Sogni d’oro
Accadeva lo stesso ogni mattina: le calde nebbie dei sogni nei quali era felice si dissolvevano, ed egli si ritrovava, intontito più dal cambiamento di stato che dal sonno in sé, a fissare il soffitto; ormai non malediceva neanche più il suono della sveglia o la luce del sole che lo strappavano a quel mondo in cui non gli erano negati la serenità e la gioia che tanto difettavano sul piano materiale, ma si limitava a provare una cupa malinconia, una nostalgia del tempo perso in attesa di buone occasioni mai arrivate, o, peggio, giunte e non riconosciute. Malinconia, si, come se dita delicate ma decise gli stessero stringendo il cuore, privandolo ogni giorno di più dello spazio e della forza per pulsare.
Nei suoi sogni non era un eroe, un re oppure un libertino, come avrebbe potuto credere un qualsiasi interlocutore a cui avesse osato confidare il sentimento che lo legava allo stato onirico, bensì una persona perfettamente normale, beneficiante di tante di quelle cose che vengono definite “sicurezza”: un lavoro, una casa, amici, e, soprattutto, una dolcissima storia d’amore. L’unica particolarità che questi sogni avevano, se particolarità si poteva chiamare, era l’identicità di situazioni: l’impiego, gli amici, la sua Lei non cambiavano da una notte all’altra, fornendogli così, otto ore su ventiquattro, una seconda e migliore vita, nella quale qualcosa, almeno, andava per il verso giusto.
Nella realtà non aveva, ad esempio, mai avuto qualcosa neanche lontanamente paragonabile alla tenerissima e forte relazione che lo stringeva a Lei, ragazza dalla bellezza ingenua e spontanea e dall’animo tanto brillante da abbagliare; quello che lo svantaggiava durante la veglia era la fedeltà a sé stesso, il rifiuto di scendere a compromessi: non riusciva a recitare per opportunismo, non aveva mai “unto ruote” o cercato amicizie interessate, aveva avuto compagnia femminile solo in base al cuore, e non agli ormoni. Era logico quindi che questo suo preferire il buono al bello-ma-vuoto lo avesse lasciato solo e deluso in gioventù, e che in maturità la strada per rimediare fosse stata in salita.
Accettava adesso, con una sorta di coscienza parallela, questo suo essere diverso, essendo stato incrudito dalle delusioni eppure rimanendo un idealista ed un sognatore.
La vita di veglia scorreva sempre uguale e grigia, gocciolante in ogni momento insoddisfazione, mentre quella che ormai era divenuta quella “vera”, quella da attendere in quel fastidioso stato che era l’esser sveglio, premiava ciò che di lui altrimenti sarebbe rimasto incompensato: l’onestà, il sano orgoglio, la capacità di avere ideali.
Fu così, quindi, che in un mattino d’inverno in cui il buio sembrava deciso a non lasciare il minimo spazio alla luce del sole, quando il ronzio della radiosveglia lo riportò al suo inferno quotidiano, decise di far smettere tutto. Prese dal primo cassetto del comodino i tubetti dei calmanti - non sonniferi, no ! Quelli privano dei sogni ! - e, lucidamente, ne ingoiò una dose sufficiente ad ucciderlo tre volte.
Mentre chiudeva gli occhi per quella che accoglieva gioiosamente come l’ultima volta, gli tornò alla mente il monologo dell’ “Amleto”.
Quando otto minuti dopo si udì nell’appartamento accanto la radiosveglia suonare, a svegliarsi fu anche, da qualche parte, accanto alla sua lei, un uomo felice che ricordava appena il cupo sogno da anni ricorrente, ma che in qualche modo sapeva di averlo fatto per l’ultima volta.
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