedici anni, quasi diciassette. Era metà ottobre 1988.

Dentro la busta coi risultati delle analisi era stato allegato un modulino prestampato con una scritta che, a memoria, diceva “Si richiede in via cautelativa un supplemento d’analisi. Si prega contattare il centro ematologico per concordarne le modalità”; lui aveva telefonato, aveva versato un altro paio di provette, e aveva atteso in una poltroncina di fintapseudosimilpelle.

Il direttore dell’emoteca l’aveva fatto accomodare poco dopo. Una scrivania in formica, un lettino coperto con un rotolo di carta verde, due sedie di plastica e metallo. Bruno, già agitato, aveva pronto un “e come l’avrei preso, l’HIV?”. Invece no. Il dottor Bolli gli aveva sorriso e gli aveva detto “Prima di tutto, non ti preoccupare, Bruno, che non hai niente”

Il sospiro di dubbioso sollievo -”allora che ci faccio qui?”- gli uscì come se se lo fosse tenuto dentro da quando era nato. E forse era così.

“Non hai malattie strane, Bruno, come te ce ne sono migliaia, che nemmeno lo sanno.”

“‘Come me’ come?”

Il dottor Bolli prese un attimo di pausa. “Come me, anche. Sono qui apposta per aiutare te a non avere i disagi che ho avuto io. Abbiamo nel sangue una cosa, una cellula, che non tutti hanno.”

Bruno, di nuovo, trattenne il fiato, prima che Bolli sorridesse: “Nulla che faccia male, o che ti impedisca nulla. Anzi. Sei solo un po’ anemico, hai piccoli problemi nella metabolizzazione del ferro, ma nulla che al giorno d’oggi non si curi con un’alimentazione adeguata e qualche integratore. Però vorrei che tu tornassi qui abbastanza spesso, a farti controllare; per adesso ti scrivo una dieta da seguire, e ti prescrivo delle pasticche”.

Aveva scritto, mentre Bruno faceva domande sul genere “ma quanto è grave?” e veniva rassicurato, cinque fogli.

“Questa è la dieta” Bruno la scorse velocemente “e queste sono le ricette”

“ma… carne tutti i giorni?” il ragazzo era basito.

“Si. Poca, ma tutti i giorni. Non serve la bistecca, basta il panino per strada, un hamburger il meno cotto possibile, lampredotto, qualcosa al fast-food. Evita gli insaccati e il maiale in generale, per ora. Mi raccomando anche ceci, fagioli e soia. Hanno piú ferro della bistecca, in proporzione. E comunque…” aveva sventagliato le quattro ricette “questo è un integratore. E’ gratuito con la ricetta rinnovabile, però dovrebbe durarti un mese, e invece devi prenderne quattro volte la dose normale. T’ho fatto quattro ricette; tu giri quattro farmacie e nessuno s’accorge di nulla, fidati, per ognuna delle quattro tu prenderai una scatola al mese.”

E così era stato, dieta e medicinale.

Poi, qualche anno dopo, quando ormai Bruno viveva da solo, era partita l’ipertricosi. Era normale, spesso capitava, gli aveva detto il Bolli. Però, cavolo, la sua era particolarmente forte, e così gli aveva passato anche la SUA lista di centri estetici -”Sono dodici; io li visito tutti in sei mesi, mentre ho paura che a te ne basteranno tre. Ah, stai anche alternando i supermerati e i macellai, vero?”

Era così, infatti. Da quando la spiegazione dell’anemia non bastava piú a evitargli le risatine del macellaio del quartiere -”Dio bono, Bruno, o che c’hai, un leone, in casa?”- il ragazzo aveva stilato una piccola turnazione di supermercati e botteghe in cui acquistare quei quantitativi di carne che a lui bastavano appena una settimana e che a un altro sarebbero durati un mese.

Era una spesa, ma aveva milioni di punti Fidati, si diceva sempre ridacchiando.

E poi, e poi… l’anno prima i Carabinieri l’avevano fermato per un controllo e alla vista della foto sulla patente s’erano incupiti, avevano parlato quasi venti minuti con la caserma, fatto mille controlli, e poi gli avevano reso il tutto con “abbia pazienza, sa, ma lei è molto giovanile, dimostra dieci anni di meno, credevamo ci fosse un errore sulla patente”.

Bruno si era specchiato a lungo, prima nel retrovisore, poi a casa. Era vero. Non dimostrava la sua età, per nulla. Si era tagliato la barba, e la faccia che lo aveva guardato in quello specchio avrebbe potuto essere quella di un ventenne, come quella di Dorian Gray. Si era chiesto a chi e come avesse venduto la sua anima (ah, no, quello era Faust) e a breve era tornato dal Bolli, per farsi chiarire se fosse un effetto collaterale della sua malattia.

Il Bolli aveva riso e gli aveva detto il cognome di un tizio da contattare in Comune. Tre settimane dopo Bruno aveva ricevuto, via corriere espresso, carta d’identità, patente e anche un duplicato del diploma con date congruenti e di cinque anni piú recenti di quelle reali. Aveva cominciato a temere il Bolli, la rete di conoscenze che aveva dimostrato d’avere, la facilità con cui aveva affrontato i disagi di Bruno, e, soprattutto, quello che scorreva assieme al sangue di entrambi.

 

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December 11, 2005

4

Le riaccese, così, per ingannare l’attesa. Era come leggersi un libro o guardare una soap.
La coppia nell’angolo aveva fatto sesso da meno d’un’ora: i lampi rossi d’eccitazione erano lenti e ancora sincronizzati. La bambina sola col padre -si, era il padre- era terrorizzata, e non era difficile capire da cosa, visti gli sbuffi neri nell’aura di lui. Una fiammata enorme, limpida e placida si alzava da una carrozzina. In capo a qualche mese l’azzurrino avrebbe lasciato il posto, gradualmente, al rosso, al viola e a qualche umanissimo filo di nero.
Per il resto, piccole, inutili storie e dettagli di scialbe personalità si potevano intuire dal piattume uniforme dei colori nella sala. Formiche, una uguale all’altra.
Si addormentò appena sull’aereo, dopo aver flirtato con la hostess di terra addetta al controllo documenti -si teneva in esercizio, a volte fingere un sorriso interessato era fondamentale, nel suo mestiere- ed essersi allacciato le cinture di sicurezza, nell’esatto istante in cui una cameriera in un sudicio motel notava la chiazza di sporco sulla moquette e il letto intatto, e imprecando tentennava il capo preoccupata per la direzione in cui stava andando il mondo. Altrettanto preccupato e stupito era un ragazzino che non riusciva più a trovar gusto nelle sigarette e, anzi, trovava che le gomme dategli da padre Mapple gli avessero fatto bene alla tosse.

poca roba, stavolta. siate pazienti. è già a metà il 5, e piuttosto che scrivere ovvietà da “impatto penetrante” o “pallottola rovente” preferisco aspettare e pensarci su bene. Almeno Leonardo lo voglio costruire bene, e pure Bruno.

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December 1, 2005

3

Per fortuna Leonardo era in grado di “spegnere” le aure quasi a piacere, altrimenti in aeroporto sarebbe stato difficile anche orientarsi, con l’ampio ambiente offuscato da quelle fiammate di fumo multicolore. Era come quando i guardano gli stereogrammi, e d’improvviso si scopre come vedere la trama o, a scelta, il disegno nascosto.
Non era sempre stato così: Leonardo aveva iniziato a vederle solo intorno ai quattordici anni, nella peggiore occasione possibile: una delusione amorosa.
Oh, si, una volta, una sola, Leonardo si era innamorato.
Un amore puro, completo e totale, disinteressato come solo a quell’età si può provare, ancora e per poco scevri dalle regole e pulsioni della carnalità.
Lei era carina ma non bellissima, una fresca ragazzina acqua e sapone a cui lui in segreto aveva giurato eterna dedizione.
Lei metitava questo e altro, buona e bella com’era. In classe l’aveva guardata e studiata al limite dell’ossessione, giorno dopo giorno, tenendo dentro di sè quell’infatuazione figlia del cuore e non degli ormoni che ogni volta che lei gli rivolgeva la parola lo faceva balbettare. A pensarci adesso, Leonardo si sentiva un pollo, d’una ingenuitá imbarazzante.
Era quasi la fine di una giornata scolastica tardo-primaverile, al ritorno di due settimane d’assenza per una brutta influenza con tanto di febbre alta, che si era accorto della sottilissima cappa di vapore turbolento attorno a lei. Solo in controluce, con colori tenuissimi, al limite della percezione, ma inequivocabilmente presente. In capo a mezz’ora aveva affinato la visione, silenziosamente stupito e curioso. Riusciva a distinguere, anche se non era ancora in grado di interpretarli, i vortici di rosso e azzurro e bianco, e  il lento, ritmico pulsare dell’intensità dei colori; alzando gli occhi vedeva quel vapore lambire ed aprirsi sul soffitto come un’enorme fiamma che solo lui vedeva.
Improvvisamente, quando capì dal sobbalzare dell’aura di lei ad una domanda della prof che quella fiamma le veniva dall’anima, gli si aprì il cuore, la gioia lo invase, poiché aveva realizzato quant’era speciale la cosa che li legava.
Doveva dirglielo. Doveva in qualche modo, se non proprio con un folle “sai, vedo la tua anima” quanto intimi la sua dedizione, la sua attrazione li aveva resi.
Attese l’ultima campanella.  Giù per le scale, la segui nella folla di coetanei urlanti e scalpiccianti, fino a davanti al cancello, dove lei si fermò un attimo… le era dietro, ansioso, euforico, perso nel rosso adesso acceso come quello di un segnale di divieto di lei, quando un tipo le mise una mano sul culo e la fece girare, ridente e in punta di piedi, per darle un bacio goffo e invadente sulla bocca. Un cliché dei peggiori, no? L’ingenuo innamorato di una che si é appena messa assieme a un burino. Fosse stato un film con Jerry Lewis sarebbe finita bene. Passò loro accanto, invece, inosservato, gli occhi chiusi, il cuore in fiamme,digrignando i denti, la mascella tanto contratta che gli avrebbe fatto male per tutto il pomeriggio.
Appena dietro l’angolo, evitando la solita fermata del bus, si fermò. Ce la fece a trattenersi e non piangere, ma ormai aveva strappato la fodera delle tasche del giubbotto di jeans aggrappandovisi e torcendola con le unghie .
Aveva recuperato la sua faccia inespressiva e anonima, quella che da anni portava in giro per farsi notare il meno possibile in tempo per salire sul bus che l’avrebbe portato a casa.
Quella notte, mentre nelle tenebre  una di quelle creature senza ossa e soffici di pelo che Quello Nel Buio evocava per fargli compagnia gli solleticava le mani con le sue mille zampette, Quello gli spiegò cosa davvero regola l’amore, che questo è solo una scusa, un nome, una giustificazione a una chimica imperfetta che ci spinge all’accoppiamento, un alibi per una pulsione naturale condannata da una cieca morale umana che vorrebbe ridurre alla frustrazione emotiva e fisica per poter dominare gli altri sentimenti. Gli spiegò che solo una cosa spingeva a cercare gli esseri umani a restare uniti l’uno all’altro, e non era l’amore, bensì la paura: la  paura di restare soli, la paura di non essere in grado di affrontare la vita con le proprie forze, di non lasciare una propria traccia -che fosse una progenie o una memoria- al mondo, e di venir dimenticati. Mentre quando si scopava si poteva far godere anche l’altro, quando si amava si amava per sè, egoisticamente. La gelosia era sempre dietro l’angolo, e quale era un sentimento piú egoistico del temere che la persona amata fosse felice con qualcun altro?
Si veniva attratti da un volto, da un   corpo, dal suono di una voce, da intangibili feromoni, non dall’anima o dal cuore di una persona, e poi, una volta ottenuto quel che ci aveva attratto, si restava uniti unicamente per la paura della perdita e della sconfitta. Era amore, altruismo, affetto, quello che spingeva il maschio e la femmina di una specie di pesci degli abissi a rimanere attaccati per il resto della vita una volta incontratisi? No, certo, erano istinto e paura, eppure quelle unioni erano piú stabili di quelle umane.
Leonardo gli confidò della gioia che aveva provato quando si era sentito vicino a Lei, e del masso che gli aveva schiacciato il torace quando aveva visto la sua purezza violata da quella pomiciata.
Quello Del Buio non ne rise, anzi. Non fece i discorsi assennati e paternalistici che  gli avrebbe fatto un genitore sulla gioia dell’amare e sul rassegnarsi alle pene d’amore. Anzi. Gli suggerì di affinare la sua capacità di leggere le aure: se fosse stato più esperto, avrebbe letto in essa un’infatuazione, un’attrazione, e la delusione sarebbe stata meno cocente.
In capo ad una settimana Leonardo divenne in grado di vedere l’aura di ogni suo compagno di classe e di tutti i professori, focalizzandosi solo per qualche minuto su ognuno. Dopo un mese, riusciva ad accendere e spengere tutta la scuola, nel cortile durante l’intervallo, in pochi secondi. Studió come si presentava l’aura in risposta alle varie emozioni: il giallo scuro della paura, il rosso della rabbia, il blu della tristezza. Imparó che le auree si macchiano e influenzano l’un l’altra per contattofra i possessori, anche indipendentemente dallo stato d’animo di questi. Scoprì che una stretta di mano o un abbraccio sincronizzano il pulsare di due auree  per un certo periodo di tempo, come un odore residuo.
presto imparò anche a usare la sua abilità a suo vantaggio: imparò a compiacere e convincere, a servirsi di quel che leggeva per ottenere quel che voleva. Diventava intimo e credibile in pochi minuti, il migliore amico di chiunque. Imparò a fingere tutti quei sentimenti che non osava piú provare per non soffrire: per assurdo, piú diventava intimo, e meno veniva coinvolto. Fino a costruire attorno a sè una campana di isolamento emotivo che nessun altro oltre a lui poteva intuire. Divenne inattaccabile al dolore, alle delusioni, alle offese. Divenne forte come Quello nel Buio voleva.

 

avvisati prima, eh…

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November 30, 2005

Per la terza parte

…pazientate ancora un po’…

..e non vi aspettate granchè, che sarà solo un pezzo d’unione…

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November 25, 2005

Oroscopo del giorno

“Una giornata ricca di soddisfazioni in amore, economiche, sul lavoro e personali, piena in serenità e allegria, in compagnia e in famiglia, prima o poi toccherà anche a voi, eh? Non disperate.”

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November 11, 2005

Part 2

Quando chiuse dietro di sè la porta dell’ostello già era in erezione e le sue lacrime asciutte

Il Padrone l’avrebbe ricompensato nel solito modo, quel modo il cui prezzo era un Inferno che Leonardo sarebbe stato quando fosse venuto il momento felicissimo di affrontare.

Sempre che un Inferno arrivasse, dopo tutto.

Il Padrone, quando ancora non era il Padrone ma ancora “quello nel buio”, gli aveva spiegato come stavano le cose.

Fin da quando aveva memoria, Leonardo ricordava la voce del Padrone, un voce che sembrava gorgogliare attraverso magma e merda, che gli raccontava dell’origine dei tempi, della Prima Battaglia, dell’Altro bugiardo e geloso che non sopportava che il Creato apprezzasse più i doni del Nero -doni potenti, di sangue e carne e emozione- che quelli scialbi e insulsi che l’Altro poteva offrire.

“Pensa solo a come viene descritto il Paradiso” gli aveva sussurrato da sotto il letto Quello Nel Buio quando Leonardo aveva un quindicina d’anni “un’eternità senza emozioni, a contemplare L’Altro, un’eternità senza voglie, senza cambiamenti, senza niente da apprezzare davvero, senza l’ottenere vincendo dubbi o avversità. Praticamente una lobotomia. Vuoi passare l’eternità a sbavare davanti a un bel quadro, pisciandoti nei calzoni senza accorgertene, Leonardo?”

La domanda era retorica: Leonardo aveva scelto già anni prima da che parte stare. Sapeva che il solo poter udire la voce di Quello Nel Buio significava che la sua vita non sarebbe stata come quella di milioni di altri, gregge idiota e ignaro. Il fatto che la sua aura fosse diversa da quella di tutti gli altri, addirittura il solo essere in grado di vedere le aure, lo metteva al di sopra di quasi tutti; era l’orbo in terra di ciechi, il desto tra gli addormentati, il savio tra gli stolti.

E come tale si era sempre comportato: non appariscente, si muoveva in punta di piedi per non farsi notare in quel mondo per poterne costruire un altro.

Si lavò le mani, e si fissò allo specchio punteggiato d’ossido. Non dimostrava i suoi quasi trent’anni, anzi, anche se la barba era di due giorni e gli occhi infossati e arrossati, sembrava una matricola universitaria dopo una notte di stravizi con gli amici.

Sorrise sapendo che dopo il contatto con la taumaturgica forma terrena del Padrone sarebbe tornato al pieno delle forze e dello splendore… magari la sua aura sarebbe stata arricchita da qualche altro sbuffo nero, ma era una visione per pochi, e non se ne curava.

Si spogliò completamente nel freddo della stanza e lo chiamò a fior di labbra:

“Padrone?”

Un altro essere umano avrebbe dovuto accostare l’orecchio alla sua bocca, per udirlo, ma il Padrone lo sentì dal suol luogo assieme incommensurabilmente lontano e interno allo spazio tangibile, e accorse.

Già le pareti della stanza fumavano pigramente di energia nera, residuo di rabbia, tristezza, noia, solitudine e disperazione che negli anni si erano avvicendati su quel pavimento sconnesso; era per quello che Leonardo aveva scelto, quella volta come le altre, sordidi hotel: il Padrone era più forte in luoghi del genere. Era tanto “presente” da sembrare una figura a colori in una foto in bianco e nero, una scultura in un mondo bidimensionale, tanto massivo da essere centro di gravità.

E come tale comparve. Da ogni punto della stanza l’aura oscura, come fumo di invisibili copertoni, collassò nel centro; la polvere, lo sporco, le macchie di muffa, persino i cadaverini di uno scarafaggio e di una falena dalla finestra , e i residui untuosi sulla porcellana del cesso vennero attratti da quella stella nera e le diedero sostanza mondana.

Il Padrone lo guardò. Era nuda, bellissima e statuaria, come lo erano state Lilith, Iside e Proserpina, e tutte le Sue incarnazioni femminili. Quasi Luminosa, come le altre volte.

Gli sorrise con la tenerezza e l’amore con cui la madre di Leonardo non aveva mai sorriso, gli occhi due pozzi di lucida, ipnotica oscurità.

“Tornerai in Italia, domani”

Era un dato di fatto, non un ordine o un suggerimento: non c’era nemmeno bisogno che Leonardo annuisse.

“Non se l’unico che mi serve, lo sai”

Come un marito che finge di non vedere le prove di un tradimento, Leonardo sapeva, ma aveva preferito immaginarsi come l’unico servo, amante, figlio e compagno di battaglia del Padrone, e il sentire quelle parole furono una lama di acido e ghiaccio nelle sue viscere “dovrai unirti agli altri; all’esercito che sto formando. Un esercito segreto, per adesso, un manipolo di Eletti che sapranno e domineranno. Devi esserne orgoglioso”

Ecco, quello era un ordine. Leonardo ne fu orgoglioso, davvero, si convinse completamente dell’onore che gli spettava.

Poi, senza un’altra parola, il Padrone fu di nuovo amante e madre, schiava padrona affamata ritrosa puttana vergine e tutto quello che una donna può essere, e qualcosa -molte, infinite cose!- di più, finchè Leonardo non eiaculò fuoco e elettricità piangendo per la seconda volta in poche ore, ma questa volta di gioia e si ritrovò solo e sudicio di quel che era stata la sostanza del Padrone sul pavimento della stanza. Tirò le ginocchia al petto, le abbracciò continuando a piangere e si addormentò stremato, sognando di Lui.

(2 -continua)

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November 6, 2005

1 - Scusate, s’è scritta da sola. Per ora.

Il casino – che altro non era, quella musica fatta di bassi e urletti- che faceva la macchina arrivò prima che la si potesse vedere, appena sotto il rombo irregolare del motore. Girato l’angolo, una vecchia Ford con quattro Chicos a bordo inchiodò di fronte al banchetto del predicatore, accanto alle scale per la metropolitana

Il ragazzino dalla parte del passeggero chiese qualcosa in slang strettissimo, sorridendo, qualcosa tipo “whaccha budda goncha?” al cui il predicatore rispose con una risata e un “non mi lamento, per ora”; il ragazzino portò due dita ad un immaginario cappello, e l’auto ripartì sgommando portandosi via il rap a tutto volume.

Il tizio cappotto e papalina nel portone, una decina di metri più in là, guardò per la milllesima volta l’orologio, e bestemmiò. Evidentemente qualcuno non arrivava.

Un bambino, otto, forse dieci anni, quindi per quel quartiere quasi maggiorenne, salutò passando davanti al banchetto di Padre Mapple, che lo fermò con una mano tesa all’altezza del petto, chiusa a pugno, come la sbarra di un passaggio a livello. “Facciamo il solito cambio?” chiese al bambino.

Questi finse di pensarci su, poi si tolse da dietro l’orecchio mezza sigaretta e la porse al predicatore, che la sbriciolò teatralmente con la mano libera, poi aprì il pugno teso e lasciò nella mano del bambino un pacchetto di gomme sugarfree che il bambino prese con gli occhi che gli brillavano.

“Grazie, padre!” diede un “cinque” alla mano ancora aperta e proseguì.

Padre Mapple pareva saper generare sorrisi in chiunque lo incrociasse.

Il tizio nel portone guardò un’ultima volta l’orologio, poi mandò sonoramente a fanculo chissà chi, e si incamminò sul marciapiede vuoto.

Padre Mappe gli rivolse un sorriso e un mezzo inchino di saluto, ma evidentemente per il tizio non era giornata, visto che con un cenno e un’espressione cupa dissuase il predicatore. Evidentemente questi sapeva quando era e quando non era il caso di insistere, e si voltò di nuovo verso la strada.

Il tizio passò dietro il banchetto, appena dietro le spalle del predicatore, e scattò.

Uno stiletto, a sinistra, lungo abbastanza da spuntare sul petto, appena sotto il bagde “Gesù ti ama” come una piccola piramide argento e rossa; una lama larga e tozza a destra, in basso, a fermare il diaframma.

Non un suono se non un brusco inspirare, non una goccia di sangue se non sulle lame.

Prima che Padre Mapple cadesse a terra Leonardo –il tizio- aveva già pulito le lame contro il piumino del predicatore, e imboccato la gradinata della metro.

Meno di trenta secondi dopo, era su un vagone, diretto verso l’albergo. Aveva calcolato i tempi al secondo, ma chi l’avesse visto in faccia non avrebbe visto l’orgoglio o il sollievo. Leonardo stava piangendo, adesso che la tensione si stava allentando e che il pericolo era passato.

Non era la prima volta che uccideva.

La prima nella sua Firenze. Aveva strangolato una prostituta slava. Il Padrone non gli aveva detto come si chiamava, e lui non l’aveva chiesto. L’aveva riconosciuta dal colore dell’aura, dal sorriso che aveva mentre la scopava, e dalla carezza che aveva provato a fargli anche mentre moriva.

Una di quelle carezze aveva salvato la vita di una sua connazionale, curandole una brutta infezione sul nascere, ma né l’una né l’altra lo sapevano. Il Padrone si, ed era per quello –e per quel sorriso mentre scopava- che gli aveva ordinato di ucciderla. Leonardo l’aveva riconosciuta sul Lungarno Colombo dall’aura chiarissima, immacolata, l’aveva caricata in auto, portata in un SUO posto appartato e scopata. E lei era stata la SECONDA migliore scopata della sua vita, dopo quella col Padrone. Completa, totale, assoluta. Quindi, quando ancora l’aveva sotto, le aveva passato un cordino di nylon intorno al collo e aveva stretto. E stretto. E stretto. Piangeva, ma continuava a stringere.

La slava non l’aveva percosso, non l’aveva graffiato, aveva lottato debolmente, come se spingendolo via avesse potuto convincerlo a smettere, ad allentare la presa. E l’aveva accarezzato, verso la fine. Una carezza che valeva tutta la scopata di prima, che lo aveva scosso come il più potente degli orgasmi e l’aveva quasi sbalzato fuori dalla sua testa, fuori dall’auto, su, in alto, come un missile che partiva, fino a vedere tutto piccolo, tutto minuscolo, tutto insignificante e grigio.

Però le mani di Leonardo erano ancora ai lati del collo della slava, e stavano tirando.

Quello che lei non aveva saputo di poter fare non le aveva salvato la vita.

Aveva sventrato il corpo sul greto dell’Arno, aveva messo un pietrone nel ventre e aveva affondato il cadavere, certo che non sarebbe tornato a galla.

Piangeva mentre lavorava, e piangeva mentre il Padrone, nella forma che prendeva quando era contento di lui, gli diceva che avrebbe dovuto uccidere ancora.

Quella donna dalla bellezza ultraterrena vestita solo dei propri lunghissimi capelli, dalla pelle quasi trasparente, aveva poi aperto le braccia, e lui, ancora con gli occhi umidi, aveva detto “si, Padrone” mentre affondava il viso tra i candidi, turgidi seni.

 

La seconda vittima era stata più difficile. Un bambino di sei anni è più difficile da avvicinare da solo. Leonardo si era dovuto appostare, straniero in terra straniera, in quel paesino in Spagna, per quasi un mese, prima di avere l’occasione giusta.