October 26, 2006

Cuba libre

Il ghiaccio nella cola si era già sciolto. La notte era appiccicosa. Il temporale della sera precedente si era attaccato ad ogni cosa, e, nonostante un giorno rovente, sembrava voler restare nell’aria ancora un bel po’.
Alex emerse dall’oscurita intorno al locale, recando con sé due facce nuove. Juanette diede di gomito a Natalia. Clienti. Sorrise, involontariamente. Grazie ai suoi occhi azzurri, più unici che rari a Cuba, ai capelli lunghi ed al viso giovanile, era sempre la prima delle “chicas” ad essere accompagnata via. La procedura era sempre la stessa: Alex, od uno dei suoi amici, contattava i clienti sulla spiaggia e si offriva come guida, proponendo poi ogni tipo di commercio, dal pranzo a base di aragosta per 10 dollari, al corallo nero, ad una compagnia per la notte. Contrattava poi per entrambe le parti, faceva da interprete ed infine prendeva una mancia dai turisti e una percentuale dalla ragazza.
Fece sedere Juanette e Natalia al tavolo dove i due stavano già sorseggiando due mojitos, e fece le presentazioni.
I due erano turisti italiani, non vecchi, per fortuna, e non bruttissimi. I clienti ideali, per una volta.
Leandro, il più anziano dei due -relativamente, dato che sembravano entrambi intorno ai venticinque anni- andò subito al sodo: “Quanto vuoi?”
“Cinquanta dollari, e venti per la casa” Era molto, lo sapeva; ma la prostituzione era punita molto severamente, la camera era pulita… e sapeva di valere ogni centesimo.
“Troppo. Meno, o non se ne fa niente.” Al suo rifiuto, Leandro cominciò a contrattare con Natalia. Alex si tirò in disparte, giusto per non farsi mettere nel mezzo nel caso di una retata. Mica scemo, lui.
Sauro, l’altro ragazzo, era rimasto zitto, e badava solo al suo bicchiere, agitando il ghiaccio con il rametto di menta.
“E tu ?” chiese Juanette. Lui alzò lo sguardo. Sorrise, calmo. Parlò in spagnolo stentato.
“No, io no. Io accompagno solamente.”… e fece qualcosa che nessuno dei tanti clienti che aveva avuto aveva mai fatto: allungò una mano e, prima che lei realizzasse, le aveva fatto una carezza; “…ma tu, carina come sei, come mai ti vendi così?”. Juanette, sorpresa, quasi sussultò, ma oltre alla sorpresa, sentì qualcosa di strano, inusuale, e reagì con qualcosa di altrettanto strano: spostò quella mano così poco estranea dalle guance alle labbra e la baciò.
Non era una tattica per convincerlo a passare la notte con lei, e anche se lo fosse stata non avrebbe avuto successo.
Lo capì dallo sguardo del ragazzo, che tradiva una tristezza interiore che in quel contesto bastava a far intuire una vita. Anche se era allegro e disinvolto, Sauro doveva aver avuto delle grosse delusioni dall’altro sesso. Era stato innamorato e tradito, forse, o forse aveva avuto un grande amore non corrisposto; non importava. L’unica cosa che adesso importava era che non aveva visto lei, Juanette, come un pezzo di carne da buttare su di un letto ed usare per una notte, ma come una persona… e solo Dio sapeva quanto era che non le succedeva. Leandro, Natalia ed Alex scomparvero: affare concluso. Lei si avvicinò a quel ragazzo così strano.
Parlò con lui per quasi un’ora mandando all’aria ogni affare per la serata, gli chiese come si vivesse in Italia, e gli spiegò i mille disagi di vivere a Cuba, soprattutto per una ragazza-madre.
“Hai un figlio?” Sauro era sorpreso. “E il padre?”
“Una bimba. Bellissima. Il padre è fuggito in Colombia, ma ormai nemmeno mi scrive più. Io sono giovane, so di essere carina, e allora mi sono detta: perché a mia figlia deve mancare qualcosa? E poi, sto studiando per diventare infermiera. Non voglio fare questa vita per sempre.”
Si decise. Lo prese per mano. “Vieni”, gli disse.
Lui scosse la testa. “No, grazie. Ho con me solo i soldi del taxi, e poi… mi parrebbe di farti un’offesa, pagando. Cerca di capirmi.”
“No. Non voglio soldi. Voglio farlo perché mi piaci.”
Lui rise “Stai scherzando? Hai dei begli occhi, ma devi essere un bel po’ miope.”
“Mi piaci dentro.” Solo le prostitute conoscono il valore dell’amore, ma possono pagarlo con la sola moneta che hanno.
Sauro tacque, e la seguì. Si fece portare nella casa particular, dove la spogliò con una dolcezza che Juanette non aveva provato neanche con il padre della sua bambina. La amò a lungo, pensando più al piacere di lei che al suo, con una dedizione che quasi la fece piangere.
Al mattino lui le promise “Ti scriverò, dall’Italia, e tornerò presto. Voglio far uscire te e tua figlia da Cuba.”
“No, non lo fare.” Si costrinse a rispondere lei.
“Perché no ?”
Per la prima volta gli mentì. Gli disse “Perché non voglio uscire dal mio Paese”, non “Perché mi sto innamorando, ed ho paura di starlo facendo solo per gratitudine”. Mentre lo vedeva salire sul taxi, sapendo di vederlo per l’ultima volta, non riuscì a non piangere.

Posted by i'C under Senza Categoria |

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