Racconti → 18
L’uomo -ma no, non era un uomo, doveva ricordarselo- sul quale Giorgio aveva puntato il fucile si passò la mano sulla fronte, toccò appena il punto visibile solo nel display e poi si guardò la mano, come se credesse di vedersela macchiata dalla luce del laser. A Giorgio occorse una frazione di secondo per realizzare che non poteva essere possibile. Il puntatore era invisibile, appunto, senza opportuni apparecchi. Avrebbe capito se qualcuno avesse provato a scattare una fotografia con una macchina digitale, o avesse inquadrato l’oratore con una videocamera: sarebbe stato come quando con gli stessi si inquadra un telecomando in funzione: la matrice dell’apparecchio rileva frequenze che l’occhio non raggiunge.
Quando l’uomo, dicendo qualcosa che per Giorgio era inaudibile, si voltò a guardare fuori dalla finestra, e quando per una frazione di secondo lo sguardo incrociò quello di Giorgio, quest’ultimo realizzò d’essere stato scoperto. Staccò il più rapidamente possibile il cavo che dal suo corpetto andava al fucile e lasciò andare l’arma senza preoccuparsi di reggere il treppiede. Il peso improvvisamente fuori centro scalzò uno dei piedini dal terreno e fece cadere il tutto a terra. Prima che si udisse il fruscìo delle foglie e il tonfo attutito, Giorgio aveva già sganciato dall’armatura anche il peso inutile delle batterie e delle formelle di ghiaccio, e iniziato a correre verso l’auto con la quale era venuto. Non vide i battenti della finestra chiudersi.
Senza scambiarsi una parola, quattro dei convitati scattarono in piedi all’unisono mentre Sabrina chiudeva i battenti in legno della finestra. Dopo il Bolli nessuno aveva nemmeno voltato lo sguardo a cercare nell’oscurità: il cecchino aveva avuto solo quella frazione di secondo per comprendere di essere stato scoperto e sparare. Evidentemente non gli era bastata, capì Bruno, che si alzò con un minimo scarto temporale dopo i commensali. Con un balzo raggiunse i quattro mentre uscivano dalla porta principale. Istintivamente, capì che era la caccia a un predatore che ormai doveva aver abbandonato l’arma per fuggire più in fretta.
Giorgio aveva bisogno di tutto l’equilibrio e la concentrazione possibile per correre via senza cadere o inciampare, sbilanciato e disorientato come era dal peso dell’armatura, dalla visione leggermente distorta dell’oculare a intensificazione luminosa e soprattutto, da un genuino terrore. Sapeva che lo stavano rincorrendo o, peggio, che lo stavano cercando con sistemi notturni, probabilmente armati. Spinto dall’adrenalina che quest’ultimo pensiero gli aveva infuso, accelerò ulteriormente la corsa.
Bruno corse fuori insieme agli altri. Solo il primo ad uscire dall’abitazione aveva avuto un piccolo scarto laterale in corsa a prendere una specie di corta spada, poco più di un pugnale, da una panoplia appesa al muro della stanza d’ingresso, come se la sua massa, peraltro abbastanza imponente, non impedisse manovre repentine.
Si diressero rapidi verso il lato della casa con la finestra adesso chiusa, in un giro largo. A qualche metro alla loro sinistra, più vicino alla costruzione, videro contro un albero la zampa puntata ad angolo acuto verso il cielo di un treppiede fotografico, e intuirono la forma di un fucile. Il primo del gruppo agitò la spada in un arco verso destra. Gli altri, affiatati e istruiti sul segnale, si divisero senza una parola in un raggio di sessanta gradi in quella direzione. Solo allora Bruno, per la prima volta confuso, si chiese “Cosa sto facendo io qui?”. Ignorò la domanda con una conscia preoccupazione e senso di inadeguatezza, lasciò che l’indignazione per quello che era successo al Bolli prevalesse, e corse anch’egli ad allargare il raggio della ricerca.
Giorgio non osava rallentare per abbassare lo sguardo a cercare in vita, con le mani rese meno sensibili dai guanti, lo walkie-talkie, ma dovette comunque farlo quando l’azione di stantuffo delle braccia venne a mancare. Trovò alla cieca la trasmittente e la sganciò con forza dalla cintura, rompendone la clip che la teneva ferma. Per un miracolo e con la forza dalla disperazione, ma non senza un tuffo al cuore, riuscì a non farsela sfuggire di mano. La portò vicino alla bocca e, nonostante l’ingombro della maschera gli impedisse la contemporanea vicinanza all’orecchio e quindi la certezza di una risposta, premette il tasto di chiamata e trasmissione. Ansimò dentro il microfono “Mi hanno scoperto. Metti in moto e stai pronto a correre”. Quanto mancava, ancora?
Bruno più che correre saltava da una gibbosità del terreno all’altra. La luce della luna era più che sufficiente per evitare di inciampare nelle radici più grosse mentre scendevano verso la strada. Più che vederli o udirli, percepiva gli altri che accanto e più avanti di lui, sempre più distanti, facevano lo stesso. Il cecchino, ancora invisibile a Bruno per via degli alberi, aveva diversi secondi di vantaggio, ma i compagni di caccia sembravano addirittura non toccare il terreno e stavano rapidamente recuperando. Bruno non sapeva cosa avrebbe fatto, anzi, cosa avrebbero fatto se e quando fossero riusciti a raggiungerlo, ma la febbre della corsa e della caccia rendevano questo dubbio insignificante. Già pregustava un balzo in avanti e un placcaggio. “Incosciente” si disse, “e se è ancora armato?” e si rispose con una scrollata di spalle mentale.
Giorgio osò voltarsi per una frazione di secondo. Non vide niente di definito, neppure con l’apparato di visione notturna, ma la semplice percezione, ancora nel fitto degli alberi, di un movimento, lo spinse a spremere ancora di più le forze che gli stavano progressivamente calando. “Quanto cazzo è lungo un chilometro?” pensò, disperato, una frazione di secondo prima di rompere con il petto una barriera di cespugli e finire con i piedi nel vuoto.
Bruno vide il suo compagno armato tagliargli la strada in diagonale una ventina di metri avanti, la lama che brillava a sprazzi mentre oscillava assieme al braccio durante la corsa. Lo stesso stavano facendo gli altri tre, seguendo colui che doveva aver individuato l’oggetto dell’inseguimento. Bruno non poteva correre più veloce, o almeno così credeva, ma si accorse di star recuperando terreno, e che gli si era allargato un sorriso.
Il salto fu di una quarantina di centimetri, ma a quella velocità corse il rischio di cadere quando il piede toccò l’asfalto. Per fortuna Giorgio riuscì a mantenere l’equilibrio e a perdere appena un paio di passi prima di ristabilizzarsi; ancora per maggior fortuna, nella discesa a rotta di collo era riuscito a mantenere quasi del tutto la direzione giusta, uscendo dagli arbusti e cadendo sulla strada, più bassa del bosco, a meno di venti metri dall’auto di Leonardo, parcheggiata nello slargo di una curva, accanto all’armadio Telecom già richiuso. Le luci di posizione e i fari erano spenti, ma uno sportello posteriore era aperto. L’auto -non riuscì a stabilirlo se non negli ultimi metri di forsennata corsa- era in moto.
Bruno ebbe appena un secondo o due per capire come fosse sparito l’uomo davanti a lui prima di trovarsi tra gli arbusti che ancora non avevano smesso di oscillare. Qualche leggero graffio e un respiro saltato dopo, atterrava sulla strada. Alla sua destra, l’uomo col pugnale era a meno di dieci metri da un tizio con una strana attrezzatura nera addosso.
Giorgio non si voltò di nuovo: aveva sentito i fruscii seguiti da tonfi di altri che saltavano dal bosco nella strada, e lo scalpiccìo feroce sull’asfalto. Quelle creature che non aveva il coraggio di guardare stavano per ghermirlo. L’auto si mosse, voltando in modo da rivolgergli lo sportello aperto a meno di cinque insuperabili metri.
L’uomo in nero si buttò come un pesce nell’auto che già stava partendo, steso sul sedile posteriore. Lo sportello si chiuse per inerzia mentre l’auto prendeva velocità. L’uomo col pugnale e Bruno tentarono uno scatto, ma le energie erano state già spese in abbondanza, e non c’era altro margine. L’auto prese velocità e distanza, e sparì.
I due smorzarono l’abbrivio finendo col respiro corto e chini con le mani sulle ginocchia l’uno accanto all’altro. “Targa?” chiese tra una inspirazione e l’altra l’uomo col pugnale. “No” rispose Bruno. “Coperta”, ebbe la forza di rispondere prima di tornare ad ammortizzare il debito d’ossigeno. Infatti quando aveva cercato di leggere il numero, aveva visto che una striscia argentata di nastro americano lo copriva. Ancora ansimanti, fecero dietro-front e si congiunsero agli altri per far ritorno alla casa.











