Archive for the ‘Racconti’ Category

Racconti 3

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Per fortuna Leonardo era in grado di “spegnere” le aure quasi a piacere, altrimenti in aeroporto sarebbe stato difficile anche orientarsi, con l’ampio ambiente offuscato da quelle fiammate di fumo multicolore. Era come quando i guardano gli stereogrammi, e d’improvviso si scopre come vedere la trama o, a scelta, il disegno nascosto.
Non era sempre stato così: Leonardo aveva iniziato a vederle solo intorno ai quattordici anni, nella peggiore occasione possibile: una delusione amorosa.
Oh, si, una volta, una sola, Leonardo si era innamorato.
Un amore puro, completo e totale, disinteressato come solo a quell’età si può provare, ancora e per poco scevri dalle regole e pulsioni della carnalità.
Lei era carina ma non bellissima, una fresca ragazzina acqua e sapone a cui lui in segreto aveva giurato eterna dedizione.
Lei metitava questo e altro, buona e bella com’era. In classe l’aveva guardata e studiata al limite dell’ossessione, giorno dopo giorno, tenendo dentro di sè quell’infatuazione figlia del cuore e non degli ormoni che ogni volta che lei gli rivolgeva la parola lo faceva balbettare. A pensarci adesso, Leonardo si sentiva un pollo, d’una ingenuitá imbarazzante.
Era quasi la fine di una giornata scolastica tardo-primaverile, al ritorno di due settimane d’assenza per una brutta influenza con tanto di febbre alta, che si era accorto della sottilissima cappa di vapore turbolento attorno a lei. Solo in controluce, con colori tenuissimi, al limite della percezione, ma inequivocabilmente presente. In capo a mezz’ora aveva affinato la visione, silenziosamente stupito e curioso. Riusciva a distinguere, anche se non era ancora in grado di interpretarli, i vortici di rosso e azzurro e bianco, e  il lento, ritmico pulsare dell’intensità dei colori; alzando gli occhi vedeva quel vapore lambire ed aprirsi sul soffitto come un’enorme fiamma che solo lui vedeva.
Improvvisamente, quando capì dal sobbalzare dell’aura di lei ad una domanda della prof che quella fiamma le veniva dall’anima, gli si aprì il cuore, la gioia lo invase, poiché aveva realizzato quant’era speciale la cosa che li legava.
Doveva dirglielo. Doveva in qualche modo, se non proprio con un folle “sai, vedo la tua anima” quanto intimi la sua dedizione, la sua attrazione li aveva resi.
Attese l’ultima campanella.  Giù per le scale, la segui nella folla di coetanei urlanti e scalpiccianti, fino a davanti al cancello, dove lei si fermò un attimo… le era dietro, ansioso, euforico, perso nel rosso adesso acceso come quello di un segnale di divieto di lei, quando un tipo le mise una mano sul culo e la fece girare, ridente e in punta di piedi, per darle un bacio goffo e invadente sulla bocca. Un cliché dei peggiori, no? L’ingenuo innamorato di una che si é appena messa assieme a un burino. Fosse stato un film con Jerry Lewis sarebbe finita bene. Passò loro accanto, invece, inosservato, gli occhi chiusi, il cuore in fiamme,digrignando i denti, la mascella tanto contratta che gli avrebbe fatto male per tutto il pomeriggio.
Appena dietro l’angolo, evitando la solita fermata del bus, si fermò. Ce la fece a trattenersi e non piangere, ma ormai aveva strappato la fodera delle tasche del giubbotto di jeans aggrappandovisi e torcendola con le unghie .
Aveva recuperato la sua faccia inespressiva e anonima, quella che da anni portava in giro per farsi notare il meno possibile in tempo per salire sul bus che l’avrebbe portato a casa.
Quella notte, mentre nelle tenebre  una di quelle creature senza ossa e soffici di pelo che Quello Nel Buio evocava per fargli compagnia gli solleticava le mani con le sue mille zampette, Quello gli spiegò cosa davvero regola l’amore, che questo è solo una scusa, un nome, una giustificazione a una chimica imperfetta che ci spinge all’accoppiamento, un alibi per una pulsione naturale condannata da una cieca morale umana che vorrebbe ridurre alla frustrazione emotiva e fisica per poter dominare gli altri sentimenti. Gli spiegò che solo una cosa spingeva a cercare gli esseri umani a restare uniti l’uno all’altro, e non era l’amore, bensì la paura: la  paura di restare soli, la paura di non essere in grado di affrontare la vita con le proprie forze, di non lasciare una propria traccia -che fosse una progenie o una memoria- al mondo, e di venir dimenticati. Mentre quando si scopava si poteva far godere anche l’altro, quando si amava si amava per sè, egoisticamente. La gelosia era sempre dietro l’angolo, e quale era un sentimento piú egoistico del temere che la persona amata fosse felice con qualcun altro?
Si veniva attratti da un volto, da un   corpo, dal suono di una voce, da intangibili feromoni, non dall’anima o dal cuore di una persona, e poi, una volta ottenuto quel che ci aveva attratto, si restava uniti unicamente per la paura della perdita e della sconfitta. Era amore, altruismo, affetto, quello che spingeva il maschio e la femmina di una specie di pesci degli abissi a rimanere attaccati per il resto della vita una volta incontratisi? No, certo, erano istinto e paura, eppure quelle unioni erano piú stabili di quelle umane.
Leonardo gli confidò della gioia che aveva provato quando si era sentito vicino a Lei, e del masso che gli aveva schiacciato il torace quando aveva visto la sua purezza violata da quella pomiciata.
Quello Del Buio non ne rise, anzi. Non fece i discorsi assennati e paternalistici che  gli avrebbe fatto un genitore sulla gioia dell’amare e sul rassegnarsi alle pene d’amore. Anzi. Gli suggerì di affinare la sua capacità di leggere le aure: se fosse stato più esperto, avrebbe letto in essa un’infatuazione, un’attrazione, e la delusione sarebbe stata meno cocente.
In capo ad una settimana Leonardo divenne in grado di vedere l’aura di ogni suo compagno di classe e di tutti i professori, focalizzandosi solo per qualche minuto su ognuno. Dopo un mese, riusciva ad accendere e spengere tutta la scuola, nel cortile durante l’intervallo, in pochi secondi. Studió come si presentava l’aura in risposta alle varie emozioni: il giallo scuro della paura, il rosso della rabbia, il blu della tristezza. Imparó che le auree si macchiano e influenzano l’un l’altra per contattofra i possessori, anche indipendentemente dallo stato d’animo di questi. Scoprì che una stretta di mano o un abbraccio sincronizzano il pulsare di due auree  per un certo periodo di tempo, come un odore residuo.
presto imparò anche a usare la sua abilità a suo vantaggio: imparò a compiacere e convincere, a servirsi di quel che leggeva per ottenere quel che voleva. Diventava intimo e credibile in pochi minuti, il migliore amico di chiunque. Imparò a fingere tutti quei sentimenti che non osava piú provare per non soffrire: per assurdo, piú diventava intimo, e meno veniva coinvolto. Fino a costruire attorno a sè una campana di isolamento emotivo che nessun altro oltre a lui poteva intuire. Divenne inattaccabile al dolore, alle delusioni, alle offese. Divenne forte come Quello nel Buio voleva.

 

avvisati prima, eh…

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Racconti Per la terza parte

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…pazientate ancora un po’…

..e non vi aspettate granchè, che sarà solo un pezzo d’unione…

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Racconti Oroscopo del giorno

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“Una giornata ricca di soddisfazioni in amore, economiche, sul lavoro e personali, piena di serenità e allegria, in compagnia e in famiglia, prima o poi toccherà anche a voi, eh? Non disperate.”

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Racconti Part 2

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Quando chiuse dietro di sè la porta dell’ostello già era in erezione e le sue lacrime asciutte

Il Padrone l’avrebbe ricompensato nel solito modo, quel modo il cui prezzo era un Inferno che Leonardo sarebbe stato quando fosse venuto il momento felicissimo di affrontare.

Sempre che un Inferno arrivasse, dopo tutto.

Il Padrone, quando ancora non era il Padrone ma ancora “quello nel buio”, gli aveva spiegato come stavano le cose.

Fin da quando aveva memoria, Leonardo ricordava la voce del Padrone, un voce che sembrava gorgogliare attraverso magma e merda, che gli raccontava dell’origine dei tempi, della Prima Battaglia, dell’Altro bugiardo e geloso che non sopportava che il Creato apprezzasse più i doni del Nero -doni potenti, di sangue e carne e emozione- che quelli scialbi e insulsi che l’Altro poteva offrire.

“Pensa solo a come viene descritto il Paradiso” gli aveva sussurrato da sotto il letto Quello Nel Buio quando Leonardo aveva un quindicina d’anni “un’eternità senza emozioni, a contemplare L’Altro, un’eternità senza voglie, senza cambiamenti, senza niente da apprezzare davvero, senza l’ottenere vincendo dubbi o avversità. Praticamente una lobotomia. Vuoi passare l’eternità a sbavare davanti a un bel quadro, pisciandoti nei calzoni senza accorgertene, Leonardo?”

La domanda era retorica: Leonardo aveva scelto già anni prima da che parte stare. Sapeva che il solo poter udire la voce di Quello Nel Buio significava che la sua vita non sarebbe stata come quella di milioni di altri, gregge idiota e ignaro. Il fatto che la sua aura fosse diversa da quella di tutti gli altri, addirittura il solo essere in grado di vedere le aure, lo metteva al di sopra di quasi tutti; era l’orbo in terra di ciechi, il desto tra gli addormentati, il savio tra gli stolti.

E come tale si era sempre comportato: non appariscente, si muoveva in punta di piedi per non farsi notare in quel mondo per poterne costruire un altro.

Si lavò le mani, e si fissò allo specchio punteggiato d’ossido. Non dimostrava i suoi quasi trent’anni, anzi, anche se la barba era di due giorni e gli occhi infossati e arrossati, sembrava una matricola universitaria dopo una notte di stravizi con gli amici.

Sorrise sapendo che dopo il contatto con la taumaturgica forma terrena del Padrone sarebbe tornato al pieno delle forze e dello splendore… magari la sua aura sarebbe stata arricchita da qualche altro sbuffo nero, ma era una visione per pochi, e non se ne curava.

Si spogliò completamente nel freddo della stanza e lo chiamò a fior di labbra:

“Padrone?”

Un altro essere umano avrebbe dovuto accostare l’orecchio alla sua bocca, per udirlo, ma il Padrone lo sentì dal suol luogo assieme incommensurabilmente lontano e interno allo spazio tangibile, e accorse.

Già le pareti della stanza fumavano pigramente di energia nera, residuo di rabbia, tristezza, noia, solitudine e disperazione che negli anni si erano avvicendati su quel pavimento sconnesso; era per quello che Leonardo aveva scelto, quella volta come le altre, sordidi hotel: il Padrone era più forte in luoghi del genere. Era tanto “presente” da sembrare una figura a colori in una foto in bianco e nero, una scultura in un mondo bidimensionale, tanto massivo da essere centro di gravità.

E come tale comparve. Da ogni punto della stanza l’aura oscura, come fumo di invisibili copertoni, collassò nel centro; la polvere, lo sporco, le macchie di muffa, persino i cadaverini di uno scarafaggio e di una falena dalla finestra , e i residui untuosi sulla porcellana del cesso vennero attratti da quella stella nera e le diedero sostanza mondana.

Il Padrone lo guardò. Era nuda, bellissima e statuaria, come lo erano state Lilith, Iside e Proserpina, e tutte le Sue incarnazioni femminili. Quasi Luminosa, come le altre volte.

Gli sorrise con la tenerezza e l’amore con cui la madre di Leonardo non aveva mai sorriso, gli occhi due pozzi di lucida, ipnotica oscurità.

“Tornerai in Italia, domani”

Era un dato di fatto, non un ordine o un suggerimento: non c’era nemmeno bisogno che Leonardo annuisse.

“Non se l’unico che mi serve, lo sai”

Come un marito che finge di non vedere le prove di un tradimento, Leonardo sapeva, ma aveva preferito immaginarsi come l’unico servo, amante, figlio e compagno di battaglia del Padrone, e il sentire quelle parole furono una lama di acido e ghiaccio nelle sue viscere “dovrai unirti agli altri; all’esercito che sto formando. Un esercito segreto, per adesso, un manipolo di Eletti che sapranno e domineranno. Devi esserne orgoglioso”

Ecco, quello era un ordine. Leonardo ne fu orgoglioso, davvero, si convinse completamente dell’onore che gli spettava.

Poi, senza un’altra parola, il Padrone fu di nuovo amante e madre, schiava padrona affamata ritrosa puttana vergine e tutto quello che una donna può essere, e qualcosa -molte, infinite cose!- di più, finchè Leonardo non eiaculò fuoco e elettricità piangendo per la seconda volta in poche ore, ma questa volta di gioia e si ritrovò solo e sudicio di quel che era stata la sostanza del Padrone sul pavimento della stanza. Tirò le ginocchia al petto, le abbracciò continuando a piangere e si addormentò stremato, sognando di Lui.

(2 -continua)

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Racconti 1 – Scusate, s’è scritta da sola. Per ora.

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Il casino – che altro non era, quella musica fatta di bassi e urletti- che faceva la macchina arrivò prima che la si potesse vedere, appena sotto il rombo irregolare del motore. Girato l’angolo, una vecchia Ford con quattro Chicos a bordo inchiodò di fronte al banchetto del predicatore, accanto alle scale per la metropolitana

Il ragazzino dalla parte del passeggero chiese qualcosa in slang strettissimo, sorridendo, qualcosa tipo “whaccha budda goncha?” al cui il predicatore rispose con una risata e un “non mi lamento, per ora”; il ragazzino portò due dita ad un immaginario cappello, e l’auto ripartì sgommando portandosi via il rap a tutto volume.

Il tizio cappotto e papalina nel portone, una decina di metri più in là, guardò per la milllesima volta l’orologio, e bestemmiò. Evidentemente qualcuno non arrivava.

Un bambino, otto, forse dieci anni, quindi per quel quartiere quasi maggiorenne, salutò passando davanti al banchetto di Padre Mapple, che lo fermò con una mano tesa all’altezza del petto, chiusa a pugno, come la sbarra di un passaggio a livello. “Facciamo il solito cambio?” chiese al bambino.

Questi finse di pensarci su, poi si tolse da dietro l’orecchio mezza sigaretta e la porse al predicatore, che la sbriciolò teatralmente con la mano libera, poi aprì il pugno teso e lasciò nella mano del bambino un pacchetto di gomme sugarfree che il bambino prese con gli occhi che gli brillavano.

“Grazie, padre!” diede un “cinque” alla mano ancora aperta e proseguì.

Padre Mapple pareva saper generare sorrisi in chiunque lo incrociasse.

Il tizio nel portone guardò un’ultima volta l’orologio, poi mandò sonoramente a fanculo chissà chi, e si incamminò sul marciapiede vuoto.

Padre Mappe gli rivolse un sorriso e un mezzo inchino di saluto, ma evidentemente per il tizio non era giornata, visto che con un cenno e un’espressione cupa dissuase il predicatore. Evidentemente questi sapeva quando era e quando non era il caso di insistere, e si voltò di nuovo verso la strada.

Il tizio passò dietro il banchetto, appena dietro le spalle del predicatore, e scattò.

Uno stiletto, a sinistra, lungo abbastanza da spuntare sul petto, appena sotto il bagde “Gesù ti ama” come una piccola piramide argento e rossa; una lama larga e tozza a destra, in basso, a fermare il diaframma.

Non un suono se non un brusco inspirare, non una goccia di sangue se non sulle lame.

Prima che Padre Mapple cadesse a terra Leonardo –il tizio- aveva già pulito le lame contro il piumino del predicatore, e imboccato la gradinata della metro.

Meno di trenta secondi dopo, era su un vagone, diretto verso l’albergo. Aveva calcolato i tempi al secondo, ma chi l’avesse visto in faccia non avrebbe visto l’orgoglio o il sollievo. Leonardo stava piangendo, adesso che la tensione si stava allentando e che il pericolo era passato.

Non era la prima volta che uccideva.

La prima nella sua Firenze. Aveva strangolato una prostituta slava. Il Padrone non gli aveva detto come si chiamava, e lui non l’aveva chiesto. L’aveva riconosciuta dal colore dell’aura, dal sorriso che aveva mentre la scopava, e dalla carezza che aveva provato a fargli anche mentre moriva.

Una di quelle carezze aveva salvato la vita di una sua connazionale, curandole una brutta infezione sul nascere, ma né l’una né l’altra lo sapevano. Il Padrone si, ed era per quello –e per quel sorriso mentre scopava- che gli aveva ordinato di ucciderla. Leonardo l’aveva riconosciuta sul Lungarno Colombo dall’aura chiarissima, immacolata, l’aveva caricata in auto, portata in un SUO posto appartato e scopata. E lei era stata la SECONDA migliore scopata della sua vita, dopo quella col Padrone. Completa, totale, assoluta. Quindi, quando ancora l’aveva sotto, le aveva passato un cordino di nylon intorno al collo e aveva stretto. E stretto. E stretto. Piangeva, ma continuava a stringere.

La slava non l’aveva percosso, non l’aveva graffiato, aveva lottato debolmente, come se spingendolo via avesse potuto convincerlo a smettere, ad allentare la presa. E l’aveva accarezzato, verso la fine. Una carezza che valeva tutta la scopata di prima, che lo aveva scosso come il più potente degli orgasmi e l’aveva quasi sbalzato fuori dalla sua testa, fuori dall’auto, su, in alto, come un missile che partiva, fino a vedere tutto piccolo, tutto minuscolo, tutto insignificante e grigio.

Però le mani di Leonardo erano ancora ai lati del collo della slava, e stavano tirando.

Quello che lei non aveva saputo di poter fare non le aveva salvato la vita.

Aveva sventrato il corpo sul greto dell’Arno, aveva messo un pietrone nel ventre e aveva affondato il cadavere, certo che non sarebbe tornato a galla.

Piangeva mentre lavorava, e piangeva mentre il Padrone, nella forma che prendeva quando era contento di lui, gli diceva che avrebbe dovuto uccidere ancora.

Quella donna dalla bellezza ultraterrena vestita solo dei propri lunghissimi capelli, dalla pelle quasi trasparente, aveva poi aperto le braccia, e lui, ancora con gli occhi umidi, aveva detto “si, Padrone” mentre affondava il viso tra i candidi, turgidi seni.

 

La seconda vittima era stata più difficile. Un bambino di sei anni è più difficile da avvicinare da solo. Leonardo si era dovuto appostare, straniero in terra straniera, in quel paesino in Spagna, per quasi un mese, prima di avere l’occasione giusta.

Leonardo ormai puzzava, era irriconoscibile; la vita per strada fingendo di esser pazzo oltre che stupido e vivendo di rifiuti l’aveva reso invisibile ai più. Quindi, quando il piccolo –aura candida, luminosa, fulgida come Sirio- gli era passato accanto in bicicletta lui l’aveva abbattuto con un singolo pugno alla tempia. Mentre la bicicletta ondeggiava e il bambino cadeva, lui già gli era sopra, e aveva calato un piede rompendo l’osso del collo. E poi di nuovo, spezzando le ossa del volto. E ancora, al cranio, fin quando non si era allargata una chiazza più rossa di quanto Leonardo credesse possibile sotto la testa ormai deformata. Poi calpestò e spezzò le dita di quelle mani le cui carezze alleviavano i dolori di una nonna artritica.

Di nuovo, nemmeno un fiato, nessuno alle finestre, nessuno per strada. Il Padrone li aveva tenuti lontani. Lui poteva farlo, poteva influire sulle probabilità, poi però l’Atto toccava a Leonardo.

Si era tolto il vistoso cappotto, era corso in un vicino parcheggio, aveva messo in moto l’auto ed era partito. Trenta minuti, dieci chilometri e una stazione di servizio dopo, era di nuovo irriconoscibile, se non per un lievissimo odore, residuo della sua precedente incarnazione, nell’abitacolo.

La notte stessa, in uno squallido albergo, il Padrone gli aveva detto quale sarebbe stata la vittima seguente, quale altro Santo Inconsapevole avrebbe dovuto spegnere, e di nuovo l’aveva premiato con un’estasi dei sensi, ogni volta più grande, ogni volta più irrinunciabile della precedente.

(1 – continua)

Che fo, vo avanti? dite che merita o l’abbozzo qui?

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Racconti I touch myself

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L’ho finito iernotte. Prendetelo  per quel che : catarsi e esercizio.

 

PATATINE

-THOMP!- sotto l’auto, uno scossone brusco, un urto.

Mentre riporto la mano destra sul volante, il mio primo pensiero è alle gomme, e mi chiedo se si saranno danneggiate contro lo spigolo della buca.

Poi sento il dolore in gola. Non respiro. Le patatine che stavo per ingoiare mi sono andate di traverso.

Cazzo.

Inspiro. No. Peggio. Non passa aria, e quel dolore pungente comincia a TAGLIARE, come se avessi inghiottito un riccio.

Panico, adrenalina. Alzo il piede dall’acceleratore, metto la freccia anche se non passa nessuno né in senso né nell’altro, a quest’ora. Accosto, anche troppo velocemente, e finisco sul ciglio della strada, a un millimetro dal cadere nel campo sottostante.

Non spengo nemmeno il motore, che s’inchioda da solo appente alzo i piedi dai pedali.

E ancora non respiro.

Salto fuori.

Il dolore comincia a premere dietro gli occhi, non riesco nemmeno a tossire, anzi. Spasmi mi squassano il torace, ma non entra aria, né esce la massa di spilli e lamette che mi occlude la trachea.

Cazzo, in macchina coma Christine, Plymouth del 56. Credo.

Heimlich, o come si chiama.

Mi pianto i pollici di entrambe le mani sotto lo sterno, pugni chiusi, e premo verso l’alto.

Niente.

Riprovo. Comincio a vedere come in un tunnel, il nero intorno agli occhi si allarga, le labbra mi sembrano scoppiare, mi sento la faccia in fiamme e la gola squarciata. Magari.

Niente, di nuovo, se non un bel dolore al diaframma.

PIU’ FORTE, a rischio di spezzarmi i pollici.

Poi mi butto di peso, sulle mani, sullo spigolo del cofano, in modo da premere questo cazzo di pollici dentro e il bolo di acido e fuoco fuori.

Mi cedono le ginocchia.

Cado a terra, la faccia sull’asfalto, la freccia ancora accesa e lampeggiante sopra di me, tic-clac, tic-clac.

Comincia a esser tutto nero. Tic-clac.

Nero.

Che morte cretina –non un paracadute che non si apre, un lappone che con un morso ti strappa i coglioni- non è così che me ne voglio andare. Riderei quasi.

Mi passano davanti agli occhi chiusi tutti quelli che mi hanno dato in qualche modo dello strano StefanoSaraElisaElisadiscandicci”siunpo’grullinosei”RiccardoMicheleAlessandroFiammettaeviapiùvelocimillealtri, e han ragione.

Rabbia e frustrazione.

Sto lacrimando, e non solo per l’asfissia, non sento più il dolore.

Vedo anche qualcuno di quelli che mi han voluto bene, un paio dei miei momenti di pace e serenità, la testa di LEI sul petto, le stelle da un prato, un materasso in vegetale a Visignano, il fondale di Baratti, babbo e mamma…

Faccio in tempo a chiedermi se è il cervello che si difende, e poi

Nero, ancora.

Nero.

Il tempo di fare una carezza a tutti i miei cari, una carezza da questi non sentita, ovviamente, e mi incammino di nuovo.

Un passo sul marmo, é il mio funerale. Non reggo la vista dei miei genitori, grigi e opachi. Ah, cazzo, una bara, SO che stanno per seppellirmi. Volevo esser cremato, ricordate? Beh, almeno hanno donato qualche organo. Amici. Meno di quelli che speravo, piú di quelli che temevo.

Un passo sull’erba. Chissá come mai sono stato messo in terra invece che in un forno. Una brutta foto sulla lapide. Peró hanno fatto scrivere una delle cose che avevo proposto: “torno subito”.

Un passo sull’asfalto. Sono fuori dal bar dei miei. C’é solo mio fratello, ma quello che mi fa male é una mia foto -sorrido come un ebete- dietro il bancone. Perché continuate a pensarmi?

Un passo sul parquet. Lei dorme sul divano. Mi sta sognando, é fatta cosí, adesso si sente in colpa, dopo tutto questo tempo, almeno nei sogni. Una carezza, il sogno é finito.

Un passo sull’erba ghiacciata. Sono nel punto dove mi hanno trovato. C’é un mazzo di fiori, come se fosse stato un incidente stradale.

Tutto qui, la vita continua. La mia morte ha tutto sommato meno impatto della mia vita.

Vado via, tranquillo.

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Racconti E ricapita

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Amor mio 2

 

Che triste parola è “amico”

quando ben altre ne vorresti udire;

lo immagini tu che come un sole

vivi al di là del muro spesso come l’aria, triste come il pianto

da me stesso creato ?

Dietro il mio scudo di piombo,

il cuore pulsare al ritmo del tuo respiro,

gli occhi ferirsi al diamante che i tuoi illumina,

distingui, mia sola gioia ?

Che i polsi miei da catene di ragnatela cinti

solo le tue mani possono sciogliere,

che, amore non osando chiedere per

la mia solitudine dissetare,

a stille del tuo riso mi abbevero,

capisci, mio unico dolore ?

Senti il granello dell’anima mia

nel pugno sovrappensiero di sabbia

che tra le tue dita scorre ?

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Accadde che..., Feelings, Racconti Il giullare e il poeta

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Dare to be Stupid
di
Weird Al Yankovic

Put down that chainsaw and listen to me
It’s time for us to join in the fight
It’s time to let your babies grow up to be cowboys
It’s time to let the bedbugs bite

You better put all your eggs in one basket
You better count your chickens before they hatch
You better sell some wine before it’s time
You better find yourself an itch to scratch

You better squeeze all the Charmin you can while Mr. Wipple’s not around
Stick your head in the microwave and get yourself a tan

Talk with your mouth full
Bite the hand that feeds you
Bite off more than you chew
What can you do
Dare to be stupid

Take some wooden nickles
Look for Mr. Goodbar
Get your mojo working now
I’ll show you how
You can dare to be stupid

You can turn the other cheek
You can just give up the ship
You can eat a bunch of sushi then forget to leave a tip

Dare to be stupid
Come on and dare to be stupid
It’s so easy to do
Dare to be stupid
We’re all waiting for you
Let’s go

It’s time to make a mountain out of a molehill
So can I have a volunteer
There’s no more time for crying over spilled milk
Now it’s time for crying in your beer

Settle down, raise a family, join the PTA
Buy some sensible shoes and a Chevrolet
And party ’till you’re broke and they drive you away
It’s OK, you can dare to be stupid

It’s like spitting on a fish
It’s like barking up a tree
It’s like I said you gotta buy one if you wanna get one free

Dare to be stupid (yes)
Why don’t you dare to be stupid
It’s so easy to do
Dare to be stupid
We’re all waiting for you
Dare to be stupid

Burn your candle at both ends
Look a gift horse in the mouth
Mashed potatos can be your friends

You can be a coffee achiever
You can sit around the house and watch Leave It To Beaver
The future’s up to you
So what you gonna do

Dare to be stupid
Dare to be stupid
What did I say
Dare to be stupid
Tell me, what did I say
Dare to be stupid
It’s alright
Dare to be stupid
We can be stupid all night
Dare to be stupid
Come on, join the crowd
Dare to be stupid
Shout it out loud
Dare to be stupid
I can’t hear you
Dare to be stupid
OK, I can hear you now
Dare to be stupid
Let’s go, Dare to be stupid
Dare to be stupid
Dare to be stupid
Dare to be stupid
Dare to be stupid
Dare to be stupid
Dare to be stupid
Dare to be stupid

SE (IF)
di
Rudyard Kipling

Se riuscirai a non perdere la testa quando tutti
la perdono intorno a te, dandone a te la colpa;
se riuscirai ad aver fede in te quando tutti dubitano,
e mettendo in conto anche il loro dubitare;
se riuscirai ad attendere senza stancarti nell’attesa,
se, calunniato, non perderai tempo con le calunnie,
o se, odiato, non ti farai prendere dall’odio,
senza apparir però troppo buono o troppo saggio;
se riuscirai a sognare senza che il sogno sia il padrone;
se riuscirai a pensare senza che pensare sia il tuo scopo,
se riuscirai ad affrontare il successo e l’insuccesso
trattando quei due impostori allo stesso modo;
se riuscirai a riascoltare la verità da te espressa
distorta da furfanti per intrappolarvi gli ingenui,
o a veder crollare le cose per cui dai la tua vita
e a chinarti per rimetterle insieme con mezzi di ripiego;
se riuscirai ad ammucchiare tutte le tue vincite
e a giocartele in un sol colpo a testa-e-croce,
e a perdere ed a ricominciar tutto daccapo,
senza mai fiatare e dir nulla delle perdite;
se riuscirai a costringere cuore, nervi e muscoli,
benché sfiniti da un pezzo, a servire ai tuoi scopi,
e a tener duro quando niente più resta in te
tranne la volontà che ingiunge: «Tieni duro!»;
se riuscirai a parlare alle folle serbando le tue virtù,
o a passeggiar coi re e non perdere il tuo fare ordinario;
se né i nemici né i cari amici riusciranno a colpirti,
se tutti contano per te, ma nessuno mai troppo;
se riuscirai a riempire l’attimo inesorabile
e a dar valore ad ognuno dei suoi sessanta secondi,
il mondo sarà tuo allora, con quanto contiene,
e – quel che è più – tu sarai un Uomo, ragazzo mio!
 

E’ inutile per me insistere, dici, Rudyard?.

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Feelings, Racconti L’angolo del misogino

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“Voi di redazione, che siete così saggi, intelligenti, arguti e belli, mi sapreste spiegare le donne?”

Lettera Inventata, Purtroppo

 

 

Caro Lettera Inventata, noi dal basso della nostra modestia, ti ringraziamo dei meritati complimenti, e per esaudire la tua richiesta pubblichiamo parte del trattato del prof. Miso, docente di sessismo applicato e sciovinismo presso l’università di Jena.

 

COMPORTAMENTO SESSUALE DELLA FEMMINA UMANA.

Vorrei iniziare questa mia breve esposizione avvertendo i lettori e soprattutto le lettrici che non condivido assolutamente le teorie superomistiche di Nietzsche, e non ritengo l’uomo una creatura superiore. Esattamente allo stesso modo, non solo non mi oppongo alla parità dei diritti tra uomo e donna, ma anzi la invoco con tutto me stesso: mi auguro che in un futuro non troppo lontano il maschio ottenga tutte le opportunità concesse alla femmina.
Quest’ultima, invero bistrattata fino a trent’anni fa, sta riscattando, specialmente in quest’ultima generazione, millenni di soprusi e prevaricazioni. È infatti solo in virtù ed in espiazione di questi che l’uomo si lascia sottomettere?
No. La donna, innegabilmente più debole a livello fisico, ha compensato questa deficienza per selezione naturale sviluppando una astuzia ed una abilità di circuizione nei confronti dell’uomo che questi neanche immagina.
IL DOMINIO FEMMINILE SULL’UOMO E’ UN IMPERO FONDATO SULLA MENZOGNA!
L’uomo rimane per tutta la vita un bambinone facilmente abbindolabile per via ormonale, in preda del testosterone (che ha delle molecole grandi come palline da tennis) e dei corpi cavernosi. La donna invece paga con i dolori mestruali e della maternità la libertà da questa sorta di lotofagia, ed usa la lucidità mentale per pianificarsi un futuro, scegliersi il maschio (o i maschi) più conveniente (notate che non ho utilizzato il termine “migliore”) ed utilizzarlo per i suoi fini, quali che essi siano, fino a chiudere la sua esistenza con una serena vedovanza dopo averlo consunto (secondo fonti ISTAT in Italia le vedove sono sedici volte pù numerose dei vedovi. Ci sarà pure un motivo, no?).
L’uomo, invece, una volta cacciatore (“Tu mia”) si è ridotto al giorno d’oggi ad una miserrima opera di pseudo-volantinaggio (“Offronsi spermatozoi fertili, si accetta qualsiasi utero, anche non serio, astenersi mercenarie e perditempo”) che ridicolizza anche l’ancor oggi usato appellativo di “sesso forte”. Per dimostrare quanto un approccio diretto sia sconsigliabile, vorrei riportare dei brani di conversazione tra la stessa donna e tre gemelli con atteggiamenti diversi.
Approccio diretto: “Mi cincischieresti il prepuzio?” (la donna lo colpisce con un pugno)
Approccio semidiretto: “Verresti a guardare la luna piena con me?” “Si, ma solo parlare.”
Approccio indiretto: “Ti do il numero del cellulare, così stasera andiamo a fare un giro sulla mia Ferrari.” “Posso cincischiarti il prepuzio?”
Questi brani (non inventati, quant’è vero che sono professore), rispecchiano e riassumono la strategia femminile.
In realtà, l’unico condannato è il secondo gemello, che, pur sincero, si nega anche la possibilità di una rapida cincischiata.
Altri esempi, atti a dimostrare che la femmina umana quasi mai dice quello che pensa ( e viceversa), e che quindi l’uomo, al fine di poter conversare -preludio minimo ma non sempre necessario nè sufficiente alla riproduzione-, deve imparare un codice verbale abbastanza complesso?
Subito accontentati. Ad esempio “Io in un ragazzo non cerco solo la bellezza”, frase che altrimenti darebbe speranza a qualsiasi ragazzo di animo sensibile e/o cultura normale, ha l’esatta valenza di “M’import’assai se sa parlare! A me basta che scopi!”; a conferma di ciò, la donna dell’esempio si accoppierà esclusivamente con primati dotati di tre-neuroni-tre e dai modi di un macaco, purchè abbiano un volto fisiognomicamente comparabile con i “Ragazzi italiani”, dei quali a nessuno interessa come cantino.
Altre frasi smentite ancora prima di essere pronunciate sono “Io ti voglio troppo bene per avere una storia con te” (al quale degna risposta potrebbe essere: “E se ti stavo indifferente, mi prendevi a schiaffi?”); “Non sono pronta per una storia seria” (il giorno dopo questa affermazione, la donna in oggetto inaugurerà una tanto infelice quanto biennale relazione con uno dei macachi succitati); “Lui? No, è troppo volgare. Io cerco altre cose” (seguitela, e rinfacciatele questa affermazione, meglio se registrata su un magnetofono portatile, mentre sarà ritmicamente puntata al cofano di un 131 dal lui in questione); “Oh, no, certo che preferisco te a lui! Ma cosa vai a pensare?” è perfettamente traducibile con “Certo che me lo farei! Ma cosa c’entra adesso?”
Temibile arma e perfetta riprova è anche l’incomparabile capacità di dire perfettamente una cosa per un’altra, al quale l’unica difesa è il contrattacco spietato. Un esempio di conversazione per come è, e per quello che significa.
Situazione-tipo: lei ha lasciato senza motivo apparente lui, che è fuori della porta di lei, cercando di trattare una resa dignitosa.
Confrontate ogni frase con il suo reale significato.

COSA SI DICONO I DUE COSA INTENDONO REALMENTE
“Ti prego,caro, vai via… non possiamo continuare così.” “Non mi va proprio di affrontare un dibattito a quest’ora, tanto più che stavo riordinando l’armadio”
“Ti scongiuro, cara, fammi entrare, devo parlarti.” “Non crederai mica di cavartela così ?”
“Non posso aprirti… mi sto… ehm… LAVANDO I CAPELLI!” “Non ho tempo di inventare qualcosa di profondo, così ti racconto qualcosa dei cui rituali voi uomini non sapete niente.”
“Non prendermi in giro, ti prego…” “Almeno non prendermi per il culo !”
“Caro, credimi, fa tanto male a me quanto a te.” “Sono seccata perché stasera non ho nessuno con cui andare a ballare”
“Dimmi almeno perché mi lasci” “Chi hai trovato, meglio di me ?”
“E’ una cosa difficile da spiegare…” “Dammi il tempo di inventare qualcosa”
“Non tirerai di nuovo in mezzo tua madre?” “…quella puttana!”
“Hai già capito tutto” “E bravo il fesso, che fa tutto da solo!”
“Così tu mi stai lasciando per evitarle nuovi disagi ?” “Sarai anche bella ed intelligente, ma per inventare le scuse fai schifo”
“Non solo per quello, caro, ma… non posso spiegarti con le parole ciò che provo” “Si, lo so, è un po’ fiacca, ma spero che ti basti”
“Provaci, te ne prego” “No, non mi basta. Cerca di essere un po’ più convincente”
“No, non posso…” “Vabbe’, hai ragione tu, ma diamoci un taglio, vuoi ?”
“Ci vuoi almeno pensare un po’ su ?” “Scusa, ma non vedo perché devo stare da cane senza metterti in imbarazzo almeno un po’”
“No, non credo.” “Fottiti !”
“Non c’è proprio niente da fare ?” “Ok, guarda, hai vinto tu, sto strisciando ai tuoi piedi”
“Ho pensato a lungo, ho sofferto,prima di dirtelo.” “…circa venti minuti.”
“Credi che potremo mai riavvicinarci?” “Non si tromba nemmeno più, allora?”
“No… ma possiamo rimanere amici” “Toh, Fido, salta, prendi il biscotto !”
“Non mi basterà, dopo aver avuto il tuo amore” “Ma non ti rimorde la coscienza? Nemmeno se dico queste frasi ad effetto?”
“Sarà bene cercare di non vederci per un po’, allora.” “Ciao, ciao, fesso.”

Chiunque potrà sostituire ai “caro” e “cara” dei dialoghi qualsiasi nome l’esperienza personale gli suggerisca, e si riconoscerà nell’una o nell’altra parte. Il dibattito uomo/donna è dunque universale, caro il mio Lettera Inventata; pertanto, non ti crucciare troppo, ed invece di odiare i macachi che ti fragano le donne, offri loro da bere: non per scienza, ma per istinto, sono loro che ti vendicheranno! Se hai altre domande, o preferisci che approfondisca alcune parti del mio discorso, non essere timido, e scrivi ancora!

Prof. Gino Miso

Gentili lettori, dato che alcune lettere giunte in redazione mi accusano di sessismo, risponderò per prima cosa a due domande molto simili; per par condicio, una è posta da un uomo, l’altra da una donna.

D:”Spettabile prof. Miso, io l’amavo, ma lei mi ha prima tradito, poi lasciato. Quanto tempo devo aspettare prima di cercare un’altra ragazza, per conservare la rispettabilità?”
R: “Basta che aspetti che la troia esca dalla stanza.”

D:”Spett. Prof, lui mi amava, ma l’ho prima tradito, poi lasciato. Quanto tempo devo aspettare prima di mettermi con un altro, per conservare la rispettabilità?”
R: “QUALE rispettabilità?”

 

Tornerò quindi, come mi è stato da più parti richiesto, sulla psicologia femminile. Grave assenza nel mio scritto precedente, allegherò a questo gli opportuni riferimenti bibliografici.
In questo mio articolo tratterò dei meccanismi di scelta della femmina media umana -di qui in poi definita, per brevità, “donna”-, ovvero di ciò che la spinge a preferire un maschio -di qui in poi definito, per brevità, “pollo”- ad un altro.
Ne conseguirà un breve sguardo alle tecniche maschili di seduzione, essendo quelle femminili riassumibili con la frase “Ne vuoi?”.
L’essere umano, come tutti sanno, è un animale sociale, dedito a riti di gruppo; ogni fonte di diversità sarà pertanto motivo sufficiente ad una esclusione dalla “tribù”. Un esempio: la discoteca: ci si va dopo mezzanotte, perché “prima non c’è nessuno, tranne gli sfigati”. Pertanto, a mezzanotte ed un minuto, la lotta per il parcheggio ha già proporzioni epiche, ed una muraglia umana irrompe nei locali, dove i cosiddetti “sfigati” stanno già ballando da un’ora.
Poi, il dramma della pista vuota. Gli sfigati sono stati cacciati, spinti verso le poltroncine da occhiatacce e risatine de 3500 cavalli vapore, e nessuno, nonostante la musica assordante, accenna a calpestare le mattonelle incriminate, pena essere indicato come diverso, “un altro sfigato”. La rottura della mimesi è lentissima e corale: il piede che batte il tempo, le due-tre ragazze che ballano fra loro a bordo pista, con le spalle a quest’ultima, un paio di ragazzi che si aggiunge, fingendo di ignorarle, un altro gruppetto, finchè, rotti gli argini, la diga crolla, e mezzo minuto dopo la pista è una bolgia sudaticcia, affollata all’inverosimile e sovrastata da una nube di nicotina più tossica all’uomo della centrale termoelettrica di Ostiglia. (D. J. Killer, “Teoria del rave”, ed. Ciaiunapasta, Rimini 1997)
E’ ovvio che in una società dominata da simili criteri, la donna preferirà sempre il pollo più standardizzato; dato però che quando viene fatta una media vengono annullati i picchi, la donna si ritroverà in mano il macaco citato nello scorso numero. Chiunque abbia una fonte qualsiasi di diversità intellettuale, ivi compresa una capacità di coordinazione motoria superiore al chewingum-pensiero-respiro (non sono rari i casi di donne il cui pollo sia morto di apnea durante una passeggiata), viene scartato, con frasi del tipo: “Si, è carino, peccato sia sempre sul computer”, “Si, è carino, peccato sia sempre a scrivere poesie”, “Si, è carino, peccato sappia leggere”.
Cosa occorre per piacere incondizionatamente ad una donna? Non il pene, come alcuni di voi mi hanno suggerito epistolarmente, tanto più che ad una donna non importa minimamente se attaccato al membro che la sta stimolando c’è il Principe Azzurro od un coccodrillo (colgo l’occasione per ricordarvi che una donna media ha non solo dieci volte le terminazioni nervose per centimetro quadro di zona erogena che ha un uomo, ma che, una volta stese le micropieghe vaginali, si ha una superficie erogena per donna pari al territorio comunale di Lamporecchio), bensì la cattiveria.
Non è sufficiente, però aiuta (P. Maso, “Domani esco”, ed. Fan Club, Rebibbia 1996), così come aiuta tantissimo avere la tasca posteriore destra dei pantaloni più pesante della sinistra, o comportarsi come se lo fosse.
Non vale a niente, invece, ascoltare canzoni che incitano a lasciare “aperta la porta del cuore, vedrai che una donna è già in cerca di te”, o comportarsi lealmente.
Una donna va trattata per quello che è, una bestia assetata di potere, ed accontentata: o questo gli viene concesso per via alternativa, mediante ricchi appannaggi e regalie, oppure dovrà essere esercitato mediante IL PIU’ COMPLETO DISINTERESSE. Tutti sanno infatti che il modo migliore per far invaghire una donna di sé e quello di ignorarla perfettamente, in base al meccanismo esclusivamente femminile del “Non posso averlo, allora lo voglio”
Meccanismo analogo è il “è suo, allora lo voglio”, che spinge donne normalmente assennate a bersi le facoltà intellettive e a sbavare dietro a ragazzi già impegnati. Se un ragazzo è fidanzato da anni, diventa un’esca irresistibile per qualsiasi altra ragazza, volutamente incosciente del fatto che in tempo di guerra i traditori vengono uccisi da ambo le parti, perché chi è tanto viscido da tradire una volta può tradire ancora. Il metodo migliore, quindi, per attrarre irresistibilmente una donna è ammettere di averne un’altra. E’ un’escalation; il pollo medio -fedele- se ne accorgerà quando gli capiterà di impegnarsi, anche se temporaneamente: in quella settimana avrà e rifiuterà tante di quelle occasioni di copula da riempire il resto della sua vita. Nell’esatto istante in cui la prima donna lo lascerà libero, l’alluvione si fermerà, e la sua -presunta- attività sessuale tornerà ai livelli abituali, cioè zero. (Cfr. Z. De Luca, “Me la rigiro come mi pare”, ed. Margheri, Antella, 1996)
Come va, dunque, trattata una donna? Ci sono ottimi manuali di comportamento generale (A. Pugni – E. Schiaffi, “Senza remore”, ed. Ancora, Manate sul Muso, 1990 e seg.), ma la migliore consigliera è la vita; dopo la terza fregatura, anche l’uomo più stupido e buono impara e s’incattivisce, e comincia a ripagare le donne con la loro moneta. Si innesca così una reazione a catena degna del nonnismo sotto militare in cui ognuno fa scontare ad un innocente le sofferenze infertegli da un ex-innocente che gli ha fatto scontare le sofferenze infertegli da… e così via, all’infinito.
Quindi, non prendetevela, cari lettori; cercate la donna-moscabianca che vi cercherà per quel che siete (credo che al mondo ce ne siano, due o tre) e sopportate le carognate infertevi da quelle sbagliate per voi ma adattissime ad uno dei macachi a noi tanto familiari.
Scrivete ancora, e chiedete pure!

Prof. Miso Gino

 

 

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Racconti Càpita che mi copii da solo

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Il fantasma del palcoscenico

 

 
Addio.

Sono stato un buono, e non è servito,

è sempre il nero che vince.

Ti ho amata dal mio buio,

ma tu non hai mai potuto vedere oltre

il cerchio del riflettore.

E lui, accanto a te,

nel tuo cuore, dove io sognavo di essere,

e dietro la sua maschera dorata

il brulicare dei vermi.

Tu nelle sue braccia,

acciaio nel mio cuore.

Hai capito, forse, mentre guardavi il mio volto bruciato

quando arrancavo ai tuoi piedi.

E allora, amore, perchè non mi

hai anche solo abbracciato

prima che me ne andassi via

piangendo, via, lontano dalle

urla della folla e

dalle mie e tue lacrime ?

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Racconti Una favola

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“Scrivi di me” chiese la bambina -che bambina era, ancora-
“Che cosa ti scrivo?” chiese il bambino -che bambino era, ancora-, orgoglioso e tronfio che una delle poche cose che gli riuscivano bene piacesse anche a lei.
“Una fiaba dove io sono la principessa”
Il tondo bambino annuì, e iniziò subito a riempire con la sua tonda calligrafia le pagine del taccuino.
Scrisse, una riga al giorno, due righe, un paragrafo, mezza pagina, poche parole, ma ogni giorno.
“E’ finita la fiaba?” chiedeva lei.
“Non ancora” rispondeva lui. Ed era vero.
Presto la bambina dimenticò.
Ma il bambino -che ormai più bambino non era- continuò.
E continuò.
Scrisse della principessa e delle sue avventure.
Prima furono risa e cavalli e fiori e fate, poi furono gli amori della ragazza -che ormai ragazza era- e di principi che anelavano alla sua mano.
Scrisse di ogni principe che visse accanto alla ragazza, fosse per un giorno o per un anno.
L’uomo -che ormai uomo era diventato- scrisse anche, sui suoi taccuini, di quando lei si sposò, e di come divenne regina, e dei principini che diede al re.
Scrisse anche di quando la regina divenne vedova, e scrisse.
Poi, un giorno, con una grande borsa piena di piccoli taccuini e di un amore tornato puro come quando aveva scritto le prime parole della storia, decise di far leggere la fiaba alla sua principessa.
E seppe dai figli di lei che aveva aspettato troppo, che la principessa aveva chiuso gli occhi per il suo sonno di mille anni; e figli della regina chiesero al vecchio -che altro non era, da quel giorno- se, avendola conosciuta da tanti anni, non potesse scrivere qualcosa sul marmo di lei.
E il vegliardo iniziò a raccontare.
“C’era una volta una principessa…”, iniziò.

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